12 Agosto 2022 David García Colín (da www.marxismo.mx)

A 500 anni dalla caduta di México-Tenochtitlan – Un punto di vista marxista

Sono trascorsi oltre 500 anni dalla caduta di México-Tenochtitlán, capitale dell’impero azteco, avvenuta il 13 agosto 1521. Questo evento ha rappresentato una tappa molto importante nel processo di ascesa del capitalismo e del suo dominio a livello mondiale. Come risultato, le grandi civiltà preispaniche furono sacrificate per nutrire il nascente capitalismo e la maggior parte di queste popolazioni morì a causa della distruzione delle proprie culture, di genocidi e di malattie ad esse fino a quel momento sconosciute. Questo articolo è stato scritto dai nostri compagni della sezione messicana della TMI nel 2021.

Ricorrono 500 anni dalla cattura di Cuauhtémoc (undicesimo ed ultimo imperatore azteco, NdT), avvenuta il 13 agosto 1521 da parte degli invasori spagnoli, un evento che ha segnato la caduta di México-Tenochtitlán. Tale caduta ha rappresentato una tappa molto importante nel processo di ascesa del capitalismo e del suo dominio a livello mondiale. È stato uno dei primi passi mossi dalla globalizzazione capitalista. Ed è stato anche uno scontro tra due diversi modi di produzione: il capitalismo in formazione e il modo di produzione del mondo mesoamericano, con le sue peculiarità. In questo scontro, le grandi civiltà del mondo preispanico furono sacrificate per nutrire il nascente capitalismo e gran parte di queste popolazioni perì a causa della distruzione della propria cultura e di malattie fino a quel momento sconosciute. La richiesta avanzata dal presidente AMLO (Andrés Manuel López Obrador, attuale presidente del Messico, NdT) al governo spagnolo di porgere scuse per il genocidio commesso ha aperto un sano dibattito su diversi argomenti: che significato ha avuto quella conquista, come rendere giustizia ai popoli indigeni, quanto il Messico è libero e indipendente oggi, come combattere l’imperialismo e come è stato possibile che poche centinaia di invasori siano stati in grado di rovesciare un impero che governava su milioni di persone, tra le altre domande. In questo articolo intendiamo contribuire da un punto di vista marxista all’analisi degli eventi che hanno riguardato la caduta di Tenochtitlán.

Accumulazione primitiva di capitale e sete d’oro

All’inizio – durante i secoli del cosiddetto Rinascimento – il capitale si accumulava sotto forma di capitale commerciale, principalmente come denaro e merci, senza che i rapporti feudali dominanti fossero ancora crollati. Lo sviluppo del commercio diede un forte impulso ai portoghesi, che tentarono di circumnavigare l’Africa alla ricerca di una nuova rotta verso oriente. Tuttavia, la tratta degli schiavi, che a sua volta accelerò l’accumulazione capitalista, si dimostrò più redditizia del vecchio commercio con le Indie orientali. Era solo questione di tempo affinché altre potenze, gelose del successo portoghese, iniziassero a cercare nuove rotte solcando l’Atlantico, dimostrando che il Mar Mediterraneo, palcoscenico principale del mondo antico, non era ormai altro che una piscina per bambini. Si spiega così la “malattia” che colpì i conquistatori europei, “malattia” di cui le civiltà antiche non soffrivano e che poteva essere curata solo con l’oro e le rotte commerciali. Questa “malattia”, chiamata accumulazione originaria del capitale, l’insano bisogno di denaro, li porterà a conquistare l’Africa, l’America, l’Asia e l’Oceania; schiavizzando, saccheggiando e spazzando via le culture native. Via via che l’economia capitalista in via di sviluppo richiedeva mezzi di scambio e accumulazione, i conquistatori bramavano metalli preziosi, nella stessa misura in cui un tossicodipendente incurabile ha un bisogno frenetico di eroina, ma questa “dipendenza” aveva conseguenze più gravi di un’overdose. Il Mondo Antico si nutriva del sangue, del sudore e delle lacrime del mondo coloniale. Marx ha scritto: “La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria. Alle loro calcagna viene la guerra commerciale delle nazioni europee, con l’orbe terracqueo come teatro.” (Il capitale, libro Primo, capitolo XXIV).

