19 luglio 2016

A 15 anni dal G8 di Genova

Quindici anni fa proprio in questi giorni avvenivano le mobilitazioni contro il G8 di Genova, con la gigantesca respressione da parte dello Stato nei confronti del movimento Noglobal. Per non dimenticare, ripubblichiamo l’appello che diffondemmo allora, “Per la centralità della classe operaia nella lotta al capitalismo“, e un articolo che abbiamo scritto in occasione del decimo anniversario

 


Contro la crisi capitalista – Per un’alternativa rivoluzionaria

Dopo dieci anni torniamo a Genova. Quel movimento, che in realtà era nato a Seattle alle soglie del terzo millennio, ebbe il merito di riportare all’attenzione dell’opinione pubblica temi che sembravano totalmente dimenticati. Il capitalismo infatti dopo il crollo del muro di Berlino sembrava essere trionfante; i discorsi sulla “fine della storia” si sprecavano, e per fine della storia si intendeva, in realtà, la fine del conflitto e della lotta di classe.

Da Seattle a Genova tutto iniziò a cambiare. Centinaia di migliaia di persone contestarono il sistema di economia di mercato e la dittatura operata dalle sue istituzioni, dal G8 alla Banca mondiale fino al Fmi che con i loro provvedimenti gettavano sul lastrico interi paesi e popolazioni, come nel caso argentino. Fu un movimento di massa che mise in discussione i dogmi del pensiero capitalista, al di là delle definizioni di comodo date dai grandi mass media.

La repressione di ieri e di oggi

Le giornate di Genova le ricordiamo anche e soprattutto per la repressione scatenata dalle forze dell’ordine, che culminarono nell’assassinio di Carlo Giuliani. Dagli anni settanta non si ricordava un uso della violenza così generalizzato, ordinato dal governo Berlusconi (con Fini in cabina di regia) e approvato pienamente dalla borghesia italiana e internazionale. Tale comportamento aveva avuto la sua prova generale alcuni mesi prima, con le cariche alla manifestazione di Napoli targate centrosinistra. In quel luglio genovese noi tutti abbiamo visto (e subito sulla nostra pelle) il vero volto, feroce e spietato, dello stato capitalista, quando vede messe a repentaglio il consenso e la stabilità.

Non è stato un problema, dunque, di qualche “mela marcia”, come affermano ancora oggi alcuni giornalisti di area Pd. La controprova è data dal fatto che ad oggi alcuni responsabili materiali di quelle azioni sono stati sì condannati (anche in secondo grado), ma restano al loro posto se non sono stati  addirittura promossi. Per non parlare delle precise responsabilità politiche, che la magistratura non ha nemmeno sfiorato.

I fatti della Valsusa hanno riportato drammaticamente indietro la memoria, dimostrando che quando si parla di difendere gli interessi dei padroni, lo Stato ricorre sempre agli stessi metodi, con cariche, feriti ed arresti. Il restringimento degli spazi democratici non è un “hobby” per lorsignori, ma una necessità imposta dalle circostanze, cioè dal ritorno imponente delle lotte in questo paese.

Il problema del governo

Dopo dieci anni, le ragioni di coloro che scesero in piazza in quei giorni sono più vive che mai. Il capitalismo sta attraversando una crisi senza precedenti che fa sentire i suoi effetti devastanti non solo in qualche paese remoto ed esotico ma nel cuore dell’Europa. Oggi a rischio di bancarotta è la Grecia, e non è la sola. Il potere di vita o di morte che hanno le istituzioni finanziarie internazionali, le banche e le multinazionali è dunque più pericoloso che mai.

Allo stesso tempo aumentano le differenze tra un pugno di ricchissimi e la stragrande maggioranza della popolazione. Nel 2010 il 10% della popolazione mondiale deteneva l’85% della ricchezza prodotta nel pianeta, mentre la metà della popolazione della Terra ne possedeva meno dell’uno per cento. I tre uomini più ricchi del pianeta avevano capitali maggiori del prodotto interno lordo delle 84 nazioni più povere.

