1920: Il Biennio rosso e l’occupazione delle fabbriche

Nel settembre del 1920, 500mila operai metalmeccanici in tutta Italia occuparono le fabbriche. Fu il punto più alto del processo rivoluzionario, conosciuto come il Biennio rosso, che da due anni attraversava il paese. Dalla fine della guerra nel novembre 1918, i lavoratori e i braccianti in più riprese si mobilitarono per migliorare le disastrose condizioni di vita in cui versavano. Non era solo il movimento operaio italiano a risvegliarsi; il vento sollevato dalla rivoluzione vittoriosa in Russia soffiava su tutta Europa.

L’occupazione delle fabbriche non è un episodio a sé stante, ma lo sbocco finale di un processo che sedimentava da tempo, dopo decenni di accumulazione di forze.

Nel 1892 nasce il Partito socialista, che anno dopo anno diventerà il riferimento di operai e contadini. Nascono le prime organizzazioni di mutuo soccorso, che si trasformano nelle federazioni di mestiere da cui prenderà vita il sindacato. Nel 1895 si tiene il primo congresso delle Camere del Lavoro, nel 1901 nasce la Fiom, il sindacato dei metalmeccanici, nel 1906 la Confederazione generale del lavoro (Cgl). Sono di quel periodo la prima legge che limita lo sfruttamento femminile e infantile, l’obbligo per le aziende dell’assicurazione sugli infortuni e le commissioni interne, la prima forma di rappresentanza dei lavoratori nelle fabbriche.

Soprattutto le città del nord Italia diventano il principale fulcro di questa crescita operaia, anche per il sostegno finanziario dei governi alle aziende private. Torino, Milano e Genova, ma anche Napoli, diventano presto poli industriali con grandi concentrazioni operaie.

Ed è proprio per contrastare lo sviluppo del movimento operaio organizzato che i padroni costituiscono, nel 1910, Confindustria.

 

Il dopoguerra

Con la fine della Prima guerra mondiale si apre una crisi verticale per l’economia, dopo che i padroni hanno fatto profitti enormi con le commesse militari. La produzione di generi alimentari crolla, il 40% del fabbisogno alimentare deve essere importato. La produzione industriale cala del 40%, l’estrazione di minerali del 15%, la chimica del 20%, il prezzo delle materie prime si impenna. La lira subisce continue incursioni speculative a cui segue una svalutazione senza precedenti. Il debito pubblico passa da 15 a 90 miliardi nel giro di due anni, l’inflazione galoppa.

Il potere d’acquisto dei salari crolla, i padroni dell’industria risolvono il problema della riconversione con licenziamenti e chiusure. Una situazione insostenibile per le masse che porta in poco tempo milioni di lavoratori ad aderire alle organizzazioni operaie. Già dalla fine del 1918 nelle campagne iniziano le occupazioni delle terre da parte dei contadini poveri, mentre il Partito socialista e i sindacati conoscono una crescita senza precedenti.

Il Psi passa da 24mila iscritti a 200mila nel 1920, nel novembre del 1919 i socialisti vincono le elezioni con oltre il 30% dei voti e 156 deputati: governano un quarto dei comuni del paese. I sindacati hanno una crescita ancora più significativa, in particolare la Cgl che passa da 250mila iscritti del 1918 a 2 milioni e 200mila del 1920 e la Fiom, che arriverà a 160mila iscritti, laddove prima della guerra superava di poco i 10mila.

 

Nascono i consigli di fabbrica

Le lotte si susseguono per tutto il 1919 e nel febbraio i metalmeccanici conquistarono la riduzione d’orario di lavoro a 8 ore a parità di salario. I salari rimangono insufficienti e portano a nuove lotte nell’estate per gli aumenti dei minimi tabellari e il contrasto al carovita. Ogni volta che si ottiene un miglioramento, per quanto piccolo, appena i lavoratori smobilitano, i padroni rimettono in discussione tutto.

È nella ricerca di strumenti di organizzazione più efficaci che già dall’estate del 1919 iniziano a crearsi i primi consigli di fabbrica. Il primo nasce alla Fiat di Torino, sostituendo la commissione interna che si era dimessa in quanto non più riconosciuta dai lavoratori. Gli operai decidono di eleggere un delegato per reparto, per un totale di 42, e per la prima volta votano tutti, iscritti o meno al sindacato.

Un’iniziativa che ovviamente non piace ai dirigenti sindacali, che vedono il rischio di perdere il controllo sui lavoratori: accettano i consigli obtorto collo, boicottandoli o depotenziandoli quando se ne presenta l’occasione.

