1 Agosto 2022 Matilde Porcari

Agosto 1922 – L’offensiva squadrista e le barricate di Parma

Se nel 1919 i fascisti sono ancora una forza marginale, come dimostra il risultato delle elezioni di Milano, la situazione cambia rapidamente e tragicamente nel 1921.

Le lotte del Biennio rosso si erano concluse con un compromesso che non rappresentava una vittoria per nessuna delle parti in causa: da una parte il movimento operaio che aveva sfiorato la possibilità della presa del potere, sfumata senza una guida rivoluzionaria. Dall’altra parte il padronato, che avrebbe voluto vedere le fabbriche sgomberate dall’esercito.

Il piano di Giolitti era invece quello di integrare il Partito socialista nel governo, neutralizzando il movimento operaio con la complicità dei suoi stessi dirigenti. Tuttavia un’adesione dei socialisti al governo avrebbe spaccato in due il partito e in quel frangente l’ala di Turati era in minoranza. La base del partito seguiva la fraseologia rivoluzionaria, seppur astratta, della maggioranza massimalista.

La borghesia, terrorizzata dallo spettro della rivoluzione, non intendeva più aspettare. Se il governo Giolitti non era in grado di riportare l’ordine arruolando i socialisti nel governo, la borghesia avrebbe trovato altri mezzi.

 

L’offensiva squadrista

Lo squadrismo attinge la sua base sociale dal ceto medio impoverito, dai contadini ma anche da elementi sottoproletari attratti dalla fraseologia demagogica del fascismo “della prima ora”. La piccola borghesia, per la sua posizione nella società, a metà strada tra i capitalisti e i lavoratori, ondeggia fra queste classi. Dopo la prova di impotenza data dai dirigenti socialisti e della CGL nell’autunno 1920, essa si rivolge a destra e diventa la colonna portante del supporto al movimento fascista.

Se i Fasci di combattimento furono un’organizzazione armata formalmente indipendente dallo Stato, resta comunque evidente l’appoggio della borghesia e degli apparati statali stessi.

In un primo momento lo squadrismo nasce come fenomeno prevalentemente urbano, finanziato dall’industria pesante. Ma sarà tramite il legame che i fascisti creano con i possidenti terrieri che si compirà un salto di qualità.

Solo nella pianura padana, dove comincia l’avanzata dello squadrismo, nella prima metà del 1921 vi furono 726 attacchi e quasi 600 furono le persone uccise, in gran parte militanti socialisti e sindacali. Gli obiettivi sono le Camere del Lavoro, le sedi socialiste, i municipi con maggioranza socialista, le leghe bracciantili. Col terrore si impongono nuovi contratti di lavoro a favore degli agrari, si uccidono o si costringono alla fuga i militanti più attivi del movimento operaio.

Lo squadrismo dilaga con l’appoggio aperto dell’esercito e della forza pubblica. Vengono fornite alle Camicie nere armi, reclute e quadri tra gli ufficiali in corso di smobilitazione. In alcune situazioni l’esercito e i Fasci agirono congiuntamente. È il caso di Trento, ad esempio, dove la fanteria assieme alle camicie nere attacca i lavoratori in sciopero. A Firenze, carabinieri e Guardie regie intervengono a difesa dei fascisti quando questi rischiano di essere sopraffatti dalle forze operaie.

 

Il movimento operaio di fronte allo squadrismo

Nelle elezioni del 1921 i fascisti, inseriti nelle liste del Blocco nazionale (giolittiani, nazionalisti, fascisti e altri, coalizzati in funzione antisocialista) conquistano 35 seggi nella Camera dei deputati. Mussolini comincia un’operazione di “istituzionalizzazione” del suo movimento per farne un’opzione politica percorribile per la borghesia. In questo contesto va inquadrato il “patto di pacificazione” un accordo tra i fascisti e i rappresentanti locali delle organizzazioni operaie per una graduale interruzione dell’offensiva squadrista. In realtà il patto paralizza le forze socialiste, ma non quelle fasciste (basti pensare agli attacchi nel ravennate da parte di tremila squadristi guidati da Italo Balbo). L’offensiva squadrista ebbe solo un rallentamento, per tornare alla ribalta dopo il congresso fondativo del Partito nazionale fascista.

