2019 – Verso una nuova crisi?

L’editoriale del nuovo numero di Rivoluzione

Le previsioni economiche internazionali virano al brutto. È bastato che Apple annunciasse un calo nelle proprie aspettative sul mercato cinese per scatenare un’ondata di vendite nelle Borse. La concorrente-fornitrice Samsung a sua volta ha confermato che il settore high tech soffre di un problema di sovrapproduzione, tagliando le stime per il prossimo anno. Non solo Iphone: auto, case, servizi internet registrano difficoltà sul mercato cinese.

Le Borse europee hanno concluso il 2018 in passivo, dal -18,3 di Francoforte al -24,7 di Atene, passando per Milano (-16,1), Londra (-12,4), ecc.

L’economia tedesca è in netto rallentamento. Il Pil tedesco è calato dello 0,2 per cento nel terzo trimestre e se il dato si ripetesse nel quarto sarebbe “recessione tecnica”. La produzione industriale a novembre ha segnato un -1,9 per cento su ottobre, -4,7 su base annua. La Germania viene presa nel fuoco incrociato della guerra commerciale avviata da Trump, a cui si aggiungono le sanzioni per l’industria automobilistica e la debolezza delle banche a partire da Deutsche Bank. Le previsioni di crescita del Pil sono state riviste al ribasso (1,5 per cento) e ogni rallentamento dell’industria tedesca ha effetti immediati sui suoi fornitori a partire dall’Italia. La crisi dei debiti pubblici nell’eurozona è tutt’altro che superata, così come le sofferenze bancarie, nonostante i 2.600 miliardi spesi dalla Bce col “quantitative easing”.

La Cina cresce ancora al 6,5 per cento, almeno secondo i dati ufficiali. Diverse fonti mettono in dubbio il dato ipotizzando che la crescita reale sia poco oltre l’1,5 per cento e il regime è particolarmente opaco al riguardo. Quello che è certo è che una crescita inferiore al 7 per cento (e per il 2019 si prevede un rallentamento anche ben al di sotto del 6 per cento) significa difficoltà a gestire gli enormi squilibri interni, a partire dall’immigrazione dalle campagne, e dalla bolla immobiliare e finanziaria. Le autorità hanno cercato di sgonfiare queste bolle, col risultato che avendo colpito lo shadow banking (ossia il settore finanziario “ombra” proliferato in questi anni) hanno messo in difficoltà molte aziende che si finanziavano sul mercato parallelo dei capitali. Molte di queste sono state infine assorbite dalle grandi aziende di Stato.

Il governo cinese manovra a zig zag, usando le sue ancora cospicue riserve e alternando fasi di stretta monetaria a momenti di allentamento sul fronte della spesa pubblica e del credito facile, ma ci sono chiari segni di sovrapproduzione (ad es. nel proliferare delle linee ad alta velocità, o nell’edilizia) e di calo dei profitti. La stretta repressiva e ipercentralista di Xi Jinping conferma queste difficoltà. Le minacce di guerra commerciale rendono più caute le multinazionali nell’investire in Cina e alcune addirittura muovono altrove parte della produzione, come il gigante Foxconn, fornitore di Apple e di altri marchi dell’elettronica, che sposta le nuove linee produttive in India.

Nelle ultime due crisi mondiali (2001 e 2008) la Cina è stata un importante fattore di stabilizzazione, reinvestendo i suoi massicci surplus commerciali e contribuendo in misura importante a sostenere i mercati internazionali. Oggi la situazione si inverte tanto che ad agosto 2018 la Cina per la prima volta da decenni è stata un importatore netto di capitali. Il paradosso della bandiera “rossa” di Pechino che puntella il capitalismo mondiale pare avere esaurito il suo ciclo.

Donald Trump apparentemente ha le preoccupazioni minori. La crescita negli Usa prosegue e le sue politiche di taglio fiscale nel breve termine favoriscono questa ripresa. In un mondo pieno di incertezze i capitali affluiscono, grazie anche al rafforzamento del dollaro e ai tassi d’interesse crescenti. Ma dopo nove anni di ripresa economica il ciclo si avvia al termine e una recessione entro il 2020 è considerata molto probabile.

E fuori dai “grandi”, arroccati ciascuno a preparare lo scontro con i concorrenti, restano i paesi una volta definiti emergenti e oggi in balìa di queste tempeste economiche le cui ondate a turno li sommergono: Argentina, Turchia, Brasile…

Tutto l’enorme edificio degli assetti politici internazionali poggia su questo terreno instabile e franoso. Per la borghesia questo significa una instabilità politica permanente e sempre più ingestibile. Governi, partiti e leaders politici ascendono rapidamente e ancor più rapidamente affondano nella rabbia e nel disprezzo delle masse, come sta imparando in prima persona Emmanuel Macron (e non sarà certo l’ultimo).

Ma per i lavoratori, per la grande maggioranza della popolazione questa prospettiva significa un vero e proprio incubo. Un tunnel senza fine di sacrifici, supersfruttamento, povertà, precarietà del lavoro e della vita, futuro negato.

La via d’uscita ce la mostra una volta di più la Francia. Con le spalle al muro, le masse hanno preso l’unica strada possibile: quella dell’azione di massa, diretta e aperta. Sarà sulla base di movimenti e vere e proprie rivolte come quella francese, che sono inevitabili in tutti i paesi, che si costruirà una sinistra di classe, una sinistra rivoluzionaria che rompa con questo sistema decrepito e si ponga in prima linea nella lotta per una società socialista, dove al profitto e al potere di una infima minoranza si sostituisca il potere e il controllo dei lavoratori sull’economia e la società intera.

10 gennaio 2019

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