9 maggio 2018

A 40 anni dall’omicidio – Il ricordo di Peppino Impastato deve vivere nella lotta!

Oggi, 9 maggio, ricorre il quarantesimo anniversario dell’omicidio di Peppino Impastato. Lo ricordiamo con questo articolo pubblicato su Falcemartello esattamente dieci anni fa.

A trent’anni dal suo assassinio

Il ricordo di Peppino Impastato deve vivere nella lotta!

 

Il 9 maggio prossimo ricorre il trentesimo anniversario del barbaro assassinio di Peppino Impastato ad opera di sicari al soldo del boss mafioso Badalamenti.

Peppino, purtroppo, non è stato né il primo né l’ultimo compagno che con il suo sangue ha bagnato la terra di Sicilia; un compagno che, come altri, ha pagato con la vita l’impegno nella dura lotta per l’emancipazione delle classi subalterne siciliane, contro il potere mafioso agganciato ad una ben determinata classe politica, ai capitalisti ed ai latifondisti.

La lotta contro la mafia e le collusioni tra potere politico-economico e criminalità organizzata è da sempre un tratto distintivo del movimento operaio e della sinistra, e in particolar modo, dei comunisti. Come spiegare la storia moderna della Sicilia se non come continuo scambio di favori, come vera e propria simbiosi, tra classi dominanti e capimafia garanti del controllo del territorio e della repressione di qualsiasi tentativo di riscatto sociale, morale, culturale dell’isola? Come dimenticare la lunga scia di sangue che ha segnato il mondo sindacale, il movimento operaio e contadino, le organizzazioni politiche, i singoli attivisti, dall’eccidio di Portella della Ginestra ai nostri giorni?

Peppino e gli anni settanta

Al contrario di ciò che l’opinione dominante vorrebbe fare credere, anche per la Sicilia gli anni ’60 e ’70 hanno rappresentato un periodo di grandi mobilitazioni di massa. Lo spostamento a sinistra che caratterizzò tutta la penisola ebbe i suoi effetti anche in Sicilia: il Pci, ad esempio, passò se prendiamo in esame le elezioni regionali, dal 12,5% ottenuto nel 1971 al 26,8% del 1976. Purtroppo anche i siciliani stessi ritengono di essere un popolo apatico, rassegnato da sempre, immobile di fronte ai propri drammi, sempre disponibile a piegarsi al potente di turno. Niente di più falso. Il popolo siciliano è stato protagonista di innumerevoli lotte che hanno tra i protagonisti principali compagni come Peppino Impastato, il cui obiettivo era l’abbattimento del capitalismo come unica soluzione per l’emancipazione delle grandi masse e la sconfitta della mafia.

Il fermento politico di quella stagione straordinaria spinge anche Giuseppe Impastato, sin dall’età di 17 anni, alla militanza politica in una ricerca spasmodica di un punto di riferimento stabile e credibile. Nel 1965 insieme ad altri compagni fonda il giornalino “Idea Socialista” e aderisce al Psiup (dal quale uscirà nel momento in cui verrà sciolta d’autorità la federazione giovanile). Nel 1968 aderisce al Partito comunista d’Italia marxista-leninista (“il bisogno di un minimo di struttura organizzativa alle spalle è stato molto forte”), mentre nel 1972 oscilla tra il gruppo de il Manifesto e Lotta Continua alla quale aderirà nel 1973. Infine approda a Democrazia Proletaria nella cui lista si candiderà per le elezioni comunali nel 1978. Nonostante il suo assassinio risulterà eletto.

Durante la sua militanza politica organizzò gli operai edili ed i disoccupati, condusse le lotte dei contadini contro l’esproprio delle loro terre per la costruzione – nel territorio del comune di Cinisi – della terza pista dell’aeroporto di Palermo. Soprattutto la lotta attorno a Punta Raisi ebbe particolare riflesso nelle organizzazioni operaie, andando a coincidere con le “dispute sul partito e sulla concezione e costruzione del partito: un momento di straordinario e affascinante processo di approfondimento teorico”.

Il lascito più importante di una figura come quella di Peppino Impastato è dato dalla sua voglia di un cambiamento radicale che caratterizzeò tutta la sua esistenza. Peppino non solo ruppe con la sua famiglia, inserita nella cerchia mafiosa, ma lottò fino alla sua tragica morte, senza cercare compromessi, contro la mafia ed i suoi complici.

E quando si parla di complici si parla soprattutto della Democrazia cristiana, il partito che ha governato l’isola dal dopoguerra fino al suo scioglimento, ed ancora ad oggi la governa tramite le formazioni politiche che ne hanno raccolto l’eredità, tra cui una parte non marginale del neonato Partito democratico.