La risposta dei socialisti rivela l’incapacità di comprendere la tattica di Mussolini e la natura stessa dello Stato cui affidavano ancora il compito di difesa della classe operaia. Queste le parole d’ordine ai lavoratori: “Restate nelle vostre case, non rispondete alle provocazioni! Anche il silenzio, anche la viltà sono talvolta eroici! Disponendo di appoggi nell’apparato statale, i socialisti ricevono varie volte offerte di armi per proteggersi dai fascisti, ma respingono queste offerte affermando che difendere i cittadini contro la violenza armata di altri cittadini è compito dello Stato”. [enfasi nostra]

 

Gli Arditi del popolo

L’arditismo nasce in guerra, dove gli arditi sono truppe d’assalto selezionate, impiegate in azioni rischiose ma sottratte agli obblighi più logoranti della vita di trincea. Un corpo separato dalla massa della fanteria, composta soprattutto da contadini, che attira e alimenta un gran numero di avventurieri. La tendenza all’eversione che caratterizzava questi gruppi si accentuò al ritorno dal fronte, con le difficoltà di un ritorno ad una “normalità” in cui la crisi dilagava, la svalutazione della lira era alle stelle, la disoccupazione montava.

In un primo momento si lega al nascente fascismo: si prenda ad esempio la nascita a Milano, roccaforte mussoliniana, della “Fondazione degli Arditi”, che di fatto vedeva una sovrapposizione dei militanti con i Fasci di combattimento. Tuttavia non va stabilita una relazione univoca e lineare tra arditismo e fascismo. Fin da subito, non sono rari i dissensi anche tra gli arditi più vicini al fascismo.

È soprattutto a seguito del fallimento dell’impresa di Fiume che fra gli arditi si delinea la differenziazione tra “dannunziani avventurieri” e quelli che si legano a Mussolini.

Ma l’arditismo non si esprime solo a destra. Il 27 giugno del 1921 nascono a Roma gli Arditi del Popolo, suscitando fin da principio l’entusiasmo e la partecipazione dei lavoratori che il 6 luglio rispondono all’appello a manifestare contro i fascisti all’Orto botanico. Il giorno dopo il comandante e fondatore degli Arditi, Argo Secondari, sarà intervistato da L’Ordine nuovo (il giornale di Gramsci). Traspare la simpatia con cui il giornale comunista saluta questa nuova organizzazione. Con lo stesso atteggiamento si pongono i militanti dei partiti proletari: in numerose città si cominciano a formare circoli che raggruppano intorno agli Arditi del Popolo ex combattenti, giovani delle ultime leve e militanti socialisti e comunisti. A Torino si proclamano Arditi del Popolo i componenti delle Guardie rosse, con la costituzione di un plotone di trecento operai armati, di estrazione comunista, socialista e anarchica.

Ci sarebbe il potenziale per un fronte unico di autodifesa fra tutte le organizzazioni del movimento operaio. Ma i dirigenti del PSI, completamente immersi nelle loro illusioni pacifiste e istituzionali, si dichiarano estranei.

Nel 1921 l’Internazionale Comunista aveva posto al centro della sua tattica proprio la costruzione del Fronte Unico. Tuttavia il neonato Partito Comunista d’Italia, pur avendo giustamente attaccato il patto di pacificazione, cade in un chiaro errore di settarismo. Ai militanti comunisti si dà istruzione di distaccarsi dagli Arditi del Popolo e di promuovere organizzazioni di autodifesa formate da soli comunisti, organi sparuti e scollegati dalle masse, che non erano in grado di contrastare le squadracce fasciste.

Incapaci ascoltare i settori più avanzati della classe operaia, che chiamavano a resistere, a organizzarsi e armarsi contro il fascismo, con queste scelte i dirigenti del movimento operaio firmarono la propria condanna e quella dell’intera classe lavoratrice, regalando al fascismo un ventennio per compiere orribili atrocità.

 

Le barricate di Parma

Il 31 luglio 1922 viene dichiarato lo “sciopero legalitario”. L’obiettivo, in linea con la posizione dei socialisti, è quello di convincere le autorità ad intervenire, rifiutando il principio dell’autodifesa. Ma la sconfitta dell’occupazione delle fabbriche nel settembre 1920, l’impotenza e le divisioni dei dirigenti del movimento operaio, la paralisi di fronte all’offensiva fascista hanno ormai generato una profonda delusione nelle masse, che hanno perso fiducia tanto in se stesse che nelle loro organizzazioni.

