6 dicembre 2017

Ripetere “popolo” e “unità” è facile – Costruire il partito di classe è difficile

A quasi dieci anni dall’inizio della crisi economica e della contestuale scomparsa della sinistra dal parlamento, il problema dell’organizzazione e della rappresentanza politica dei lavoratori in Italia resta un problema insoluto.

In altri paesi europei il tracollo della credibilità delle istituzioni e dei partiti borghesi, quello che abbiamo chiamato altrove “la scomparsa del centro politico”, ha trovato espressione nella rapida ascesa di nuove formazioni o dirigenti riformisti di sinistra dal profilo molto radicale (almeno nelle fasi iniziali) e dal seguito di massa, in Italia questo processo ha assunto sin qui forme diverse.

Il vuoto lasciato dal discredito della sinistra politica almeno dal 2008, il rifiuto della direzione della Fiom nel 2010-2011 a rispondere alle aspettative di massa e promuovere un partito di classe, il ruolo di freno assoluto della burocrazia della
Cgil verso un movimento operaio che non è riuscito, salvo che in limitate occasioni a rompere questa resistenza burocratica, e infine l’assenza dal 2011 in poi di un movimento giovanile hanno fatto sì che l’espressione della rabbia contro il sistema, feroce e genuina, non si esprimesse in formazioni politiche con un richiamo di classe, per quanto spurio, ma nel peculiare fenomeno del M5S.

 

Parabola dei 5 Stelle

Non avendo mai avuto illusioni nel M5S, a differenza di altri a sinistra, non cediamo né a simpatie né a particolari risentimenti quando lo descriviamo come l’espressione di un genuino odio di massa per il sistema politico (borghese), un sentimento alla “que se vayan todos”, preso però a ostaggio da una concezione politica che nega ogni riferimento di classe, abbracciando una retorica populista, con un programma piccolo-borghese e dunque instabile e oscillante per natura fra le due classi principali della società: lavoratori e borghesia.

Così l’idea originaria di un capitalismo ripulito e più egualitario ha progressivamente ceduto il passo ai tratti più reazionari della piccola borghesia, strizzando l’occhio a posizioni apertamente xenofobe. Nella fase più recente l’avvicinamento e la parziale integrazione nell’apparato statale (sin qui a livello di governo locale) ha comportato, in assenza di qualsivoglia legame e riferimento alla classe lavoratrice, la normalizzazione del movimento, i cui vertici cercano di accreditarsi come partito di governo affidabile. Ed ecco allora Di Maio che si reca negli Usa a rinnegare le marachelle di gioventù e garantirsi come statista europeo e persino atlantista, con il sostegno alla Nato, che scrive lettere da alunno modello al Corriere della sera e ostenta
ragionevolezza nel forum confindustriale di Cernobbio. Sotto al leader, tante cordate che si combattono dietro le quinte mentre la retorica sulla democrazia diretta e il controllo della base non riesce più a coprire una partecipazione sempre più scarna e virtuale.

Pur essendo la traiettoria del M5S abbastanza avanzata nel suo sviluppo, oggi resta in termini elettorali l’opzione maggioritaria per un disilluso voto di protesta. Ma la responsabilità di questo non è da cercare nel M5S né negli astri, ma nei limiti della sinistra.

 

“Unità della sinistra”. Il partito della (burocrazia della) Cgil

Con l’assemblea di Roma del 3 dicembre di Mdp-SI-Possibile si chiude una traiettoria partita dopo la nascita del Pd e la fine del secondo governo Prodi, che ha visto la direzione della Cgil privata di un proprio punto di riferimento politico. Mancava così la “sponda politica”: non certo un partito che organizzasse gli strati più coscienti
e offrisse una prospettiva generale anche alle lotte sindacali, come dovrebbe essere, ma un settore istituzionale che tutelasse il ruolo di mediatore degli apparati sindacali.