La fase di transizione che fu il Rinascimento europeo si è espressa in maniera specifica in personaggi come Cristoforo Colombo ed Hernán Cortés. Il primo era un mercante e navigatore, un libraio autodidatta che era rimasto affascinato dai libri di viaggi. Dopo aver peregrinato in varie corti europee, ottenne un timido sostegno dal Regno di Castiglia per trovare una nuova rotta verso Oriente navigando attraverso l’Atlantico. I suoi calcoli sulla circonferenza terreste ridussero al solo 25% la circonferenza reale. Era il più grande errore di calcolo mai registrato, che prometteva un viaggio molto più breve per raggiungere l’Estremo Oriente. Ciò che lo spinse a viaggiare verso l’ignoto fu la promessa di fama, l’acquisto di titoli nobiliari e la possibilità di diventare un “re delle isole”. È una curiosa combinazione tra il desiderio di accumulare ricchezze come un borghese e di spenderle come un signore feudale. Lo stesso impero spagnolo non ha saputo come usare l’oro depredato sotto forma di capitale – grandi quantità furono destinate alla costruzione di chiese e templi – ma ingenti quantità di metalli favorirono le altre potenze europee nella loro spinta verso il capitalismo.

Quando le illusioni di trovare merci orientali ed oro in grandi quantità furono vanificate, Colombo non esitò a schiavizzare le popolazioni indigene e persino a massacrarle se resistevano. Il suo rifiuto di accettare che le terre raggiunte non erano le coste della Cina, del Giappone o dell’India era semplicemente dovuto alla necessità di compiere i termini del contratto con la corona spagnola, che prevedeva che solo se avesse trovato una nuova rotta per l’Asia gli sarebbero stati concessi i benefici e i favori promessi: “da un lato concessioni pecuniarie e dall’altro privilegi politici di indubbio sapore feudale” (Fernández Armesto, Felipe; Cristobal Colón, Madrid, Editorial Crítica, 1991, p. 108). Le sue disordinate conoscenze da autodidatta e le sue conoscenze nautiche si unirono a una credenza sciocca nelle profezie, nella fine del mondo e nella predestinazione celeste – tipica dell’oscurantismo del feudalesimo -, che si rafforzava man mano che la fortuna gli voltava le spalle.

Cortés, dal canto suo, era un avventuriero crudele e astuto che, come Colombo, cercava fortuna, fama e potere. Non ha esitato a ingannare i propri uomini e chi non conosceva. La sua spedizione a Mexico-Tenochtitlán, ad esempio, era inizialmente illegale poiché non aveva il permesso del governo cubano. Ha fatto letteralmente bruciare le proprie navi dietro di sé per impedire ai suoi uomini di tornare indietro e non ha esitato a compiere i peggiori massacri per realizzare il suo sogno di diventare viceré delle terre che aveva conquistato con sangue e fuoco. I soldati spagnoli che invasero l’America avevano poco da perdere, alcuni dei marinai di Colombo erano condannati ai quali fu concessa la grazia reale per compiere il viaggio in America, la maggior parte delle truppe di Cortés era composta da contadini poveri – alcuni, veterani di guerra – la cui sola paga era la promessa di saccheggio e bottino. La punta di diamante del capitalismo nel Nuovo Mondo era costituita dagli strati più bassi della società spagnola, da avventurieri e sottoproletari.

Le crepe nel dominio Mexica

E mentre in Europa c’era una voglia frenetica di conquistare e trovare colonie, i Mexica – rappresentanti delle grandi civiltà mesoamericane – si basavano sullo sfruttamento di una pletora di piccole comunità agrarie. La proprietà privata della terra era praticamente sconosciuta. Le comunità erano tenute insieme dal potere centrale, che richiedeva tributi in natura e in lavoro. Marx chiamò questo peculiare modo di produzione – che a suo vedere esisteva anche nell’antica India, Egitto, Cina e Sud America – il “modo di produzione asiatico” o “dispotismo orientale”. In questo contesto sorgevano liti e rivalità tra i diversi popoli, riorganizzazioni di alleanze politiche e lotte per il controllo delle comunità sfruttate, che generavano divisioni e rivalità quasi inconciliabili.

Quando arrivarono gli spagnoli, in Mesoamerica c’erano migliaia di signorie e i Mexica ne dominavano diverse centinaia. In effetti, queste rivalità e questi cambiamenti nelle alleanze politiche erano il modo comune di fare politica nel mondo mesoamericano, inoltre era il modo, attraverso la guerra e la coercizione, con cui si stabilivano impegni reciproci rispetto alla distribuzione del surplus e al lavoro prodotto dalle comunità del villaggio.

Il commercio preispanico era relativamente poco sviluppato. È vero che – fin dal periodo preclassico – esistevano lunghe rotte commerciali e mercati imponenti nelle città, ma si trattava di un commercio limitato controllato dallo Stato, soggetto alle esigenze fiscali della casta dominante. Le comunità dei villaggi producevano principalmente per autoconsumo ed erano limitate nei propri confini. Non esisteva uno Stato nazione come lo intendiamo oggi, ma piccoli e grandi signorie subordinati a quelli più potenti attraverso la guerra. Pertanto, il sistema politico ed economico mesoamericano era un puzzle che poteva perdere pezzi ovunque e il potente Stato mexica era un gigante con i piedi d’argilla.