Dieci anni di distanza possono consentire di discutere a mente fredda delle ragioni per cui quel movimento si divise ed entrò in una paralisi definitiva. Un ragionamento che possa servire a far sì che le giornate di Genova 2011 non siano solo retorica celebrativa ma un passo in avanti per i movimenti di oggi.

Una delle convinzioni più comuni era quelle riassunta nello slogan “Voi G8, noi 6 miliardi”, vale a dire che bastasse far vedere che eravamo in tanti, e i potenti ci avrebbero ascoltato. La conseguenza erano le ipotesi di “riformabilità” di istituzioni come il G8, l’Fmi e l’Onu (in minoranza fra i manifestanti, ma in gran voga tra i leaders no global), insieme all’idea che si potesse far pesare la forza del movimento all’interno dei governi. Il principale difensore di tale strategia fu il gruppo dirigente del Prc, con a capo l’allora segretario, Fausto Bertinotti. Nel 2002 anche la Cgil e gli allora Ds diedero corda a questa ipotesi, nel Forum sociale europeo che si tenne a Firenze, dove l’istituzionalizzazione del movimento si impose nettamente.

I danni che ha recato alla classe lavoratrice questa impostazione sono noti a tutti. Non solo la sinistra non è riuscita a portare alcuna istanza del movimento antiglobalizzazione all’interno del governo Prodi, ma ha pagato il proprio distacco dalla base con l’espulsione dal Parlamento nel 2008.

Questo avviene perchè qualsiasi governo di destra, centro o sinistra che voglia restare all’interno dei limiti del capitalismo deve portare avanti attacchi allo stato sociale e alle condizioni di vita dei lavoratori. Non è più il tempo di mezze misure e lo vediamo chiaramente con quello che succede in Grecia o in Spagna, dove governi socialdemocratici sono i promotori di politiche di lacrime e sangue.

Ciò dovrebbe far riflettere seriamente chi oggi viene a Genova riproponendo  nuove alleanze politiche e spazi unitari della sinistra, da spendere in una nuova avventura di governo (pardon, di appoggio esterno) con le forze che rappresentano il grande capitale, come il Pd e il Terzo polo.

Il ruolo della classe lavoratrice

Questo sbandamento sulla questione del governo si produsse anche perché grande era la discussione su quali fossero i soggetti del cambiamento. Prevalente era l’idea che la classe operaia non avesse più un ruolo centrale nel conflitto, perché indebolita dal punto di vista numerico, integrata nel sistema e frammentata da flessibilità e precarizzazione. Meglio puntare sulla “moltitudine” indifferenziata dei “cittadini”, sul lavoro “immateriale” che sfuggiva alla legge del valore di Marx e che poteva ribellarsi usando la sua creatività nella rete. Poco tempo dopo la cosiddetta new economy è entrata in crisi, come ciclicamente succede ad ogni settore dell’economia capitalista, e la rete è soggetta alle ferree regole dell’economia di mercato, eppure queste riflessioni, sviluppate da  Toni Negri e divulgate dai Disobbedienti di allora, ebbero un largo seguito all’interno di Rifondazione comunista e produssero un esodo di militanti dai Giovani comunisti verso quei lidi.

Oggi la situazione è ben diversa: chi può negare che i referendum di Mirafiori e Pomigliano, insieme alle mobilitazioni organizzate dalla Fiom, siano state il detonatore per la riscossa del movimento di massa, che ha avuto il suo riflesso  nelle urne, con la storica vittoria nei referendum del 12-13 giugno e nella sconfitta delle destre alle amministrative?

L’unità tra studenti e lavoratori non è rimasta uno slogan patrimonio di piccoli gruppi minoritari, ma si è imposta nella concretezza delle lotte dell’autunno scorso. La radicalità operaia si è trasmessa alle generazioni più giovani che il 14 dicembre non chiedevano il ritiro di una riforma o di un provvedimento iniquo, ma le dimissioni del governo.