È qui che emerge la figura di Antonio Gramsci, che insieme a Terracini, Tasca e Togliatti promuove il giornale l’Ordine nuovo, con l’intento di estendere l’esperienza dei consigli ovunque possibile. A Torino si riunisce il primo esecutivo dei consigli, dove sono presenti i delegati di 15 stabilimenti in rappresentanza di 30mila operai. Nel momento di maggior espansione i consigli di fabbrica rappresentano in tutta Italia fino a 150mila lavoratori. Gramsci e il suo gruppo vedono nei consigli di fabbrica l’embrione del potere operaio, la prima cellula di un possibile Stato operaio come quello sorto dalla rivoluzione d’ottobre.

 

Lo “sciopero delle lancette”

Marzo 1920. La tensione tra operai e padroni raggiunge li limite. I padroni inviano una delegazione (Olivetti e De Benedetti) per lamentarsi col Ministro degli interni per la diffusa indisciplina e le continue pretese degli operai.

La scintilla che fa scoppiare la lotta passerà alla storia come “lo sciopero delle lancette”. L’ora legale, misura applicata nell’industria per far risparmiare energia ai padroni durante la guerra, non è mai andata giù agli operai, che scioperano per abolirla.

Lo scontro non è più sull’orario o il salario, lo scontro è su chi comanda nelle fabbriche: i padroni o gli operai attraverso i consigli di fabbrica?

Il 29 marzo l’associazione padronale proclama la serrata e dichiara una serie di condizioni per riaprire le fabbriche.

Seguono 20 giorni di sciopero. La Cgl e la Fiom di Torino tentano di allargare lo scontro, con l’appoggio delle altre categorie e dei braccianti: oltre mezzo milione di lavoratori entra in lotta. Torino è assediata da 50mila soldati. Ma la mobilitazione riesce solo entro i confini del Piemonte, rimanendo isolata dal resto d’Italia per volontà di D’Aragona, segretario nazionale della Cgil.

Anche il Psi, spaventato dalle conseguenze a cui potrebbe portare lo scontro, sconfessa lo sciopero. Il 24 aprile D’Aragona firma un compromesso coi padroni; commissioni interne e consigli di fabbrica restano, ma molto depotenziati.

Una sconfitta chiara, ma non decisiva, che sarà il preambolo della mobilitazione successiva. Buozzi, segretario della Fiom, e gli altri dirigenti metalmeccanici, sono consapevoli della perdita di autorità del sindacato e tentano di recuperare credito prendendo l’iniziativa per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici.

 

Lo scontro finale

Ad agosto i metalmeccanici della Fiom, della Cil e dell’Usi presentano tre piattaforme alla Confindustria. Gli anarchici dell’Usi e i cattolici della Cil però sono molto deboli nella categoria e confluiscono sulla piattaforma della Fiom.

La trattativa si interrompe subito: i padroni hanno potuto misurare in primavera quale sia l’inconsistenza dei dirigenti sindacali e sono determinati a regolare una volta per tutte i conti. Il 13 agosto rompono le trattative e il capo della delegazione padronale Rotigliano (amministratore delle acciaierie Ilva) apostrofa Buozzi: “Ogni discussione è inutile. Gli industriali sono contrari alla concessione di qualsiasi miglioramento. Da quando è finita la guerra essi hanno continuato a calare i pantaloni. Ora basta e cominciamo da voi.”

Il vertice della Fiom è costretto a reagire, schiacciato tra la determinazione dei lavoratori e l’intransigenza del padronato. La settimana successiva convoca un congresso straordinario a Milano, dove si decide di passare all’ostruzionismo. Tutti i lavoratori si devono rigidamente attenere allo svolgimento delle proprie mansioni a ritmi più lenti, per non perdere salario ma facendo perdere produttività. Se i padroni, come in primavera, decidono per la serrata, si passerà all’occupazione degli stabilimenti.

L’ostruzionismo si dimostra efficace e nel giro di una settimana in molti casi porta a un vero e proprio crollo della produzione. Stabilimenti come quello della Romeo a Milano, con oltre duemila operai, devono sospendere la produzione.

Scatta allora la serrata padronale. Il 30 agosto il padrone della Romeo di Milano fa trovare la fabbrica chiusa, i lavoratori sfondano gli ingressi e la occupano. È il segnale che fa entrare in occupazione tutti gli stabilimenti del paese, cantieri navali compresi. Tra il primo e il 4 settembre tutti gli stabilimenti sono occupati. Centinaia di migliaia di lavoratori sono in lotta, proseguono la produzione, si autodisciplinano in fabbrica, organizzano le ronde. Nascono le guardie rosse, formazioni di lavoratori armati in difesa delle fabbriche occupate. Si istituiscono mense pubbliche nelle fabbriche, si organizzano casse di resistenza con la popolazione.

