24 aprile 2018

25 APRILE – Le lezioni inascoltate della storia

Le organizzazioni neofasciste sentono il vento a favore e stanno pericolosamente rialzando la testa. Dieci anni di crisi hanno creato un clima fertile per il razzismo e la guerra fra poveri, che i fascisti cercano di sfruttare a proprio vantaggio per radicarsi e far crescere le proprie organizzazioni. Come sempre il loro metodo è quello della violenza squadrista, possibilmente dal forte impatto mediatico. Si sono così moltiplicate le aggressioni, più di 100 nel 2017, affiancate dai blitz contro i giornali e le associazioni di sinistra, gli atti intimidatori contro i sindacati e le camere del lavoro, fino a veri e propri atti terroristici, come l’attentato del 3 febbraio scorso a Macerata.
Questa nuova ondata di violenza non ha trovato e non sta trovando però un’opposizione adeguata da parte delle forze di sinistra, che, ancora una volta, limitano la propria azione ad appelli istituzionali e a manifestazioni simboliche, quando sono proprio le istituzioni a permettere ai fascisti di agire indisturbati. Un esempio perfetto di questo atteggiamento passivo si è visto proprio dopo i fatti di Macerata, quando Anpi e Cgil hanno rinunciato a manifestare contro il razzismo e il fascismo su richiesta del sindaco Pd. Per fortuna in quell’occasione, migliaia di giovani e lavoratori hanno deciso di manifestare comunque, dimostrando agli esponenti imbalsamati dell’antifascismo istituzionale come si risponde al neofascismo, in massa e in piazza, senza paure e tentennamenti.
Non è un caso, ma il risultato di una concezione della società. Se non si capisce, o si nasconde volontariamente, il carattere di classe del fascismo, il suo ruolo nella lotta tra le classi al servizio dei padroni, da sempre e ancora oggi, si finisce per ritrovarsi impotenti e con in mano solo armi spuntate come gli appelli costituzionali. La sinistra riformista ha una lunga tradizione in questo senso. In effetti il suo primo grande fallimento fu proprio quello che ha permesso al fascismo di vincere in Italia negli anni Venti. Un errore pagato a caro prezzo, non solo dal movimento operaio italiano, e che è utile richiamare oggi.

 

Fascisti e padroni

Quando il movimento fascista venne fondato in Italia alla fine della prima guerra mondiale non era che un piccolo gruppo di reduci, elementi declassati ed emarginati, guidati da un feroce opportunista piccolo borghese, ex socialista, con un programma confuso di rivendicazioni sociali e nazionaliste. Tanto che alle elezioni politiche del 1919 raccolsero pochissimi voti. La svolta per i fascisti avvenne dopo che i padroni, spaventati dall’ascesa senza precedenti del movimento operaio durante il Biennio Rosso, li individuarono come uno strumento utile per schiacciare le organizzazioni operaie. Sulla scorta della rivoluzione d’Ottobre, infatti, in Italia tra il 1919 e il 1920 aveva preso vita un impetuoso movimento rivoluzionario che aveva visto operai armati e organizzati in consigli occupare le fabbriche e prenderne il controllo. Un movimento che, nonostante la sconfitta a causa del tradimento delle direzioni riformiste del Partito socialista e della Cgl, aveva spaventato a morte i padroni, che ora volevano farla finita una volta per tutte con il movimento organizzato dei lavoratori, tanto nelle città quanto nelle campagne. Fu a questo punto che i fascisti, con i loro metodi violenti, ottennero l’appoggio della borghesia, grande e piccola, e ricevettero finanziamenti e copertura politica.

 

I vili e gli arditi

A partire dal 1921 la violenza fascista si scatenò contro tutto il movimento operaio e contadino. Squadracce fasciste assaltavano le Camere del lavoro, davano fuoco alle stamperie dei quotidiani di sinistra, irrompevano negli scioperi, assassinavano sindacalisti e militanti socialisti e comunisti. Solo nel primo semestre vennero incendiate 59 case del popolo,
107 cooperative, 83 leghe contadine, 141 sedi di partito. Tutto nell’impunità più assoluta, coperti dalla polizia, che prima li osservava compiacente e poi si assunse il compito di reprimere le manifestazioni che i lavoratori organizzavano in risposta. L’atteggiamento dei dirigenti del Psi e della Cgl fu quello di non rispondere alle “provocazioni”, di mantenere la calma e di fare appello al governo e alla polizia affinché ponesse fine alle violenze fasciste. Il dirigente storico del Psi Turati arrivò a dire “Bisognerebbe avere il coraggio della viltà”. Un articolo pubblicato sull’Avanti (organo del Psi) si intitolava “Non resistere!”. Nell’estate dello stesso anno arrivarono persino a firmare con i fascisti un “patto di pacificazione”, mera illusione che però dà l’idea di quanto questi dirigenti non avessero capito la portata e il carattere di classe del movimento fascista, che si sarebbe fermato solo dopo aver schiacciato completamente le organizzazioni operaie.
Gli unici a provare a costruire un fronte unico, che riunisse militanti di tutte gli orientamenti politici in un’unica organizzazione militare per rispondere colpo su colpo alla violenza fascista, furono gli Arditi del Popolo, fondati a Firenze nel marzo del ’21, esperienza però di breve durata a causa dell’aperto boicottaggio dei dirigenti sia comunisti che socialisti. I primi per settarismo, i secondi perché non volevano abbandonare l’infausta idea che a un certo punto lo Stato borghese li avrebbe salvati e che il re “costituzionale” Vittorio Emanuele avrebbe fermato i fascisti.

 

Antifascismo e rivoluzione

Il fascismo crebbe fino ad arrivare al potere perché sostenuto e finanziato dalla borghesia, grande e piccola. Ma soprattutto a permetterglielo furono gli errori politici dei dirigenti riformisti. Che non solo causarono la sconfitta della rivoluzione nel 1920 ma impedirono al movimento operaio di organizzare una difesa adeguata. L’errore principale fu quello di pensare che il fascismo fosse un fenomeno di semplice criminalità politica, a cui lo Stato borghese avrebbe dovuto porre rimedio ripristinando la legalità, quando invece era uno strumento della lotta di classe, saldamente nelle mani dei padroni, esattamente come lo Stato.
Oggi i neofascisti non possono aspirare al potere, ma l’errore rimane lo stesso. Gli appelli alla legalità e alle istituzione sono tanto inutili e dannosi quanto lo erano negli anni Venti. Serve invece quello che sarebbe servito allora, un ampio fronte unico di tutti i giovani e i lavoratori, capace di dotarsi di una prospettiva rivoluzionaria per abbattere il capitalismo e il dominio dei padroni, la vera mano che ha sempre mosso e armato i fascisti.

 

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