22 aprile 2017

A proposito della lotta all’outlet di Serravalle Scrivia

Nel 2012 il famigerato governo Monti liberalizzò giorni e orari dei centri commerciali. Una nefandezza insieme a tante altre (pensioni e articolo 18 della Fornero) che i lavoratori non hanno mai perdonato ai vertici sindacali, che non fecero nulla per contrastarle. Da allora ogni anno con l’avvicinarsi di una festività si accende lo scontro tra i lavoratori e padroni, che pretendono le aperture durante le feste senza discussioni.

Da tempo la prassi dei sindacati è convocare lo sciopero per il giorno di festa in modo che i lavoratori che vogliono rimanere in famiglia possano essere tutelati. Una pratica formalmente ineccepibile ma che nasconde una grande debolezza, perché comunque lo sciopero non sottrae il lavoratore dal ricatto del padrone e perché per il resto dell’anno quegli stessi dirigenti sindacali non affrontano in modo determinato il nodo del problema, che i lavoratori hanno diritto al riposo senza scambi. Vedi per esempio l’accordo sulle domeniche lavorative in Esselunga dell’anno scorso o l’ultimo contratto nazionale della grande distribuzione firmato con Confcommercio. Nonostante ciò i grandi marchi appena possono licenziano, tagliano e spremono ancor di più i lavoratori. La lista è lunga, Auchan, Carefour, Coop, Simply e via così.

C’è un luogo quest’anno dove la vertenza è salita alla ribalta nazionale e i lavoratori hanno preteso a gran voce dai sindacati che per Pasqua lo sciopero fosse uno sciopero vero. Questo posto è l’outlet di Serravalle Scrivia, un immenso centro commerciale, il più grande d’Europa con 2.500 dipendenti di proprietà di una multinazionale americana.

La richiesta che centinaia di lavoratori e lavoratrici hanno rivolto ai sindacati era dettata anche dal fatto che l’outlet di Serravalle rappresenta un concentrato di contratti precari e ritmi di lavoro estenuanti. Nei week end le code delle macchine dei clienti che si recano all’outlet, dalla Liguria, Lombardia e Piemonte, iniziano addirittura dall’autostrada, la A7, a qualche chilometro di distanza. Tantissimi anche i pullman di clienti stranieri che accorrono da tutto il mondo con gite al centro commerciale organizzate dalle compagnie turistiche.

Pure la segretaria della Cgil ha partecipato, in preparazione dello sciopero, a ben due assemblee molto partecipate per ribadire il sostegno della Cgil alla lotta. Assemblee infuocate dove si sono confrontati lavoratori a favore e contro lo sciopero e dove alla fine ha prevalso l’idea di ricorrere anche ai blocchi stradali per rendere lo sciopero più incisivo.

Così ecco il gran giorno, sabato 15 aprile la vigilia di pasqua. Il blocco inizia alle 8.00, insieme ai lavoratori dell’Outlet delegazioni di metalmeccanici della Fiom, alcune forze politiche, diversi lavoratori per solidarietà visto che sono molte le famiglie della zona che hanno qualcuno che lì ci lavora. In totale circa trecento lavoratori. L’inizio è incoraggiante, nessuna ostilità della polizia, i lavoratori che piano piano prendono possesso degli spazi , per molti è il primo sciopero in assoluto, bloccano le rotonde e iniziano a gridare slogan.

I clienti corrono verso l’entrata alla fine del blocco

Per gran parte della mattinata tutto fila liscio, l’outlet è deserto, percorrendo in lungo e in largo le vie che collegano i vari centri commerciali, un’impressionante distesa di cemento costruita in mezzo al nulla, l’effetto dei parcheggi vuoti rafforza la convinzione che lo sciopero sarà un successo. Una grande festa, ogni tanto parte qualche piccolo corteo spontaneo che fa il giro della rotonda o che va a trovare i colleghi al presidio dalla parte opposta del outlet, si parla di 14 i punti vendita chiusi per mancanza di personale. Il commento di tanti è “una cosa così non si era mai vista!”

Ma con il passare delle ore le cose iniziano a cambiare. Iniziano ad arrivare i lavoratori più ricattati e i clienti determinati a fare la spesa nonostante lo sciopero. Passano i minuti e il flusso di gente in marcia sull’outlet a piedi, la polizia ferma le macchine e i pullman all’uscita dell’autostrada e fa proseguire solo a piedi, si fa più intenso.

