14 novembre 2016

Usa – Comincia la resistenza dei giovani contro Trump

Il giorno dopo le elezioni gli americani si sono svegliati in un “nuovo e strano Paese”. Il Washington Post ha definito la vittoria di Trump “uno sconvolgimento cataclismico ed epocale”. Secondo fonti interne il Comitato Nazionale Repubblicano e Donald Trump stesso non si aspettavano questo risultato.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.”

Dante Alighieri, La Divina Commedia: Inferno

Il doppio mandato di George W Bush ha visto milioni di persone scendere in piazza per protestare contro la sua “elezione” e le conseguenti guerre contro il terrorismo e contro il mondo. Al confronto gli otto anni della presidenza Obama sono stati un periodo relativamente tranquilllo dal punto di vista della lotta di classe, con pochissime proteste di massa, manifestazioni a Washington o grandi scioperi. La grande recessione ha avuto un effetto inibitorio, la direzione del movimento operaio si è spostata molto a destra nascondendosi dietro alla paura del “male maggiore” e, a parte qualche importante rivolta, si è fatta strada una certa dose di apatia e cinismo.

Questa epoca è finita la notte dell’8 novembre. Sebbene Trump non si insedierà ufficialmente fino al 20 gennaio 2017 siamo entrati in una nuova epoca, una in cui le pressioni e le contraddizioni accumulate negli ultimi decenni divamperanno in superficie. Il futuro non sarà come il passato. Le condizioni e le coscienze sono cambiate e stanno cambiando, e siamo solo all’inizio.

La vittoria di Trump ha appena fatto sembrare la Brexit appena un gioco da ragazzi, le dimensioni della lotta di classe che si prepara nei prossimi anni metteranno in ombra la rivolta del Wisconsin, Occupy, Black Lives Matters e il movimento attorno a Bernie Sanders.

 

La gioventù contrattacca

Mentre milioni di operai e lavoratori delle zone rurali festeggiano il loro dito medio che hanno mostrato all’1% dei super ricchi, milioni di altri lavoratori e giovani fanno del loro meglio per digerire l’amaro boccone del fallimento della politica del “meno peggio”. Milioni di persone sono veramente traumatizzate, sinceramente amareggiate e comprensibilmente sconvolte. Non riescono a immaginare un mondo in cui un miliardario prepotente e intollerante ricopra il ruolo più alto nella vita politica americana. Ma milioni e milioni di altre persone sono indignate, colpite nel profondo e pronte a lottare.

Fin dalle prime ore del 9 novembre, pochi minuti dopo l’annuncio dei risultati, in tutto il Paese sono scoppiate proteste spontanee da Pittsburgh a Portland. Mentre gli apologeti liberali dei crimini e dei fallimenti della Clinton e dei Democratici si disperavano nel panico, emergeva l’istinto della gioventù radicalizzata. È il movimento Sanders 2.0, che non tenta più di trasformare il Partito Democratico attraverso i caucus e le primarie, ma si riversa spontaneamente nelle strade per rendere chiaro il loro rifiuto al vivere in un Paese in cui vengono sdoganati e incancreniti razzismo, sessismo, omofobia, povertà, disoccupazione e mancanza di casa.

Nel giro di poche ore dozzine di assemblee e proteste “d’emergenza” sono state organizzate sui social media, da New York City all’Indiana, da Oakland a Minneapolis. In diverse scuole superiori gli studenti hanno organizzato scioperi, e si sono tenute manifestazioni in decine di campus universitari. Alcuni manifestanti hanno bruciato la bandiera americana mentre cori come “Va******** Trump!” “Non è il mio presidente!” “Razzista, sessista, del ku klux kan. Donald Trump vattene!” si levavano da migliaia di manifestanti in marcia attraverso Manhattan per manifestare sotto alla Trump Tower. Il clima è stato riassunto da Adam Braver, uno studente dell’univesità di Berkeley: “Non possiamo semplicemente fare un passo indietro e lasciare che un razzista e sessista diventi presidente… ci ha fatto sembrare malvagi agli occhi del mondo intero. Questo è l’inizio di un movimento“.

I compagni della sezione statunitense della TMI hanno partecipato in forze a molte di queste manifestazioni e hanno diffuso al corteo di New York l’ultimo numero del Socialist Appeal, fresco di stampa. L’entusiasmo e lo slancio visto in queste proteste continue sono un segnale importante. Mostrano il potenziale rivoluzionario che esiste in grandi e piccole città in tutto il Paese. Le dimostrazioni e le assemblee devono continuare e continueranno. Tuttavia se i lavoratori e i giovani d’America e del resto del mondo vogliono un futuro migliore le manifestazioni non bastano. Il nostro compito storico non è soltanto quello di mostrare il nostro malcontento verso il sistema, ma quello di porre fine a questo sistema una volta e per tutte.

Crisi e lotta

Trump dovrà gestire una crisi economica e sociale di proporzioni titaniche. Non sarà in grado di mantenere le promesse fatte. In milioni hanno visto bruciare le loro illusioni nel sistema e altri milioni seguiranno. Prevedere il risultato esatto delle elezioni era impossibile, ma possiamo essere certi di una cosa: nelle settimane e negli anni a venire la lotta di classe si intensificherà, con ondate e riflussi, nelle fabbriche, nelle università e nelle strade.

È girata la notizia del collasso del sito canadese per l’immigrazione notmypresident_2la notte delle elezioni. Sembrerebbe che molti americani pensino di poter risolvere i loro problemi lasciando il Paese. Ma la crisi del capitalismo è globale, non c’è via di fuga. Dal Canada alla Scandinavia, tutte le conquiste delle lotte dei lavoratori del passato stanno venendo erose. Nello scontro con i nostri nemici di classe quando la scelta è lottare o fuggire dobbiamo seguire l’esempio dei giovani e lottare!

Trump non è nè la vera faccia nè il futuro dell’America. Nel complesso quasi metà degli aventi diritto al voto non è andata a votare. Rispetto al 2008 e al 2012 sono andati alle urne milioni di persone in meno, nonostante la popolazione sia aumentata. Meno del 25% degli aventi diritto al voto ha votato per Trump. Molti di questi lo hanno fatto come protesta contro lo status quo, nonostante la sua intolleranza e non a causa di essa.

La vita insegna e si impara dall’esperienza. La vittoria di Trump servirà da sveglia, un duro promemoria del fatto che non si può semplicemente “credere” o “sperare” nel cambiamento. Non ci sarà alcun cambiamento votando i partiti dello status quo. Bisogna lottare per ottenerlo. Gli americani sono stanchi dello status quo e vogliono un cambiamento. Vogliono prendere in mano il proprio destino. Vogliono un lavoro decente, assistenza sanitaria, istruzione, sicurezza e una migliore qualità di vita per sè stessi e per i loro cari. Sotto il capitalismo niente di tutto ciò è possibile. Che ne siano già consapevoli o meno quello che vogliono è una rivoluzione socialista. Questo è il momento in cui ci troviamo.

Non sarà facile e non sarà immediato ma possiamo renderlo una realtà in questa nostra epoca. La lezione chiara delle elezioni di martedì è che, per dirla con le parole di Frederick Douglass: “se non c’è lotta non c’è progresso”. La vita stessa è una lotta e dobbiamo intraprenderla. Quello che abbiamo davanti è un’epoca eccitante di lotta per una vita migliore per tutti. L’esempio dei giovani dovrebbe riempirci di entusiasmo e ottimismo per il futuro.

Solo il socialismo può battere Trump! Unisciti alla TMI nella lotta per un futuro migliore!

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