Alcatel-Flextronic – Una sconfitta per i lavoratori interinali

I lavoratori di Alcatel-Lucent Trieste hanno detto sì all’accordo di acquisizione proposto dall’americana Flextronics il 23 giugno. 459 sì contro 34 no, una vittoria apparentemente schiacciante. Mancano però all’appello 278 lavoratori che non hanno partecipato alla votazione. Un’astensione difficilmente riconducibile alle ferie estive e frutto di un accordo che sul futuro dei lavoratori somministrati tace. Quello proposto ai sindacati da Flextronics è nei fatti un accordo che propone l’assorbimento totale della manodopera stabile (314 dipendenti) e l’assunzione di cento lavoratori interinali, con garanzie che dai tre anni iniziali passano a cinque ed escludono procedimenti di licenziamenti collettivi.
Il problema è che il licenziamento collettivo è già in atto: dall’accordo sono infatti totalmente esclusi circa 300 lavoratori interinali attualmente in produzione. L’estensione delle garanzie a cinque anni ha fatto cantar vittoria ai sindacati che però dimenticano che la sorte per i somministrati “eccedenti” è semplicemente il mancato rinnovo del contratto. Inoltre la diminuzione effettiva di forza lavoro è maggiore rispetto alla diminuzione di produzione prevista dall’accordo e questo può significare una sola cosa: l’aumento dei carichi di lavoro. Il riassorbimento dei lavoratori “tutelati” come quello dei cento interinali avverrà poi, con ogni probabilità, con il contratto a tutele crescenti del Jobs act.
La garanzia di non ricorrere a licenziamenti collettivi (nei primi cinque anni) cozza quindi con uno strumento, quello del nuovo contratto, che non dà garanzia alcuna contro i licenziamenti individuali. Niente impedirà all’azienda di licenziare singoli lavoratori, magari quelli sindacalizzati che hanno condotto la lotta contro la dismissione della fabbrica. Il referendum interno riflette allora uno stato d’animo fortemente contradditorio frutto di un’insicurezza sul futuro dei lavoratori interinali. Se, con grande probabilità, i dipendenti di Alu hanno accettato le proposte dell’azienda questo non significa certo un voltafaccia improvviso da parte di chi ha condotto una mobilitazione esemplare fatta di scioperi ad adesione totale e blocco delle merci durato 15 giorni. Nei fatti, dopo la “distensione” nei rapporti tra azienda e lavoratori (garantita con il ricatto nei confronti dei lavoratori più deboli contrattualmente) i sindacati hanno giocato una partita tutta interna alla logica dell’azienda, sprecando il potenziale di mobilitazione che avrebbe potuto ribaltare i rapporti di forza in gioco.
Davanti ai lavoratori che ieri si sono espressi in assemblea non c’era la controproposta dei sindacati ma solamente la proposta dell’azienda. Una situazione che per molti ha significato “mangiare la minestra per non saltare dalla finestra”. Dal novero delle possibilità i vertici sindacali hanno escluso quello di riprendere la mobilitazione. La nostra impressione è che questo accordo non tuteli nessuno, nemmeno chi ha ritenuto di votarlo perché rientrante in quella quota di stabilizzati.
È innanzitutto una sconfitta sul piano della tutela dei lavoratori interinali che si tramuterà in un duro colpo anche per l’indotto, soprattutto la mensa. E per i dipendenti significa avere oggi la possibilità, grazie al governo Renzi, di essere demansionati e licenziati a piacimento dell’azienda. I più ottimisti accettano il compromesso, rimandando al futuro la necessità di verificare la validità delle promesse fatte. Ma oggi la volontà del padrone ha la forza della legge, grazie a Renzi e ai suoi fedeli portaborse, in primis Debora Serracchiani. Riprendere oggi una mobilitazione efficace lo si può fare solo se il sindacato, e la Fiom soprattutto, sarà in grado di legare la salvaguardia dei livelli occupazionali con il rifiuto del Jobs act. Altrimenti significherà accettare la lenta dismissione dello stabilimento triestino, finalmente fuori dai riflettori della stampa.

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