22 Giugno 2021 Jorge Martin (da www.marxist.com)

Algeria: le elezioni del regime sconfitte dal boicottaggio di massa

Algerian protesters wave the Amazigh (C) and national flags as they chant slogans during the weekly Friday demonstration in the capital Algiers on June 21, 2019. – Hundreds of Algerian protesters gathered in the capital despite a spate of arrests ahead of the latest weekly rally since the April 2 resignation of longtime president Abdelaziz Bouteflika, AFP correspondents said. The demonstrators in central Algiers brandished the Algerian flag that has been a mainstay of the protests but some also carried the Berber colours despite a ban on the minority’s flag imposed this week by army chief General Ahmed Gaid Salah, Algeria’s strongman since Bouteflika’s ouster. (Photo by RYAD KRAMDI / AFP)

Le elezioni parlamentari del 12 giugno avevano l’obiettivo di dare legittimità al regime, ponendo fine a due anni di movimento (hirak) rivoluzionario. Invece, nonostante una repressione capillare durante il voto, il boicottaggio ha avuto una partecipazione di massa.

L’hirak ha scosso la società algerina, a partire dal 22 febbraio del 2019. Un movimento di massa di lavoratori, poveri e studenti è esploso e ha fermato il tentativo del presidente Bouteflika di essere rieletto per la quinta volta consecutiva. Il movimento rivoluzionario ha coinvolto milioni di persone in manifestazioni di massa in tutto il paese, scatenando una serie di scioperi dei lavoratori. Due mesi dopo Bouteflika è stato costretto a dimettersi – una vittoria iniziale per il movimento. Nonostante questo, anche se quest’ultimo è uscito di scena, il regime è rimasto in piedi.

L’hirak ha sollevato delle richieste democratiche, ha combattuto contro la corruzione e per i diritti nazionali dei Berberi nella regione della Cabilia, ma è stato anche un movimento per apportare cambiamenti profondi nella società. Ha portato a galla tutta la rabbia accumulata verso l’hogra – l’ingiustizia e l’abuso di potere – che subiscono regolarmente le masse da parte del regime. È stato anche un modo di dare voce ai giovani senza futuro, centinaia di migliaia di persone condannate all’harga – il passaggio illegale attraverso il mare per cercare un futuro migliore in Europa rischiando la vita.

Il movimento ha dimostrato un’estrema resilienza e resistenza, con manifestazioni di massa ogni venerdì, e cortei studenteschi ogni martedì. Purtroppo ha una carenza nelle strutture, nell’organizzazione e sopratutto non ha un chiaro programma né una strategia.

L’arrivo della pandemia di Covid-19 nel marzo del 2020 ha fermato la consuetudine delle manifestazioni settimanali. Ma quella che il regime sperava fosse la fine del movimento ha dimostrato di essere soltanto una tregua temporanea. Nel febbraio del 2021, il secondo anniversario dell’hirak, c’è stato il ritorno delle manifestazioni settimanali, incuranti della repressione poliziesca. Il ritorno del movimento è stato accompagnato da un’ondata di scioperi (lavoratori delle poste, sanitari, ecc.) in un paese colpito duramente dalla pandemia e dalla crisi economica. Il PIL è crollato del 6% aggravando tutti i problemi già esistenti prima della pandemia.

A maggio il governo ha deciso di proibire i cortei del venerdì e la massiccia presenza delle forze dell’ordine ha fermato i manifestanti in Algeria, anche se nella regione della Cabilia le proteste sono proseguite. Questo si è combinato con una grande ondata di repressione decisa a distruggere il movimento una volta per tutte, ristabilendo l’autorità del governo di Tebboune.

I primi due tentativi del regime di legittimarsi sono falliti a cause della campagna di boicottaggio di massa dell’hirak. Il 12 dicembre 2019, le elezioni politiche sono state sconfitte dal movimento. Secondo le fonti ufficiali, solo il 39% degli aventi diritto si è presentato alle urne. È molto probabile che il vero dato sia sotto il 10%. Queste sono state le elezioni che hanno eletto come presidente Tabboune. Lui è un chiaro rappresentate del regime, essendo stato ministro e primo ministro sotto la presidenza Bouteflika.