Incoraggiati dalla mobilitazione operaia i contadini occupano le terre, i ferrovieri si organizzano per garantire i rifornimenti di materie prime per continuare la produzione. Anche gli operai delle altre categorie iniziano ad organizzarsi per sostenere la lotta dei metalmeccanici.

La rivoluzione è partita e non si può più fermare: l’occupazione serra i ranghi tra i lavoratori e i settori più sfruttati, che vedono nei metalmeccanici la guida per il tanto agognato riscatto.

 

La paralisi del vertice

Ma è proprio il partito che avrebbe dovuto guidare questa rivoluzione il punto debole. I vertici riformisti della Cgl e della Fiom e gli stessi massimalisti del Psi sono terrorizzati. Per giorni e giorni lasciano fare senza intervenire, s’illudono che la determinazione dei lavoratori porti Confindustria a più miti consigli.

Chiedono al governo Giolitti di rimanere neutrale, ma l’unico motivo per cui Giolitti non interviene è perché non ha armi e uomini sufficienti per sedare un movimento esteso in tutto il paese. Inoltre, avendo gli operai occupato le fabbriche, l’unico modo per snidarli sarebbe prendere gli stabilimenti a cannonate. La linea di Giolitti è di prendere tempo e di lasciare ai riformisti il compito di spegnere il movimento.

Il 9 settembre durante la direzione straordinaria convocata del Psi con i dirigenti della Cgl, D’Aragona sfida i dirigenti di Torino, la punta più avanzata dello scontro, chiedendo se sono in grado di passare alla controffensiva, se la tanto sbandierata rivoluzione propagandata dai massimalisti sarà portata fino in fondo.

D’Aragona rivendica la natura strettamente sindacale della lotta e pone al Psi un ultimatum: o si prosegue sul binario della lotta esclusivamente sindacale o il Psi si prende tutta la responsabilità politica. Serrati declina, e si va al voto su due mozioni. La prima di D’Aragona per il proseguimento della lotta esclusivamente sindacale, la seconda in cui il sindacato passa le consegne al Psi per lottare per il socialismo. Vince D’Aragona, Buozzi e la Fiom si astengono, tutti, dirigenti del Psi compreso, tirano un sospiro di sollievo.

Il movimento è di fatto privato di ogni sbocco, e Giolitti prende l’iniziativa. Il 19 settembre si firma l’accordo tra sindacato, padroni e Governo su una non meglio specificata gestione tra sindacati e padroni delle fabbriche. Quella che oggi sarebbe chiamata cogestione, e che oggi come allora esiste solo nei sogni delle burocrazie sindacali.

L’accordo prevede anche la retribuzione degli operai per le ore lavorate durante l’ostruzionismo e lire d’aumento al giorno.

La notizia ha un effetto devastante sugli operai. Il 25 settembre la Fiom, puntando sulla stanchezza dei lavoratori, indice un referendum. Ovviamente davanti alla mancanza di un’alternativa, con lo stato maggiore che ha dichiarato la resa, solo una minoranza vota e vince il Sì. Tra il 25 e il 30 settembre l’occupazione ha termine.

La gestione delle fabbriche tra operai e padroni si rivela per quello che è: una presa in giro.

 

Una direzione incapace

I massimalisti di Serrati avevano giocato col fuoco, lanciato proclami incendiari nei comizi e sulla stampa, ma senza nessuna consapevolezza di quello che si andava preparando sulla scorta degli avvenimenti mondiali. Una dimostrazione di irresponsabilità che la classe operaia e i contadini pagano a caro prezzo. La borghesia, indisposta a rischiare una nuova crisi rivoluzionaria, inizia a spalleggiare e finanziare su larga scala le squadre fasciste di Mussolini per distruggere ogni forma di organizzazione dei lavoratori.

Pochi mesi dopo, a gennaio a Livorno, Gramsci e Bordiga fondano il Partito comunista: il tradimento della lotta è alla base della scissione col Psi.

Le condizioni per la rivoluzione c’erano tutte, quello che mancava era la direzione. Il bolscevichi erano riusciti a prendere il potere e a gettare le basi per la prima repubblica sovietica grazie alla capacità di aver costruito nei decenni precedenti alla rivoluzione un partito consapevole dei propri compiti. Da tempo avevano fatto i conti con l’opportunismo dei riformisti, l’inconcludenza dei massimalisti e le spinte avventuriste. Alla Terza internazionale di Lenin e Trotskij mancò il tempo materiale per formare una direzione adeguata nel Psi, e poi nel Pcd’I, gli avvenimenti correvano troppo veloci. Ma il patrimonio di esperienza lasciatoci da questi grandi rivoluzionari, sommato allo studio di questi processi rivoluzionari, sono per noi lo strumento principale per impedire che il sacrificio di milioni di lavoratori sia stato vano e per offrire ai lavoratori nei prossimi movimenti rivoluzionari una direzione adeguata.

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