Queste crepe tra le tessere del puzzle politico dell’impero mexica verranno utilizzate in modo cinico e astuto dagli invasori, che erano poche centinaia, che infatti capitalizzeranno una guerra civile interna per imporre il colonialismo europeo in America. Solo così si può spiegare come appena 300 uomini sotto il comando di Hernán Cortés riuscirono a far cadere un impero nella cui capitale, Mexico-Tenochtitlán, vivevano circa 300.000 persone e che dominava un territorio di circa 7 milioni di persone.

Gli spagnoli hanno consolidato e sfruttato i contrasti tra popoli come i Tlaxcalteca, i Cholulteca e i Totonaca. Anche l’uso di armi in acciaio, della cavalleria e di polvere da sparo –sconosciuti ai popoli preispanici – hanno giocato un ruolo importante. “Armi, germi e acciaio” fu il bagaglio che gli spagnoli portarono con loro ed ebbero un ruolo determinante a loro favore. Questi vantaggi erano legati ai ritmi dello sviluppo storico tra il “vecchio” e il “nuovo” mondo. Questo è un argomento interessante, legato a fattori materiali al di là della volontà e dell’intelligenza di questi popoli e che abbiamo affrontato in un altro articolo.

Solo in questo modo si può spiegare che invasori come Pizarro applicarono la stessa strategia con la civiltà Inca, con gli stessi risultati. Il sistema coloniale, sin da subito, si basò sullo stesso sistema tributario dei Mexica, con la differenza che al posto dei Tlatoani c’erano gli invasori, il che combinava gli aspetti peggiori del vecchio sistema con l’umiliazione della distruzione della loro cultura e un vera catastrofe sociale: tra il 1519 e il 1607 la popolazione diminuì del 95%. La conquista spagnola fu una guerra civile che, sebbene potesse portare speranza di liberazione a molti popoli sottomessi, in realtà si rivelò la peggiore catastrofe per la stragrande maggioranza degli indigeni. Una situazione di oppressione e di umiliazione che, in forme diverse, persiste ancora oggi.

Gli invasori non vogliono tributi

L’imperatore Moctezuma credeva, erroneamente, che gli invasori spagnoli potessero essere fermati attraverso dei doni e li ricevette con gentilezza e cortesia. I tributi non erano forse uno dei motivi per cui gli stessi Mexica facevano la guerra? Non sarebbe stato possibile fermare un altro massacro come quello di Cholula con un rapporto tributario gentilmente concordato con gli uomini di Castiglia? Ma l’unica cosa che i doni di Moctezuma hanno fatto è stato stimolare il desiderio di conquista degli invasori, i quali non volevano tributi episodici bensì depredare tutto l’oro e le ricchezze che potevano. Qui vediamo una differenza fondamentale che si manifestava tra due modi di produzione e punti di vista molto diversi: i Mexica si appropriavano dei valori d’uso e della manodopera per le opere statali, gli invasori spagnoli erano accecati dalla ricerca di oro senza un fine, come parte dell’accumulazione primitiva di capitale.

Questa differenza si esprimeva anche in un’altra caratteristica: gli spagnoli non si facevano scrupoli a portare a termine una guerra di sterminio se con essa potevano raggiungere i loro obiettivi immediati, mentre i popoli preispanici facevano la guerra per imporre tributi e catturare prigionieri per i sacrifici; per loro il modo in cui gli spagnoli facevano la guerra era barbaro. Non stiamo cercando di idealizzare il bellicismo mexica, affermiamo solo che entrambe le strategie di guerra esprimevano logiche culturali molto diverse che, alla fine, obbedivano a una base materiale differente.

Nonostante gli spagnoli fossero stati ricevuti come illustri ospiti, non esitarono a fare prigioniero l’imperatore azteco nel suo stesso palazzo e in seguito approfittarono di una solenne e importante cerimonia religiosa, la festa di Tozcatl, nel Templo Mayor per compiere un orribile massacro a cui non sopravvissero nemmeno donne e bambini. Tutto questo per depredare le ricchezze del tempio. Ancora prima avevano compiuto un massacro “preventivo” a Cholula dove nel giro di 6 ore gli uomini di Cortés hanno assassinato circa 5.000 Cholulteca. Bartolomé de las Casas ha lasciato una testimonianza scritta dell’orribile massacro del Templo Mayor:

[gli spagnoli] accoltellano, trafiggono e feriscono le persone con le loro spade. Alcuni vengono attaccati da dietro; subito le loro viscere si riversano sparse a terra. Ad altri tagliavano la testa, le loro teste erano completamente frantumate” (León Portilla, Miguel; El reverso de la conquista, México, Joaquín Mortiz, 1964, p. 40 ) .

