3,5 milioni di NO – Contro l’austerità e il capitalismo

Il referendum del 5 luglio rappresenta un punto di svolta nella lotta di classe in Europa. È un sonoro schiaffo in faccia ai potenti della terra. Infatti per il “Sì” si era spiegato uno schieramento di forze a prima vista imbattibile: la troika, i governi di tutta Europa, i mass media, tutti i grandi gruppi bancari, finanziari ed industriali. A questa simpatica compagnia si è unita anche la Gsee (la confederazione sindacale del settore privato) che si è espressa esplicitamente per il Sì, in maniera lugubremente simile a quanto fece il sindacato venezuelano nel referendum revocatorio contro Chavez.
Milioni di giovani e di lavoratori greci se ne sono infischiati: hanno detto No al ricatto della troika, hanno dimostrato con orgoglio che si può resistere alla dittatura del capitalismo internazionale.
Gli sfruttati hanno vinto, gli sfruttatori hanno perso.
Il No è stato caratterizzato da un chiaro contenuto di classe. Lo si poteva vedere dalla manifestazione per il “No”, la sera di venerdì 3 luglio a Piazza Syntagma. Un’enorme manifestazione di popolo, delle classi sfruttate, di chi non aveva nulla da perdere. La partecipazione attiva delle masse ha sospinto Tsipras e Syriza verso la vittoria.
Un contrasto clamoroso con la manifestazione per il Sì, dieci volte più piccola, piena della buona borghesia e della classe media ateniese.
Sono i quartieri popolari ad aver votato in maniera massiccia “No”. Al Pireo, il No arriva al 72%. Nei quartieri proletari di Atene, si avvicina al 70%, nella regione di Patrasso, raggiunge il 68%. A Kifissia, uno dei quartieri più esclusivi di Atene, il Sì invece tocca l’85%. Una divisione di classe, dunque. Ma è stato anche un “No” trascinato dal voto giovanile. Tra i 18 e i 35 anni hanno votato “Oxi” due giovani su tre. 
Nella settimana trascorsa tra la proclamazione del referendum e il 5 luglio, la borghesia internazionale ha sviluppato una propaganda di vero e proprio terrore, costringendo il governo di Atene a chiudere le banche, a non pagare salari e pensioni, minacciando di fare uscire la Grecia dall’Euro.
Siccome tutto ciò non appariva ancora sufficiente, ha chiesto a gran voce la cacciata di Tsipras. E tale richiesta non è arrivata per prima dalla Merkel o da qualche tecnocrate reazionario, ma dal presidente del parlamento europeo, il “socialdemocratico” Schulz.
Dalla comportamento delle istituzioni europee nei giorni prima del referendum i greci hanno imparato una grande lezione: la democrazia non è un valore assoluto. La democrazia, per lor signori, è cosa buona e giusta finché non costituisce un intralcio ai loro interessi. E quando questi interessi sono a rischio, diventa un orpello da cui liberarsi.
Questa vittoria del No ha delle implicazioni rivoluzionarie, perché sovverte ogni luogo comune, sul potere dei media, sulla passività delle masse, sull’inerzia della gioventù. Porta con sé un rifiuto non solo dell’austerità, ma dello stesso sistema che l’ha generata.
Alexis Tsipras nel suo messaggio successivo alla proclamazione del risultato, ha spiegato che il voto non gli fornisce un mandato per la rottura con l’Europa, ma rafforza la posizione negoziale della Grecia.
Dall’altra parte della barricata tuttavia non la pensano allo stesso modo. Sigmar Gabriel (un altro bell’esempio di “socialista europeo”), vice Primo ministro tedesco, si è affrettato a dichiarare che la Grecia ha “tagliato i ponti con l’Europa”: “Quando si respingono le regole dell’Eurozona, le trattative che riguardano miliardi di euro sono difficilmente concepibili.”
Una posizione condivisa dal presidente dell’Eurogruppo, Dijssebloem: “Il risultato avrà conseguenze molto spiacevoli per il futuro della Grecia.”
Tsipras e la direzione di Syriza dovrebbero abbandonare ogni illusione sulla possibilità di un compromesso con la Troika favorevole al popolo greco. È necessario comprendere che, per la Troika, fare qualunque concessione reale ad Atene, significherebbe mettere in discussione tutta l’architettura dell’Euro e dell’Unione Europea.
Troppi interessi sono in gioco, non solo strettamente economici: per la classe dominante e i suoi rappresentanti politici fare oggi concessioni alla Grecia significherebbe mettere a rischio il loro controllo sull’intero continente.
Al di là delle intenzioni dei protagonisti, il referendum ha scatenato delle dinamiche che sono difficili da controllare: lo scontro si colloca ora ad uno stadio superiore.
