A 50 anni dalla rivolta di Stonewall – È ancora tempo di Pride!

Stonewall Inn, bar nel quartiere Greenwich Village (New York): la polizia irrompe nel locale, come di norma, perché frequentato da omosessuali e transgender. Ma se l’irruzione in un locale gay non sovverte gli schemi, la ribellione degli avventori rappresenta un momento di rottura di portata mondiale. È il 28 giugno 1969.

Fine luglio, si forma il Gay liberation front (Glf). L’anno seguente si celebrava a New York il primo Gay Pride della storia, convocato dal Glf. La lotta delle persone Lgbt scoppiava nel clima incandescente degli anni ’60: la gioventù americana si ribellava alla guerra del Vietnam e conduceva una battaglia radicale contro la politica statunitense; nello stesso periodo il movimento dei neri urlava per le strade Black Power!

In Italia, nel 1972, sono una quarantina gli attivisti che si ribellano, a Sanremo, al Congresso internazionale sulle devianze sessuali. Fanno parte del Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano (Fuori). Numeri che potremmo considerare irrisori, ma destinati a gonfiarsi velocemente negli anni. I congressisti di Sanremo consideravano l’omosessualità una patologia, il che non deve sembrarci molto strano, stante le dichiarazioni di eminenti autorità religiose che ancora si esprimono in questi termini.

 

Il dogma della “normalità”

L’omosessualità è stata eliminata dalla lista delle malattie mentali nel 1990, ma la mentalità che vuole malato chi non rientra nel dogma della “normalità” è dura a morire. È quanto sostengono i congressisti riunitisi a Verona appena due mesi fa: in nome della famiglia tradizionale (tradizionalmente patriarcale), si degradava l’omosessualità a patologia e l’aborto ad abominio. Il 30 marzo, in 20mila hanno urlato la propria protesta di fronte il Palazzo della Gran Guardia, dove si tenevano le discussioni a cui hanno preso parte, tra gli altri, vari esponenti della Lega (Salvini tra questi) e Giorgia Meloni.

Nonostante il riconoscimento delle unioni civili nel 2016, la strada verso la piena libertà sessuale è ancora fortemente accidentata. Nessun passo in avanti sulle adozioni, mentre la legge che dovrebbe introdurre il reato di istigazione all’odio e violenza omofobica è ferma in senato da quasi cinque anni. Ciò che è lecito o meno è soggetto a continua ritrattazione che rappresenta niente più che un riflesso delle idee dominanti nella società.

Analogamente al ruolo assegnato alle donne nel corso dei secoli, che si è modificato e si modifica in virtù della lotta straordinaria delle stesse, anche la degradazione dell’omosessualità è funzionale al mantenimento dello status quo. In questa società ciò si traduce nella cristallizzazione del modello familiare patriarcale, che si cerca di conservare a tutti i costi malgrado le spinte contrarie di una grossa fascia della popolazione, in particolare dei giovani.

Non si tratta di decidere la giustezza o meno del modello monogamico, si tratta di poterlo scegliere in piena libertà o rigettarlo altrettanto liberamente. Si ha paura della libertà sessuale quanto della libertà di scegliere e dissentire, che in questa società è relegata a spazi sempre più ristretti.

Si cerca di controllare l’orientamento sessuale del singolo così come si controlla tutto il resto: cosa offre la scuola, cosa offre il mondo del lavoro, come vengono sfruttate le risorse del pianeta, come si produce, dove finisce quanto si è prodotto.

La lotta per i diritti civili è quindi parte di una lotta più generale per la piena partecipazione e il pieno controllo della maggioranza della popolazione sulle scelte politiche ed economiche: questa libertà si guadagna con la lotta!

I primi Gay Pride di quest’anno si sono già svolti a Vercelli, Verona, Padova e Bergamo. Gli appuntamenti sono numerosissimi: tra questi, l’8 giugno a Roma, il 15 a Torino, il 22 a Napoli. Prepariamoci a scendere in piazza più combattivi che mai!

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