Su queste basi lo sciopero fallì, con i fascisti che ovunque avevano la meglio sui lavoratori. Solo in due casi le cose andarono diversamente: nei quartieri popolari di Bari e Parma.

Alla resistenza di Parma contribuiscono diversi fattori specifici. Prima della guerra era significativa la presenza del “sindacalismo rivoluzionario”, ovvero di quei militanti che avrebbero poi aderito convintamente alla guerra, persuasi che fosse una importante occasione per un cambiamento sistemico del paese (non comprendendone invece il carattere imperialista).

Dopo la guerra, nonostante la maggioranza socialista raggiunta nella Camera del lavoro e la crescita del PSI, come ebbe a dire Tasca “l’affermarsi dell’influenza socialista nella città di Parma era del tutto recente e gli operai mantenevano un certo spirito di indipendenza, se non di diffidenza” verso i dirigenti dei partiti operai tradizionali.

Guido Picelli

Il percorso politico di Guido Picelli, ex combattente a capo delle Barricate di Parma, rispecchia queste peculiari condizioni. Di ritorno dalla guerra diviene un esponente di primo piano del PSI, eletto parlamentare nel 1921. Questo nonostante già nel 1920 fosse tra i fondatori delle Guardie rosse, formazione invisa ai socialisti, a dimostrazione della relativa indipendenza dei militanti parmensi rispetto ai dettami del partito.

Per le sue posizioni lontane sia dalla tradizione riformista che dal settarismo, Picelli venne spontaneamente riconosciuto dai lavoratori parmensi come il dirigente che poteva unire il fronte operaio, consentendogli di creare una sezione ben organizzata e attiva degli Arditi del Popolo.

All’alba del 2 agosto 1922 affluirono in città circa 15mila fascisti per stroncare lo sciopero che andava avanti da due giorni. Balbo e le sue truppe, arrivati la sera stessa, trovarono sul loro cammino la popolazione operaia e gli Arditi del Popolo che, seppure in netta inferiorità numerica e armati alla bell’e meglio, erano decisi ad opporre una strenua resistenza.

Non appena Picelli ebbe notizia dell’arrivo dei fascisti convocò i capisquadra e i capigruppo per organizzare la difesa: furono erette barricate e scavate trincee nei quartieri popolari Oltretorrente e Naviglio. Nei punti strategici fu minato il sottosuolo. La zona fu divisa in quattro settori e ogni squadra contava otto/dieci uomini, tra combattenti e ausiliari. I poteri furono assunti dal Comando degli Arditi, costituito da pochi operai eletti, che si ripartirono la direzione delle branche di servizio (difesa e ordinamento interno, approvvigionamenti, sanità). I campanili venivano utilizzati come torri di guardia. Le donne avevano pentole piene di petrolio e benzina da dare alle fiamme. In poche ore i rioni popolari della città erano trincerati con barricate fatte con ogni materiale di fortuna.

A scendere nelle strade non furono solo i combattenti, tutta la popolazione proletaria partecipò. Lo stesso Picelli raccontò come la resistenza fu partecipata da uomini, donne, bambini, persone di ogni età.

Di fronte alla resistenza i fascisti pretesero l’intervento dell’esercito, ma l’atteggiamento che gli insorti tennero nei confronti dei soldati fu esemplare: invece che sparargli, fraternizzarono con loro. Questo fece infuriare i fascisti che ripresero le ostilità con la nuova offensiva in Oltretorrente, terminata con la morte di 39 fascisti e il ferimento di altri 150 e con solo 5 morti e qualche ferito dalla parte dei difensori. Balbo, su consiglio dello stesso Mussolini, fu costretto alla ritirata.

La vittoria militare fu il riflesso di una vittoria politica. L’unità del fronte operaio (composto da sindacalisti e anarchici, socialisti e comunisti, compresi i loro stessi dirigenti locali) fu fondamentale anche per riunire sotto le bandiere dell’organizzazione gli ex combattenti e gli interventisti, così come la piccola borghesia. Fu proprio l’egemonia della classe operaia che in quelle giornate portò la resistenza alla vittoria. Le modalità con cui la battaglia di Parma fu condotta ci indica ancora la via: solo la classe lavoratrice unita e determinata può cambiare il corso della storia.

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