Il regime ha tentato nuovamente di recuperare legittimità tramite il referendum costituzionale del 1 novembre 2020. Ancora una volta il movimento di massa ha organizzato un boicottaggio. Secondo le fonti ufficiali, solo il 23% si è recato alle urne – un ennesimo disastro.

Le elezioni parlamentari del 12 giugno erano un test cruciale per Tebboune e i generali, che continuano a mantenere l’apparato statale stretto nelle loro mani. Il regime ha lanciato una campagna di menzogne e falsità contro l’hirak, descritto come un “magma contro-rivoluzionario” al soldo delle potenze straniere. Inoltre, dopo la proibizione dei cortei settimanali del venerdì, oltre 2.000 attivisti sono stati fermati e 200 arrestati. Molti partiti di opposizione sono stati attaccati da procedimenti giudiziari, e ce n’è uno in corso per rendere illegale il Partito Socialista dei Lavoratori (PST) e per chiudere le sue sedi. Tre dirigenti in vista dell’hirak sono stati arrestati alla vigilia delle elezioni.

Niente di tutto ciò ha fermato il movimento che ha portato a un solido boicottaggio anche di queste elezioni. I maggiori partiti di opposizione hanno chiesto il boicottaggio, inclusi: i socialdemocratici del FFS, il PST e il PT di origine trotskista, i comunisti del PLD e i liberali del RCD. Il boicottaggio è stato particolarmente significativo nella regione della Cabilia, dove molti seggi sono stati chiusi, e i manifestanti hanno distrutto le cabine elettorali gettando al vento le schede elettorali. A Bejaïa, in migliaia hanno scesi in corteo il giorno prima per esprimere il loro rifiuto delle elezioni e chiedere la caduta del regime. Qui le fonti ufficiali parlano di 4.000 votanti a fronte di 500.000 aventi diritto.

Le urne si sono aperte alle 8 e i dati ufficiali sull’affluenza hanno mostrato una partecipazione inferiore al 4% alle 10.00 e solo al 14% alle 16.00: un completo disastro per il regime, che ha deciso di tenere le urne aperte per un’altra ora. Alla chiusura delle votazioni alle 20.00, hanno annunciato una partecipazione “media” del 30%, un dato a cui nessuno ha creduto. Il trucco è stato nell’utilizzo della parola “media” – in altre parole, l’affluenza in ogni circoscrizione era stata calcolata senza tenere conto del numero di elettori in ciascuna di esse. Alla fine, il dato ufficiale sull’affluenza dato dall’autorità elettorale è stato appena del 23,03%, il più basso nella storia dell’Algeria e persino inferiore al dato ufficiale dato per il referendum costituzionale del 2020. Tra le 5,6 milioni di schede, oltre un milione di voti sono stati annullati. L’intera Cabilia ha voltato le spalle alle elezioni, con un’affluenza a Bejaïa di appena lo 0,79% e a Tizi Ouzu di appena lo 0,62%.

Il risultato di questa elezione illegittima ha portato alla “vittoria” l’ FLN, con 105 seggi sui 407 totali – una perdita di 59 seggi. Al secondo posto gli indipendenti con 78. Al terzo posto c’è l’ MSP, legato ai Fratelli Musulmani con 64 seggi, che raddoppia il risultato precedente, e quarto è l’altro principale partito di regime, l’RND, che ha eletto 57 parlamentari, una calo di 43. Ciò significa che anche tra la piccola minoranza che ha votato, i partiti legati al regime sono stati puniti duramente.

La principale conclusione che possiamo trarre da queste elezioni è che il tentativo di Tebboune di legittimare la sua “nuova Algeria”, una semplice riproposizione del regime dei generali, è fallito. La transizione dall’alto non è stata portata a termine in quanto le masse rimangono irrequiete e continuano a chiedere un vero cambiamento.

