8 maggio 2018

A rotta di collo verso nuove elezioni?

Mentre scriviamo la crisi politica entra in una fase nuova e ancora più convulsa. Il presidente Mattarella, prendendo atto dei veti incrociati dei principali partiti, sta cercando di dare vita a un cosiddetto “governo di garanzia”, che avrebbe come unici obiettivi il traghettamento verso nuove elezioni e il varo della legge di bilancio per il 2019. Parliamo di un “governo del presidente” che quasi certamente non otterrebbe la fiducia in Parlamento; sarebbe la prima volta che una legislatura muore prima ancora di nascere. La credibilità delle istituzioni borghesi è al minimo storico.

Mattarella vagheggia che questo governo possa poi lasciare il campo a un governo politico che arrivi almeno alla primavera 2019 e ci proveranno in tutti i modi, ma al momento l’ipotesi non ha seri punti d’appoggio.

Si procede a rotta di collo verso nuove elezioni, e per di più senza nemmeno un paracadute, visto che votando a breve con questo sistema elettorale, il risultato potrebbe non cambiare in maniera sostanziale.

 

Gli effetti del 4 marzo

La paralisi non è il prodotto della testardaggine personale di un Di Maio o di un Salvini, ma del terremoto politico del 4 marzo. Il paragone che possiamo azzardare è con la transizione alla Seconda repubblica tra il 1991 e il 1994. In quell’occasione andarono in frantumi gli equilibri su cui si era retto il sistema dal dopoguerra.

Oggi sono in crisi profonda i due pilastri su cui si sono retti i governi di centrodestra e di centrosinistra negli ultimi 25 anni, il Partito democratico e Forza Italia. Non solo: anche l’ipotesi di un governo tecnico è un’arma spuntata.

La borghesia italiana infatti, per prevenire scenari simili a quelli greci e spagnoli, vale a dire un’esplosione generalizzata della lotta di classe e delle mobilitazioni sociali, alla fine del 2011 aveva imposto il governo Monti, un governo di unità nazionale con l’appoggio dei vertici sindacali. Le conseguenze sulla vita dei lavoratori e dei pensionati le abbiamo subìte sulla nostra pelle. Il governo Letta ha proseguito sulla stessa strada. Tre anni di “unità nazionale” non si scordano facilmente.

Il 4 marzo ha consegnato un messaggio molto chiaro: un No a tutte le forze che hanno governato l’Italia negli ultimi sei anni. In particolare al Pd, che è stato l’architrave di tutti gli ultimi governi. Non a caso a vincere le elezioni sono stati i due partiti che in quel periodo sono sempre rimasti all’opposizione. M5S e Lega sono i vincitori ma non possono governare da soli e devono fare i conti con il mandato fornito da coloro che li hanno votati solo due mesi fa.

Gli appelli alla “responsabilità” cadono sistematicamente nel vuoto proprio per questo: né Salvini né Di Maio sono disposti a bruciarsi ancor più velocemente dei predecessori. Inoltre nessuno dei due è disponibile a fare il gregario dell’altro, soprattutto con la prospettiva di capitalizzare in tempi rapidi a proprio favore l’impasse. La Lega continuerà a prosciugare il bacino di voti di forza Italia e il M5S quello del Partito democratico.

Il vecchio sistema politico sta morendo. La borghesia italiana e internazionale assiste a questo stallo facendo buon viso a cattivo gioco. Se un editorialista del Sole 24 ore commenta in una trasmissione televisiva che “alla fine dei conti, stare senza governo non è così male”, non è perché la classe dominante abbia come nuovo obiettivo l’anarchia, ma perché valuta che ogni governo che si potrebbe formare oggi, dati gli attuali equilibri parlamentari, vivrebbe in una situazione di totale instabilità e precarietà.

 

Non esiste un governo neutrale

In questo senso la crisi italiana ha diversi punti di contatto con la crisi di governabilità di altri paesi europei, come la Spagna o la Germania, dove sono stati necessari diversi mesi per formare un esecutivo. Tuttavia in Spagna e in Germania i due partiti di riferimento della borghesia, Pp e Cdu, pur attraverso diverse difficoltà, non sono in un declino ormai inarrestabile come il Partito democratico in Italia.

Oggi il Pd può proporsi nel migliore dei casi come forza ausiliaria in un ruolo di “responsabile” strumento dei capitalisti, non certo come perno di un governo.

La crisi politica della borghesia italiana è dunque più profonda e soprattutto dai connotati futuri molto incerti. Il tempo concesso ai partiti dal capitalismo italiano e internazionale non è illimitato. Di fronte alle fosche prospettive dell’economia internazionale, nuove politiche di sacrifici dovranno essere imposte anche in questo paese. L’eventuale governo “neutrale” proposto da Mattarella non sarebbe affatto “super partes” ma un governo che difenderebbe gli interessi del capitale.

C’è un altro importante punto di novità. Se analizziamo il paragone con la fine della cosiddetta Seconda repubblica, la situazione delle organizzazioni politiche del movimento operaio è completamente diversa.

Allora esistevano partiti della sinistra , come il Pds e di Rifondazione comunista, dopo lo scioglimento del Pci, che godevano di ampi consensi fra le masse. Ciò forniva alla borghesia una rassicurazione: che le mobilitazioni della classe lavoratrice, e ce ne furono di imponenti all’inizio degli anni ’90, avrebbero trovato dei punti di riferimento “controllabili”, come in effetti avvenne con la vittoria di Prodi e dell’Ulivo nel 1996.

Oggi questa camera di compensazione non esiste più. La scomparsa dei partiti di massa della classe operaia (e con i vertici sindacali ai minimi storici di credibilità) ha rigettato indietro il movimento per tutto l’ultimo periodo, ponendolo in una posizione di attesa o di contestazione passiva a livello elettorale. Ma inevitabilmente conferirà alle future mobilitazioni un carattere più dirompente, senza tutta una serie di freni e di ostacoli imposti dalle burocrazie dei partiti riformisti.

Il terremoto politico del 4 marzo non ha dunque esaurito i propri effetti. Le onde telluriche che esso ha originato hanno dapprima scosso alle fondamenta le certezze della classe dominante, ma si propagheranno presto a tutte le classi, compresa l’unica che può cambiare realmente le cose: la classe operaia, che oggi pare afona, senza capacità di parola.

Prepararci a quel momento, quando i lavoratori rialzeranno la testa e faranno sentire la propria voce è uno dei compiti prioritari della nostra organizzazione e di tutti gli attivisti rivoluzionari.

(8 maggio 2018)

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