27 Ottobre 2022 Filippo Boni

A 100 anni dalla Marcia su Roma – Quando la classe dominante ha spalancato le porte ai fascisti

Il Biennio Rosso del 1919-20, culminato con l’occupazione delle fabbriche, semina anche in Italia “lo spettro del bolscevismo”, ispirato dalla rivoluzione russa del 1917: la classe dominante cova il desiderio di rivincita e cerca nuovi interlocutori per tutelare i propri interessi. Così decide di investire sul fascismo nascente, approfittando della rabbia della piccola borghesia immiserita e pronta a mobilitarsi, usata come ariete contro le organizzazioni della classe operaia. Lo squadrismo fascista, prima della presa del potere di Mussolini, in tutta la penisola compie ben 726 aggressioni alle organizzazioni e alle sedi dei lavoratori, spesso con la complicità della polizia e dell’apparato statale.

Fascismo e borghesia

L’intervento paramilitare delle squadracce contro la classe lavoratrice organizzata è il primo passo del fascismo per ottenere il consenso dei grandi capitalisti agrari e industriali, ulteriormente rafforzato dalla svolta che Mussolini imprime al suo movimento, cercando di affiancare all’azione illegale repressiva un profilo legale e istituzionale del fascismo, ora pronto a diventare un riferimento importante per la classe dominante anche sul piano politico parlamentare.

La marcia su Roma, avvenuta negli ultimi giorni dell’ottobre 1922, segna la consegna anche formale del potere al fascismo da parte della borghesia e della monarchia italiana. La classe dominante, che inizialmente aveva delle riserve, conferisce il governo a Mussolini perché ha avuto prova della sua affidabilità nel reprimere la classe avversa.

Nel corso del 1922 si erano succeduti due governi guidati dal liberale Luigi Facta: si trattava di governi deboli, la cui stabilità era sempre in bilico data la grande eterogeneità delle posizioni politiche in essi espresse. Nessun partito tradizionale, dai liberali ai popolari ai democratici, era più in grado di rispondere all’esigenza della borghesia di stabilire un governo forte davanti all’avanzata delle conquiste operaie.

Il fascismo, che nel programma di San Sepolcro del 1919 usava toni radicali proponendo un programma sociale e parole d’ordine repubblicane, si presenta ora come una forza capace di inserirsi nel quadro istituzionale del sistema e di rafforzarlo militarmente: le squadracce sarebbero diventate parte integrante degli eserciti regolari e il fascismo sarebbe diventato lealista verso la monarchia e del tutto organico alle esigenze della classe dominante. Mussolini rinforza la sua credibilità avvicinandosi alla casata reale e alle gerarchie dell’esercito, elogiati con magniloquenza anche nelle conclusioni del discorso di Napoli del 24 ottobre 1922, a pochi giorni dalla presa del potere. D’altronde, rendendosi responsabile della repressione dello sciopero generale del 31 luglio, il fascismo ha definitivamente preparato in molte città del centro-nord l’occupazione delle Camicie Nere e la loro istituzionalizzazione.

La marcia su Roma

Mussolini pianifica la presa del potere con una certa cautela: il piano è partire con l’occupazione degli edifici pubblici nelle varie città, raccogliere poi le milizie in luoghi strategici del centro Italia, chiedere le dimissioni del governo Facta e solo alla fine entrare in armi nella capitale.

Il futuro Duce non è sicuro di non correre rischi, motivo per il quale, sganciandosi da ogni diretta responsabilità, assegna i compiti militari e decisionali ad un Quadrumvirato (formato dai fedelissimi Bianchi, Balbo, Del Bono e De Vecchi) insediato a Perugia, ma personalmente rimane a Milano, dalla quale può organizzare una rapida fuga in Svizzera, qualora le operazioni andassero male.

Il 27 ottobre la tensione è alta, le testate giornalistiche della borghesia invitano alla formazione di un governo forte che includa i fascisti, il governo Facta rassegna le dimissioni nelle mani del re ma proclama lo stato d’assedio: la “marcia su Roma” dei fascisti non è una sorpresa, da settimane veniva annunciata e

Vittorio Emanuele stringe la mano a Mussolini

preparata. Re Vittorio Emanuele III ha le sorti del paese nelle sue mani: non ratifica lo stato d’assedio e invita a Roma Mussolini, che prende il treno non prima di aver avuto la sicurezza di un futuro incarico da primo ministro. Solo in quel momento, dopo che la classe dominante e le istituzioni spalancano la porta dandogli in benvenuto, il Duce dà l’ordine alle colonne fasciste di marciare verso Roma: è necessario consacrare il potere acquisito con una pomposa manifestazione di facciata.

L’insediamento del fascismo non è stato quindi frutto di un colpo di Stato inatteso e inarrestabile, né di una marcia rivoluzionaria, bensì di una diretta chiamata da parte delle istituzioni, che recepiscono il volere dei grandi agrari, degli industriali e del Vaticano.

Sia prima sia dopo l’ottobre 1922 ci sarebbe stato lo spazio per preparare una risposta militante forte contro il fascismo in ascesa, ma ancora una volta socialisti e comunisti non comprendono la necessità di costruire un fronte comune di resistenza del movimento operaio. Ma degli errori teorici e tattici di socialisti e comunisti di fronte all’ascesa del fascismo tratteremo nel quarto e ultimo articolo di questa rubrica dedicato al centenario della marcia su Roma, che troverete sul prossimo numero di Rivoluzione.

Oggi in Italia e in Europa non esistono le condizioni materiali per lo sviluppo di regimi fascisti, ma dopo la vittoria della Meloni il centenario della marcia su Roma sarà oggetto di dibattito. Ancora oggi i fascisti, che ricorrono alla repressione quando sono al governo e menano le mani quando si infiltrano nelle piazze, sono difensori accaniti del sistema e rimangono una minaccia per le organizzazioni dei lavoratori e degli studenti. L’esperienza di un secolo fa ci insegna che l’unico modo per contrastarli non è con gli appelli alle istituzioni, ma con la lotta di classe organizzata e disposta ad andare fino in fondo.

(3 – continua)

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