D’altra parte, nonostante la sua enorme forza e vitalità, rimangono i limiti del movimento rivoluzionario: non c’è una chiara direzione politica e nessuna struttura democratica. Il carattere spontaneo del movimento sta rivelando i suoi limiti. Ha saputo mettere alle corde il vecchio regime, ma non ha ancora sferrato il colpo di grazia. Il regime rimarrà in sella, attuando solo cambiamenti di superficie a meno che non venga rovesciato dal movimento di massa.

L’obiettivo del movimento è chiaramente il completo rovesciamento del regime. Ciò può essere ottenuto solo attraverso un’azione di massa che culmini in uno sciopero generale rivoluzionario, che paralizzi la società e colpisca al cuore il potere economico dei generali e dei capitalisti. La creazione di comitati democratici eletti dalle assemblee di massa in tutti i luoghi di lavoro, università e scuole, villaggi e quartieri popolari e operai darebbero al movimento un carattere organizzato, che non è in contraddizione con il suo essere un movimento democratico di massa. I delegati potrebbero essere eletti per coordinare i comitati a livello comunale, provinciale e infine a livello nazionale.

Le rivendicazioni democratiche del movimento (libertà di espressione, di organizzazione, di sciopero, giustizia per le vittime della repressione del regime) vanno coniugate con le rivendicazioni nazionali (rispetto della lingua e della cultura degli Berberi, libertà dall’ingerenza imperialista) ma anche, soprattutto, con le rivendicazioni sociali ed economiche (posti di lavoro per tutti, un salario minimo dignitoso, espropriazione dei guadagni illeciti dei generali e di altri funzionari del vecchio regime, espropriazione delle multinazionali, difesa della nazionalizzazione delle risorse naturali.)

Se la rivoluzione algerina si limitasse a rimuovere dal potere i funzionari del vecchio regime, presto deluderebbe le aspettative della massa dei lavoratori e dei giovani, come abbiamo visto in Tunisia. Il grido di battaglia deve essere quello della rivoluzione permanente. La lotta per le rivendicazioni democratiche e nazionali può essere vinta seriamente solo dal movimento rivoluzionario del popolo con la classe operaia che svolge un ruolo guida. Una volta che la classe operaia prende il potere non può fermarsi alle rivendicazioni democratiche e nazionali, ma deve anche colpire le proprietà dei capitalisti che stanno al fianco dei generali e le proprietà delle multinazionali che dissanguano il paese condannando i giovani alla migrazione forzata. Una rivoluzione vittoriosa in Algeria non si fermerebbe ai suoi confini, ma eserciterebbe immediatamente una forte attrazione sui lavoratori e sui giovani di tutto il mondo arabo, a cominciare dai suoi vicini, Marocco e Tunisia.

Solidarietà al PST – dichiarazione della Tendenza Marxista Internazionale

La Tendenza Marxista Internazionale respinge i recenti attacchi contro il Parti Socialiste des Travailleurs algerino. Le minacce del regime algerino di mettere fuorilegge il PST e chiudere le sue sedi fanno parte di una generale ondata di repressione contro gli Hirak in vista delle elezioni illegittime del 12 giugno.

La lotta coraggiosa e tenace dei lavoratori e dei giovani algerini negli ultimi due anni è riuscita a far dimettere l’odiato Bouteflika, ma il regime è ancora al suo posto. Il PST e l’Hirak sono un ostacolo al compimento di una transizione ai vertici volta a dare al regime una “facciata democratica”, ed è per questo che sono sotto attacco.

Respingiamo questa repressione ed esprimiamo la nostra piena solidarietà con il PST e le masse algerine nella loro lotta per i diritti democratici e per la liberazione dal giogo dell’imperialismo e del capitalismo. Non staremo in disparte mentre il regime calpesta i diritti democratici conquistati dalle masse in lotta.

Giù le mani dal PST!
Libertà per tutti i prigionieri politici!
Viva l’Hirak, viva la rivoluzione algerina!
Un’offesa ad uno è un’offesa a tutti!

Londra, 4 giugno.

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