A cento anni dalla morte di Jack London

Jack London moriva il 22 novembre 1916, esattamente cento anni fa. In suo ricordo, ripubblichiamo una nostra recensione di uno dei suoi capolavori, Il tallone di ferro, e una lettera che Trotskij scrisse alla figlia Joan, elogiando l’opera del padre, uno dei più grandi scrittori americani.

Jack London: Il tallone di ferro – un romanzo profetico

Su uno sfondo romanzesco, Jack London abbozza il racconto di una tranche de vie di tutta la classe operaia americana, dalle avvisaglie discrete di un’insurrezione fino all’indomani della sua sanguinosa disfatta.

Ora, ed è l’aspetto più sorprendente, quest’opera fu scritta intorno al 1907, e colloca l’azione fra il 1914 e il 1918: così, in un’epoca in cui il riformismo e il pacifismo costituivano la dottrina ufficiale della stragrande maggioranza dei dirigenti socialisti contemporanei di Jack London, quest’ultimo delineava al contrario la prospettiva di un colossale confronto tra i capitalisti e la classe operaia, nel corso del quale riformismo e pacifismo sarebbero, di fatto, polverizzati sotto il “tallone di ferro” – espressione con la quale l’autore designa la classe dirigente e i suoi vari rappresentanti.

Era facile, nel 1907, come hanno fatto i riformisti, accusare il romanzo di pessimismo e concludere che dopo tutto non si trattava che di una finzione, che l’autore aveva un’immaginazione molto cupa, e che loro, i socialisti, tenevano saldamente in mano le vere redini del progresso sociale. Ma questa critica non regge, e infatti non affronta realmente il romanzo. Perché Jack London non si accontenta di supporre arbitrariamente la possibilità di una grave disfatta della classe operaia, ma, al contrario, descrive il processo storico e politico che conduce ad essa.

image_book-phpEgli mette in luce la sottomissione fondamentale dell’intero sistema capitalista agli interessi della classe economicamente dominante, e questo nonostante il capitalismo sia tenuto a dare senza sosta l’illusione di poggiare su delle strutture democratiche trasparenti. Jack London mostra come la stampa, la giustizia, il sistema educativo e le istituzioni politiche, una volta slegati dalle forme dell’indipendenza di cui si fregiano, si rivelano fortemente imprigionati. Ora, proprio perché sono strumenti di dominio, un dirigente socialista ha il dovere di avere una giusta comprensione del loro ruolo e della possibilità di utilizzarli, così come sono in un regime capitalista, a vantaggio del movimento operaio. Sul piano politico, il pericolo consiste nel non vedere i limiti degli ingranaggi ufficiali, o “costituzionali”, del potere. Quando la situazione lo esige, perché ne va del suo potere, la classe dominante non esita a spazzar via la sacrosanta costituzione, per sostituire ad essa le forme politiche con il grado di repressione di cui ha bisogno. A più riprese, il personaggio principale del romanzo, Ernest Everhart, dirigente lucido del movimento operaio, cerca di liberare i suoi compagni dall’idea che di vittoria elettorale in vittoria elettorale, passo dopo passo, una legge dopo l’altra, i socialisti trasformeranno il mondo, per alzata di mano, dall’alto del loro seggio parlamentare. Invano. Ed è proprio lo spettro del riformismo che sentiamo aggirarsi, alla fine del romanzo, lungo le strade di Chicago ingombre di lavoratori massacrati.

La storia ha ampiamente confermato la prospettiva storica de Il tallone di ferro. Ma la lucidità profetica di quest’opera raggiunge il suo apice nella descrizione dei meccanismi del potere dittatoriale che si organizza per contrastare la spinta del movimento operaio. Vi si riconosce in effetti la fisionomia sociale e politica di ciò che fu il fascismo: il suo regime di terrore, l’estensione dei poteri della polizia e dell’esercito, il violento rigetto delle organizzazioni operaie nell’illegalità, e infine la formazione di un’“aristocrazia operaia” che serva da serbatoio sociale alla reazione. A questo proposito, contro tutti gli storici della domenica (il cui studio della storia è talvolta, ahimé, la loro attività principale) che interpretano il fascismo come l’irruzione improvvisa e irrazionale di un fenomeno di follia collettiva, bisogna notare che uno scrittore socialista ha saputo anticiparne certe caratteristiche fondamentali, quando niente di concreto, nella sua epoca, lo preannunciava.