Il governo Tsipras deve sfruttare l’enorme popolarità di cui gode dopo questa storia vittoria e lanciare la riscossa della classe lavoratrice, non solo a livello nazionale, ma in tutta Europa. Oggi non bisogna prepararsi a un accordo di pace con Berlino e Bruxelles, ma piuttosto alla guerra che il capitalismo internazionale ed europeo scatenerà nei confronti della Grecia. Tsipras deve preparare il contrattacco, approffitando della sconfitta che il capitale ha subito nella consultazione referendaria.
Le banche dovrebbero essere nazionalizzate per proteggere i depositi dei piccoli e medi risparmiatori, ma anche per garantire un adeguato controllo dei capitali, e mettere fine al sabotaggio compiuto dai capitalisti greci nei confronti del loro paese. La Commissione per la Verita sul debito pubblico, istituita dal parlamento, ha stabilito che la stragrande maggioranza del debito contratto con la troika è “illegale e illegittimo”. Bisogna partire da queste conclusioni, che hanno prodotto grande scalpore in Grecia, per rivendicare il ripudio di tutto il debito.
Syriza deve rinnovare dunque il suo appello alla mobilitazione dfelle masse, deve basarsi sulla forza dimostrata dai lavoratori per operare una decisa svolta a sinistra dell’operato del governo. Nei giorni della campagna referendaria, il partner di governo di Syriza, il partito borghese degli Indipendenti greci (Anel), hanno mostrato il loro vero volto, quando quattro deputati dei 13 del gruppo parlamentare hanno dichiarato che avrebbero votato Sì. Anel sarà pronto a tradire altre volte, quando la borghesia lo riterrà opportuno. È una spina nel fianco che deve essere estirpata. Sotto questo aspetto, il ruolo del Kke, il partito comunista greco, è stato nefasto. La direzione del Kke ha invitato gli elettori ad annullare la scheda, ponendosi oggettivamente dalla parte della Troika in uno scontro che non può ammettere una terza posizione.
La possibilità che la Grecia venga estromessa dalla zona Euro si rafforza dopo il 5 luglio. Alcuni, anche a sinistra, la giudicano una cosa positiva di per sé. La domanda che ci dobbiamo porre è: nel caso tornasse la dracma, all’interno di quale tipo di economia sarebbe scambiata?
Nel capitalismo tale valuta si svaluterebbe immediatamente provocando un’ascesa dei prezzi e l’iperinflazione. I risparmi dei lavoratori e delle loro famiglie svanirebbero come neve al sole. Inoltre, se la Grecia uscisse dall’Euro, giocoforza uscirebbe anche dall’Unione europea. Sarebbe pressoché impossibile finanziarsi sui mercati con una nuova valuta deprezzata (se non pagando interessi stratosferici), le importazioni di cui la Grecia non può fare a meno avrebbero costi esorbitanti, ci sarebbe un blocco economico da parte dell’Unione europea che certo non permetterebbe alla Grecia di avvantaggiarsi nei pochi settori che possono esportare sui mercati esteri.
Ecco perché non può esistere una via d’uscita all’insegna della “sovranità nazionale” all’interno del capitalismo.
Il referendum del 5 luglio ha approfondito un altro processo: quello della crisi dell’Europa capitalista e del suo simbolo, la moneta unica. È una crisi profonda di cui Tsipars non può e non deve proporsi di essere il salvatore. Milioni di greci hanno conferito un chiaro mandato a Tsipras: quello di farla finita con l’austerità e il capitalismo, che non si possono servire due padroni, i lavoratori e la borghesia. Bisogna andare fino in fondo, costi quello che costi.
Il proletariato greco, assieme a quello degli altri paesi europei, può essere il becchino di questo sistema. La catena si può spezzare, come altre volte nella storia, nell’anello più debole, ma successivamente la lotta si deve estendere agli altri paesi. In un sistema sempre più compenetrato e globalizzato, l’alternativa al capitalismo deve essere internazionale. Dalla Grecia si può partire l’unica proposta alternativa, quella degli Stati uniti socialisti d’Europa, un sistema dove la dittatura delle banche e delle multinazionali venga sostituita dal governo della maggioranza della popolazione, la classe lavoratrice.
Il 5 luglio ci spiega infatti che sconfiggere i banchieri, i capitalisti, chi ci opprime e ci sfrutta quotidianamente, è oggi più facile di prima, anche in Italia.
La vittoria nel referendum aiuta l’organizzazione di un’alternativa anche in Italia. A patto che si metta da parte ogni illusione nella riforma del sistema e delle istituzioni, e si riponga piena fiducia nelle capacità delle masse di cambiare la società. Armate di un programma e di una strategia rivoluzionarie, possono sconfiggere nemici che appaiono imbattibili e conquistare il cielo.

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