I lavoratori in sciopero e i metalmeccanici (che in fatto di blocchi hanno sicuramente più esperienza) rafforzano i presidi alle entrate della rotonda per inibire gli avventori dal proseguire. Inizialmente c’è da parte dei manifestanti la speranza che davanti al blocco gli avventori cambino idea. Effettivamente qualcuno gira i tacchi, soprattutto per solidarietà, le prime decine di clienti passano sotto una orda di fischi, poi qualche lavoratore esasperato dalle provocazioni di qualche cliente arrogante (che prende coraggio solo dopo essersi assicurato la protezione della polizia) perde la pazienza e si mette di traverso. Quando i lavoratori tentano di indurire il picchetto, esasperati, i clienti vengono fatti passare da un cordone di poliziotti e purtroppo, ahimè, anche da qualche zelante funzionario sindacale, più preoccupato di dispiacere alla polizia che ai lavoratori. Il tutto dura pochi secondi ma l’episodio è mortificante per chi sta lottando per un diritto di tutti. Come altrettanto triste è stato vedere il funzionario di polizia redarguire il funzionario sindacale che a sua volta redarguisce i lavoratori, i clienti non si bloccano!

La tensione continua a salire, sempre più lavoratori iniziano a chiedersi che senso abbia far tutto quel macello se poi colleghi e i clienti passano senza problemi. Molti clienti sono stranieri e non capiscono proprio la situazione. Non c’è uno straccio di volantino che spieghi le ragioni dello sciopero e che almeno provi a chiedere solidarietà, non c’è neanche un megafono con cui i lavoratori possono parlare ai lavoratori e ai clienti, nel momento cruciale è tutto in mano ai funzionari che alla fin dei conti non vogliono problemi ma così facendo mandano un messaggio demoralizzante.

A quel punto per stemperare la tensione, e per evitare che la critica dei lavoratori verso la direzione sindacale raggiunga toni troppo elevati, viene organizzato il corteo per le strade del centro commerciale. In un baleno il camion con la musica si posiziona e i lavoratori vengono invitati a gran voce a seguirlo, mentre intanto i clienti continuano ad arrivare. Parte così un corteo tanto surreale quanto i parcheggi vuoti, che lascia la rotonda incustodita. E come per magia nel giro di pochi minuti le strade che portano alla rotonda si riempiono di pullman di turisti prontamente scaricati a poche centinaia di metri dai tanto sospirati negozi.

Di fatto per sabato 15 la protesta finisce così, il danno per l’outlet c’è, per quanta gente sia riuscita ad entrare la presenza dei clienti è stata comunque bassa. Martedì 18 i quotidiani si sono scatenati, in testa quelli più ostili allo sciopero come Libero e Il sole 24 ore (organo di Confindustria), hanno gridato a gran voce “Lo sciopero è fallito, il giorno di pasqua solo quattro negozi chiusi!”. Non è vero, di clienti in meno ce ne sono stati e parecchie migliaia, ma è evidente che alla fine lo sciopero non è riuscito come si sperava e che tutto ciò è tornato utile alla multinazionale americana, grazie anche al rocambolesco finale di sabato. Poter dire che lo sciopero è fallito serve per demoralizzare chi si è battuto e dividere i lavoratori.

Per molti si è tratta della prima esperienza di lotta, ancora una minoranza rispetto quanti lì ci lavorano, le aspettative erano sicuramente maggiori, ma questo 15 aprile è stato un giorno importante. L’esperienza di questa lotta è materiale prezioso per i prossimi appuntamenti, a partire, come si diceva al presidio, dalle prossime feste su cui si dovrà tornare a lottare. Questa esperienza ha permesso di prendere le misure ai propri dirigenti e ha iniziato a far capire che per poter veramente vincere bisogna essere ancora più determinati. I colleghi più ricattati non vanno ostracizzati ma convinti e il modo migliore per farlo è dimostrare di avere alle proprie spalle un sindacato che ti difende 360 giorni all’anno e che non ti rimprovera davanti alle lamentele del poliziotto. Forse non c’erano le condizioni per bloccare realmente, forse le condizioni c’erano ma lo si è scoperto troppo tardi, la cosa certa è che oggi molti più lavoratori sanno che la prossima volta si dovrà discutere prima anche di questo e chi è delegato a decidere sul campo nei momenti decisivi. Nei prossimi mesi la tensione tra lavoratori e multinazionale tornerà a crescere, l’azienda si sente più forte e continuerà ad essere arrogante, il tempo a disposizione per preparare la prossima lotta c’è ma questo tempo dovrà essere usato preziosamente alla luce di queste giornate.

 

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