Il tallone di ferro ha altre qualità: il suo stile è vivace e attraversato da immagini molto belle; certi dialoghi, e soprattutto quelli che oppongono Ernest ai cantori del capitalismo, sono l’occasione di esposizioni vive, e spesso molto divertenti, di alcuni punti della teoria marxista. Ma ora che, in Francia e altrove, i dirigenti politici e sindacali del movimento operaio ci servono ancora il piatto del riformismo, mille volte riscaldato e mille volte rigettato dalla Storia, è senza dubbio la dimensione rivoluzionaria de Il tallone di ferro che ne fa un’opera attuale.

Jerome Metellus
12 settembre 2012


La lettera di Lev Trotskij a Joan London

Cara compagna,

provo una certa confusione a confessarvi che soltanto in questi ultimi giorni, cioè con un ritardo di trent’anni, ho letto per la prima volta Il tallone di ferro di Jack London. Questo libro ha prodotto in me, e non esagero, una viva impressione.

Non soltanto per le sue qualità artistiche: la forma del romanzo non serve che da cornice all’analisi e alla previsione sociale. L’autore è volutamente molto parco nell’uso dei mezzi artistici. Ciò che lo interessa non è il destino individuale dei suoi eroi, ma il destino del genere umano. Con ciò non voglio però assolutamente diminuire il valore artistico dell’opera e soprattutto dei suoi ultimi capitoli, a partire dalla comune di Chicago. Non è questo l’essenziale. Il libro mi ha colpito per l’arditezza e l’indipendenza delle sue previsioni nel campo della storia.

Il movimento operaio mondiale si è sviluppato alla fine del secolo scorso e all’inizio del secolo attuale sotto il segno del riformismo. Una volta per sempre sembrava stabilita la prospettiva di un progresso pacifico e continuo della fioritura della democrazia e delle riforme sociali.

Certo, la rivoluzione russa sferzò l’ala radicale della socialdemocrazia tedesca e diede per qualche tempo un vigore dinamico all’anarco-sindacalismo francese. Il tallone di ferro porta d’altra parte il marchio inequivocabile dell’anno 1905. La vittoria della controrivoluzione si affermava già in Russia quando apparve questo libro notevole. Sul campo mondiale la disfatta del proletariato russo diede al riformismo non solo la possibilità di riconquistare le posizioni per un attimo perdute ma anche i mezzi per sottomettere completamente a se stesso il movimento operaio organizzato. Basta ricordare che proprio durante i sette anni seguenti (dal 1907 al 1914) la socialdemocrazie internazionale raggiunse finalmente la maturità sufficiente per giuocare il suolo basso e vergognoso che le fu proprio durante la guerra mondiale.

jack_london2Jack London ha saputo tradurre,  da vero creatore, l’impulso dato dalla prima rivoluzione russa e ha saputo anche riesaminare nel suo insieme il destino della società capitalistica alla luce di questa rivoluzione. Si è soffermato in maniera del tutto particolare sui problemi che il socialismo ufficiale di oggi considera definitivamente sepolti: la crescita della ricchezza e della potenza a un polo della società, della miseria e delle sofferenze all’altro polo. L’accumulazione dell’odio sociale, l’aumento irreversibile di capitalismi sanguinosi, tutte queste questioni Jack London le ha sentite con spirito intrepido che ci costringe continuamente a domandarci con stupore: ma quando furono scritte queste righe? Era veramente prima della guerra?