I mexica non usavano l’oro come moneta, bensì come oggetto di lusso per realizzare manufatti, ovvero valori d’uso per la casta dominante. E pare che l’oro non fosse nemmeno l’articolo di lusso più prezioso. Ciò che veniva usato come moneta erano coperte di cotone, cacao o addirittura schiavi, cosa che dimostra lo scarso sviluppo delle relazioni commerciali.

Gli invasori hanno fuso innumerevoli opere d’arte fatte d’oro in orribili lingotti per poter trafugare questo metallo e usarlo in modo convenzionale in Europa, tanto che opere d’arte insostituibili sono andate perdute per sempre. Diversi invasori, non a caso, morirono nella sconfitta nota come ” La noche triste” perché annegarono nelle acque del lago Texcoco in quanto indossavano pesanti armature di oro fuso, esattamente come l’ambizioso Gollum, che preferì morire nella lava di un cratere anziché rinunciare al suo prezioso anello.

Dopo che Moctezuma fu lapidato nel tentativo di contenere la folla inferocita di Tenochtitlán dopo il massacro del Templo Mayor e dopo la cacciata degli spagnoli dalla città, Cuauhtémoc assunse il comando militare di una città assediata dagli spagnoli e dai loro alleati e in agonia per le devastazioni del vaiolo. Dopo essere stato catturato, Cuauhtémoc fu torturato con olio bollente affinché consegnasse l’oro rimanente.

Quattro anni dopo Cortés fece impiccare Cuauhtémoc, in un luogo sconosciuto come lo sarà la sua tomba. Gli indigeni furono obbligati a distruggere la loro grande città e i loro grandi palazzi per costruire con quelle stesse pietre le chiese a cui vennero ideologicamente assoggettati. Alcuni sacerdoti mexica sopravvissuti dissero ai 12 francescani che arrivarono nel 1524: “Lasciateci morire, poiché i nostri dei sono già morti!” (Ibíd. p. 21) .

L’emancipazione dei popoli indigeni

Il presidente AMLO ha chiesto in una lettera al governo e al re spagnoli di scusarsi per il genocidio perpetrato nella conquista di Mexico-Tenochtitlán. Senza dubbio, si tratta di un gesto simbolico di un presidente riformista di sinistra che contrasta con la posizione pusillanime e arrendevole dei governi precedenti. La richiesta, respinta dal governo spagnolo, ha messo in luce l’ipocrisia della classe dirigente spagnola, intrinsecamente colonialista, razzista e sprezzante delle culture dei popoli originari. In questo senso, è stato positivo che il presidente del Messico abbia aperto il dibattito sul significato della conquista e su come rendere giustizia alle popolazioni indigene che continuano a subire l’oppressione a causa di tale conquista. Tuttavia, come marxisti sappiamo che la conquista e il genocidio sono stati il risultato dell’ascesa del capitalismo e che l’imperialismo capitalista, erede di tali conquiste coloniali, non smetterà di esistere mentre lo stesso sistema capitalista resterà in piedi.

Quello che noi marxisti cerchiamo non sono le scuse dei governi che rappresentano il capitale, ma il loro rovesciamento attraverso mezzi rivoluzionari, perché sappiamo che solo allora l’imperialismo e il sistema coloniale che esso implica cesseranno di esistere.

È vero che la encomienda (concessione di territori a conquistadores e coloni con l’obbligo di evangelizzare la popolazione e con il diritto di esigerne in cambio tributi e prestazioni, ndt) il repartimiento (l’istituzione che ha sostituito l’encomienda) con cui i coloni spagnoli opprimevano i popoli indigeni non esistono più. Ma il capitalismo oggi domina il Messico in maniera più completa e assoluta che in epoca coloniale, attraverso il mercato mondiale, attraverso il potere economico e militare delle grandi potenze delle quali la borghesia messicana è una semplice succursale. I popoli indigeni subiscono questa oppressione come lavoratori, come contadini e come gruppi indigeni sia sul piano economico che razziale.

Marx ha affermato, in una lettera alla rivoluzionaria russa Vera Zasulich, che le tradizioni collettiviste delle comunità contadine avrebbero potuto essere sfruttate per rigenerare la società russa in senso comunista, ma a condizione che queste comunità vengano trascinate verso una potente rivoluzione socialista. Mariátuegui – seguendo la stessa linea – sosteneva che la tendenza alla cooperazione nelle comunità indigene fosse un punto di appoggio per il movimento rivoluzionario della classe operaia. Affermava che né l’indigenismo – che idealizza gli indigeni o ne promuove l’autonomia senza rovesciare il capitalismo – né il paternalismo borghese – che “benevolmente” cerca di integrare gli indigeni nel sistema capitalista – sono un’alternativa. Solo la rivoluzione socialista può gettare le basi materiali per l’emancipazione dei popoli indigeni e liberarli dal latifondista, dal grande capitalista e dal commercio che distrugge le loro comunità.

2 ottobre 2021

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