La Dc e il sistema mafioso

Uno degli scontri principali all’interno della sinistra negli anni settanta verteva proprio sul ruolo della Democrazia cristiana.

La linea del “compromesso storico” che portò nel 1978 all’appoggio esterno da parte del Pci del governo monocolore Dc, fu anticipata in Sicilia dal partito comunista locale, che sosteneva la linea del “patto autonomistico” tra forze politiche diverse, inclusa la Dc. Una linea di collaborazione di classe che aveva avuto precedenti illustri nell’esperienza del “milazzismo”, quando alla fine degli anni cinquanta destra (compreso il Msi) e sinistra sostennero (in nome dei “superiori interessi siciliani”) alla presidenza dell’Assemblea regionale siciliana una scissione della Dc guidata appunto da Silvio Milazzo.

Contro questa linea moderata, che non escludeva affatto la collaborazione con la Dc o altre forze borghesi, tanti giovani e lavoratori comunisti si schierarono negli anni settanta, andando ad ingrossare le fila delle formazioni a sinistra del Pci, come fece Peppino Impastato.

In quegli anni ci fu una ricca produzione di analisi che, forse per la prima volta, affermarono come la mafia non fosse un lascito del passato, che sarebbe svanito con lo sviluppo capitalista, ma anzi aveva tratto vantaggio dal boom economico del dopoguerra per diventare essa stessa uno dei grandi capitalisti in Sicilia e nel resto dell’Italia. Il rapporto tra la mafia ed il principale partito del padronato, la Dc, diventava in quest’ottica decisivo.

Questi ragionamenti naturalmente cozzavano con la strategia dei vertici del Pci in quegli anni, che cercavano la collaborazione con i partiti dei Salvo Lima e degli Andreotti.

Dall’inizio degli anni ottanta il partito di Berlinguer tentò un cambiamento di linea col ritorno di Pio La Torre in Sicilia come segretario regionale siciliano (e pagò anch’egli con la vita la sua intransigente opposizione alla mafia), ma gli anni ottanta segnarono un riflusso della stagione di lotte sociali per il quale, anche in Sicilia, i vertici del Pci ebbero una responsabilità non secondaria.

Oggi l’approdo definitivo di tanti dirigenti di quel partito è stato quello di formarne uno nuovo, il Pd, con pezzi importanti di quello che fu il partito di riferimento del potere mafioso! Ci può essere un peggiore insulto alla memoria di Peppino?

La mafia non è un’escrescenza del capitalismo ma, con i suoi interessi miliardari, ne fa parte pienamente.

Questo è particolarmente evidente nel sistema finanziario (banche e borsa) dove gli ingenti proventi illeciti trovano una naturale collocazione; ma anche nella produzione, nella grande distribuzione e nei servizi nei quali il riciclaggio del denaro viene affiancato dal controllo sulla vita delle persone (lavoro, assistenza, ecc).

Sanità, appalti, produzione saranno permeati sempre dalla mafia, dal clientelismo e dalla corruzione fino a quando i mezzi di produzione saranno controllati da un pugno di capitalisti il cui unico scopo è fare profitti, poco importa se lecitamente o meno. La lotta contro la mafia e il malaffare deve essere quindi inserita all’interno della lotta contro questo sistema economico. Condurre la lotta contro la mafia sul mero terreno culturale – come da più parti a sinistra si teorizza – significa svilire il messaggio dei compagni caduti in questa lotta, ma anche condannare la lotta stessa ad una sicura sconfitta. La disoccupazione, la crisi economica che colpisce migliaia e migliaia di famiglie, lo smantellamento e la privatizzazione dei servizi sociali, l’emigrazione che colpisce di nuovo come un tempo centinaia di migliaia di siciliani: questo è il vero “brodo di cultura” che alimenta la mafia.

Molti ormai si sono resi conto che il mafioso non si accompagna più alla lupara e alla coppola, bensì veste in doppiopetto, ad evidenziare il salto qualitativo che è stato fatto. Ciò dimostra ancor di più come la lotta contro la mafia si lega a doppio filo alla lotta più generale per l’abbattimento del capitalismo.

A trent’anni dalla morte di Peppino Impastato, il suo ricordo non può quindi essere né rituale né celebrativo. Perseguire quella prospettiva rivoluzionaria di cui Peppino aveva fatto la sua ragione di vita è la migliore maniera per ricordarlo.

La sua memoria deve vivere nella lotta sociale, nell’organizzazione degli sfruttati, nella fine di tutte le ingiustizie generate da questo sistema economico.

18 aprile 2008

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