Bisogna sottolineare in modo particolare il ruolo che Jack London attribuisce nell’evoluzione prossima dell’umanità alla burocrazia e alla aristocrazia operaia. Grazie al loro sostegno la plutocrazia americana riuscirà a schiacciare l’insorgere degli operai e a mantenerla sua dittatura di ferro per i tre secoli a venire. Non discuteremo con il poeta su uno spazio di tempo che non può non sembrarci straordinariamente lungo. Importante qui non è del resto il pessimismo di Jack London, ma la sua tendenza appassionata a scuotere quelli che si lasciano condizionare dalla routine a costringerli ad aprire gli occhi, a vedere ciò che è e ciò che sta per essere. L’artista utilizza abilmente i procedimenti dell’iperbole. Spinge fino al limite estremo le tendenze interne del capitalismo all’asservimento, alla crudeltà, alla ferocia e al tradimento. Maneggia i secoli per meglio misurare la volontà tirannica degli sfruttatori e il ruolo traditore della burocrazia operaia. Le sue iperboli più romantiche sono, in fin dei conti, infinitamente più giuste dei calcoli da contabile dei politici sedicenti “realisti”.

Non è difficile immaginare l’incredulità condiscendente con la quale il pensiero socialista ufficiale di allora accolse le previsioni terribili di Jack London. Se ci si dà la pena di esaminare le critiche de Il tallone di Ferro, che furono pubblicate allora nei giornali tedeschi “Neue Zeit” e “Worwärts”, nei giornali austriaci “Kampf” e “Arbeiter Zeitung”, non sarà difficile convincersi che il “romantico” di trent’anni fa  vedeva infinitamente più lontano di tutti i leaders socialdemocratici di quell’epoca. In questo campo, del resto, Jack London non sostiene solo il paragone con i riformisti e i centristi. Si può affermare con certezza che nel 1907 non esisteva un marxista rivoluzionario, senza eccettuare Lenin e Rosa Luxemburg, che si rappresentasse con tale ampiezza la prospettiva funesta dell’unione fra il capitale finanziario e l’aristocrazia operaia. Basta questo a definire il valore specifico del romanzo.

Il capitolo “La bestia ruggente dell’abisso” è indiscutibilmente il centro dell’opera. Nel momento in cui il romanzo fu pubblicato, questo capitolo apocalittico dovette apparire come il limite nell’uso dell’iperbole. Ciò che è accaduto dopo lo ha praticamente sorpassato. Eppure l’ultima parola della lotta di classe non è ancora stata detta. “La bestia ruggente dell’abisso” è il popolo ridotto al grado estremo di asservimento, di umiliazione, di degenerazione. Non bisognerebbe perciò arrischiarsi a parlare del pessimismo dell’artista! No, London è un ottimista, ma un ottimista dallo sguardo acuto e perspicace. “Ecco in quale abisso la borghesia ci farà precipitare, se non la riportate alla ragione” – questo è il suo pensiero, e questo pensiero ha oggi una risonanza incomparabilmente più attuale e più viva che trent’anni fa.

Infine, niente colpisce maggiormente nell’opera di Jack London che la sua previsione veramente profetica dei metodi che Il tallone di ferro userà per mantenere il suo dominio sull’umanità calpestata. London si impone decisamente libero dalle illusioni riformiste e pacifiste. Nel suo quadro dell’avvenire non lascia assolutamente sussistere nulla della democrazia e del progresso pacifico. Al di sopra delle masse dei diseredati s’innalzano le caste dell’aristocrazia operaia, dell’armata pretoriana, dell’apparato poliziesco onnipresente e dell’oligarchia finanziaria che corona l’edificio. Leggendo queste righe non si crede ai propri occhi: è un quadro del fascismo, della sua economia, della sua tecnica di governo e della sua psicologia politica. Una cosa è indiscutibile: dal 1907 Jack London ha previsto e descritto il regime fascista come il risultato ineluttabile della sconfitta della rivoluzione proletaria. Qualunque siano “gli errori” di dettaglio del romanzo – e ve ne sono – non possiamo che inchinarci dinanzi all’intuizione potente dell’artista rivoluzionario.

Scrivo queste righe in fretta. Temo molto che le circostanze non mi permettano di completare la mia valutazione di Jack London. Mi sforzerò di leggere più tardi le altre opere che mi avete mandato, e di dirvi cosa ne penso. Potete fare delle mie lettere l’uso che voi stessa giudicherete necessario. Vi auguro di riuscire nel lavoro che avete iniziato sulla biografia del grand’uomo che era vostro padre.

Coi miei saluti cordiali.

Lev Trotsky

Coyoacan, 16 ottobre 1937

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