Alitalia: i lavoratori respingono il ricatto padronale

Il 24 aprile si è chiuso il referendum imposto ai lavoratori Alitalia sulla vergognosa pre-intesa firmato il 14 aprile da sindacati, governo e azienda. Il risultato è stato netto, su 11.673 lavoratori aventi diritto hanno votato in 10.184, quasi il 90%. Di questi il 67% ha bocciato la pre-intesa.

La pre-intesa prevedeva:

–       1.300 esuberi (980 diretti da subito in cassa integrazione a zero ore, gli altri da ottenere con prepensionamenti ed altri incentivi all’esodo) dopo i quasi 5.000 licenziamenti del 2008 ed altri 2.500 nel 2014

–       ulteriore taglio nominale dell’8% degli stipendi (si arriva al 20% con tutte le voci correlate) dopo anni di contratti di solidarietà

–       taglio da 120 a 108 dei roiposi

–       scatti d’anzianità triennali, di cui il primo nel 2020

Gentiloni, nei giorni prima del referendum, ha provato ad alzare la sua inutile voce a favore dell’accordo, all’interno di un coro unanime di tutto l’arco parlamentare, confindustria e dei mass media, che hanno ripetutamente fatto appello a votare Sì per cogliere l’ultima occasione per salvare Alitalia.

Loro che con vent’anni di privatizzazioni, esternalizzazioni, smembramenti e ruberie d’ogni sorta hanno ridotto a brandelli una compagnia aerea che primeggiava a livello internazionale per professionalità delle maestranze, particolarmente nel settore della manutenzione.

Non è la prima volta che i lavoratori di questo paese si battono contro accordi in cui si prova in tutti i modi ad estorcere loro un Sì per vedersi togliere (quasi azzerare) i diritti, sempre col ricatto dei licenziamenti. La lista è lunga, dai lavoratori della Fiat di Pomiglianoi nel 2010 fino alla recente vertenza di Almaviva di Roma pochi mesi fa. Ma questa volta il No ha prevalso e ha prevalso in modo indiscutibile.

Già nel 2008, i lavoratori di Alitalia misero in campo una serie di mobilitazioni a catena contro i licenziamenti, dopo la privatizzazione decisa dal governo Prodi che provò a svendere Alitalia a mezzo mondo, svendita poi eseguita dal governo Berlusconi che la cedette a una banda di affaristi senza scrupoli guidata da Colaninno (Piaggio) e Banca Intesa.

Una mobilitazione che arrivò a Roma all’occupazione delle mense e poteva arrivare all’occupazione delle piste, paralizzando completamente il traffico aereo. Se questo non fu l’esito la responsabilità non fu dei lavoratori ma interamente dei dirigenti sindacali, sia confederali che quelli di base, l’allora Sdl (che in seguito formerà, insieme alle RDB, l’USB), che non offrirono nessuna seria sponda e nessuna prospettiva ai lavoratori. Lo stesso accordo del 14 aprile di quest’anno, è stato preceduto da uno sciopero generale nove giorni prima, con una adesione quasi totale.

Il risultato del referendum ha scatenato le ire e l’odio della classe dominante. Giornalisti prezzolati stanno portando avanti una campagna d’odio mediatica impressionante: a loro dire il paese è ostaggio di una minoranza di privilegiati.

Da qui la denuncia che è sbagliato chiedere ai lavoratori di esprimersi con un referendum e che ora tutto si potrà fare tranne che nazionalizzare una compagnia in bancarotta. Lamentano che in trent’anni, dal 1974 al 2014, Alitalia ha goduto di 7,4 miliardi di euro di aiuti pubblici. Peccato che quando lo stato ha stanziato 20 miliardi di euro in un giorno per salvare il Monte dei Paschi di Siena, hanno fatto finta di nulla. Una chiara strategia della stampa padronale per scaricare sui lavoratori e sindacati di base (in particolare Cub e Usb) la responsabilità del fallimento di Alitalia e dell’ennesimo sperpero di risorse pubbliche, se non del commissariamento e della definitiva liquidazione di Alitalia.

I sindacati confederali non fanno molto meglio. La Cgil non riesce a far altro che balbettare qualche sconclusionata frase sulla necessità di riaprire il tavolo di trattativa e coinvolgere Cassa deposito prestiti nel finanziamento del nuovo piano industriale. I dirigenti della categoria dei trasporti della Cgil, la Filt, e la stessa Camusso (segretaria generale Cgil) che dopo la firma della pre-intesa del 14 aprile aveva dichiarato che a quel piano non esistevano alternative, ora cercano di recuperare credito tra i lavoratori che li hanno sonoramente sconfessati, dimostrando ancora una volta di essere lontani anni luce dalla volontà dei lavoratori che pretendono di rappresentare. Davanti a una tale sconfessione nell’urna l’unica cosa che questi dirigenti dovrebbero fare è dimettersi.

Non è più il momento delle mezze misure o improbabili trattative, gli azionisti, Confindustria e governo, ai lavoratori Alitalia vogliono farla pagare cara la lesa maestà.

Alitalia conta decine di milioni di passeggeri ogni anno, una flotta aerea di tutto rispetto e una competenza tecnica nella manutenzione d’eccellenza. È la privatizzazione che ha fallito, l’unica soluzione è la nazionalizzazione senza indennizzo della compagnia sotto il controllo dei lavoratori per avere un servizio adeguato e contratti di lavoro dignitosi.

Questa è l’unica soluzione possibile per lavoratori e utenti. Altre soluzioni, come fantomatici tavoli di trattativa, rappresenteranno solo una nuova fregatura per i lavoratori. Ma parlare oggi di nazionalizzazione è possibile solo sulla base di una estesa mobilitazione dei lavoratori Alitalia, anche con le forme di lotta più estreme, sostenuta da tutti i lavoratori e i sindacati. Vie di mezzo non ce ne sono.

Di seguito la tabella con il voto nei dettagli:

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