Il ruolo della classe lavoratrice è stato essenziale anche nelle rivoluzioni tunisine ed egiziane, che hanno abbattuto regimi dittatoriali al potere da decenni. Sono stati gli scioperi massicci dei lavoratori a fianco delle piazze in rivolta a far comprendere a Ben Alì e a Mubarak che la partita era ormai persa. Sono stati avvenimenti di grande portata che hanno coinvolto tutto il mondo arabo e che ci dimostrano come “la rivoluzione è possibile”.

Sulla sponda opposta del Mediterraneo, ad Atene gli “indignati” di Piazza Syntagma hanno come principale rivendicazione lo “sciopero generale politico” volto a cacciare il governo Papandreu e il non pagamento del debito, misura che scardinerebbe l’intero impianto dell’Europa capitalista. D’altra parte il protagonismo della classe operaia greca si è ben dimostrato con tredici scioperi generali negli ultimi venti mesi.

Crisi capitalista, rivoluzione, ruolo della classe lavoratrice, sono i temi che crediamo debbano essere messi sul piatto nei dibattiti di Genova 2011. Sono i nodi da sciogliere per tutti anche nell’ambito di “Uniti contro la crisi” che da mesi è nei fatti paralizzata dalla mancanza di una discussione programmatica e dalla fumosità degli strumenti decisionali ed organizzativi che si è data.

Chiarendo che su questi temi è ben difficile che possa maturare un “consenso” tanto caro ai Social forum del 2001, che videro una straordinaria partecipazione di popolo durata mesi, tuttavia frustrata dalla non volontà di discutere e scegliere rispetto alle differenti posizioni in campo. La logica del consenso, che rifiuta il voto ed ogni forma di delega, rende infatti la discussione politica inaccessibile ai comuni militanti, mentre le vere decisioni vengono prese ben lontano dalle sedi assembleari. Oggi la gravità della situazione economica e sociale esige di mettere da parte ogni forma di diplomazia.

Genova 2011 potrà rappresentare un passo in avanti se saprà delineare un’azione che unifichi tutte quelle forze che, davanti alla crisi e alla pressante richiesta di sacrifici fatta da padroni e governo, vogliano rispondere con un no chiaro e forte ad ogni ipotesi di unità nazionale. Ci sono grandi manovre in atto in questo senso e l’accordo del 28 giugno tra Confindustria e Cgil-Cisl-Uil su contratti e rappresentanza mira proprio a silenziare ogni proposito di opposizione ai dettami delle banche e del grande capitale.

Sulla base di un rifiuto di una simile manovra a tenaglia nei confronti delle mobilitazioni e del conflitto si può costruire una vera unità fra le anime presenti a Genova 2011. Un’unità forse meno “di vertice” ma che risponde alle aspirazioni dei 27 milioni di persone che hanno detto no alle privatizzazioni e alla logica del profitto e a quelle centinaia di migliaia che hanno partecipato al 16 ottobre e alle altre mobilitazioni indette dalla Fiom.

Non basta dire “Noi la crisi non la paghiamo” ma bisogna aggiungere “che la crisi la paghino i padroni”. Questo è lo slogan che deve contraddistinguere le iniziative dei prossimi mesi. Se le banche impongono lacrime e sangue sulle nostre teste, devono essere nazionalizzate e poste sotto il controllo dei lavoratori. Se Marchionne e i suoi seguaci vogliono chiudere un qualsiasi stabilimento, si deve fare altrettanto.

Dopo dieci anni il movimento può e deve dotarsi di un programma che non solo dica no alle politiche dei governi europei ma che delinei un’alternativa complessiva al sistema capitalista. Se loro sono la crisi, la nostra soluzione deve essere la rivoluzione.

di Roberto Sarti

luglio 2011

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