Per tutto un periodo attorno al 2010 la pressione del movimento operaio, con epicentro lo scontro in Fiat, aveva aperto alla direzione della Fiom la possibilità di dare una risposta in avanti alla questione del partito di classe: la resistenza degli operai Fiat dava un punto di riferimento e un esempio entusiasmante ai settori operai e giovanili più combattivi. Quel patrimonio è stato sperperato per pavidità e opportunismo e da lì, rientrata la pressione dalla base, e rientrata la Fiom nella pacificata maggioranza della Cgil, si è tornati alla ricerca della sponda politica nei meandri della lotta interna al Pd, per poi finire a sostenere l’operazione Mdp, sotto la paternità di D’Alema e Bersani. In mezzo, la fallimentare strategia referendaria con cui la segreteria Camusso ha seppellito la lotta contro il Jobs act.

L’endorsement del sindacato è ufficiale, con le manifestazioni del 2 dicembre a benedire l’operazione del giorno successivo. Ne viene fuori una lista, forse successivamente un partitino socialdemocratico, che in nome dell’unità della sinistra incorpora il peggio di due stagioni di centrosinistra governativo e che già si proclama interlocutore del Pd dal giorno dopo le elezioni.

 

“Unità (antiliberista)”. Ovvero macerie e chi prova a scalarle

A sinistra della sinistra unita, c’è un’altra sinistra unita, lanciata dall’assemblea al Teatro Italia a Roma il 18 novembre sulle ceneri del Brancaccio. In questo campo troviamo diverse delle prospettive di riorganizzazione della sinistra che hanno mostrato la propria inadeguatezza in questi anni.

Rifondazione, ovvero “col vostro permesso vorremmo tornare in Parlamento”. Dopo aver disperso il patrimonio militante e di autorità sull’altare dei governi di centrosinistra, si è trascinata da una
“unità” all’altra: Sinistra Arcobaleno, Federazione della Sinistra, Cambiare si Può, Rivoluzione Civile, l’Altra Europa con Tsipras.

Questo tipo di “unità della sinistra” corrisponde alla somma aritmetica delle forze coinvolgibili alla prossima scadenza elettorale per superare la soglia di sbarramento, attorno a un vago programma riformista europeista, che si sposta un po’ più a destra o un po’ più a sinistra a seconda di chi è disposto ad allearsi. Fino all’altro ieri la sinistra unita era quella di D’Alema, a cui si chiedeva giusto di candidare figure nuove, né più né meno come in Sicilia ci si dichiarava indisponibili ad accettare candidature calate dall’alto, salvo poi accettarle nella figura di Fava. Poco sportivamente i soci maggiori hanno scaricato il Prc, non certo per motivi di principio (qualche seggio potevano anche darglielo), costringendo i suoi dirigenti a improvvisare l’ennesima operazione “unitaria”.

Ecco allora l’appello del centro sociale “Je so’ Pazzo” – ex Opg, che ha anche il vantaggio di dare una spruzzata di movimentismo all’impresa. Un’operazione con una certa dose di spregiudicatezza, che ha sfruttato lo scacco e la crisi di credibilità di Rifondazione per porsi alla testa e sfruttarne la residua base, che costituiva lo spezzone più cospicuo dell’assemblea romana.

L’operazione non è molto dissimile da quanto fecero i disobbedienti negli anni 2000, che in nome del “movimento dei movimenti” fecero asse con Bertinotti, conducendo una battaglia ideologica contro l’idea di partito, contro l’idea di lotta di classe, con un apparato teorico postoperaista negriano, che si tradusse puntualmente nella copertura alle burocrazie di partito.

Il risultato è noto: la promessa irruzione dei movimenti nelle istituzioni e il radicalismo verbale lasciò il posto (come da consolidata tradizione dell’operaismo) al dilagante elettoralismo, in gran parte approdato sulle sponde di Sinistra italiana e nel sostegno di governi e giunte di centrosinistra.

I Clash City Workers, l’organizzazione politica di riferimento dell’ex-Opg, non hanno ancora percorso l’intera traiettoria, ma ne incorporano le premesse. La base è l’idea operaista della ricomposizione di classe (fare legame, fare comunità, riconnetterci), dove l’inchiesta operaia è diventata inchiesta di tutti gli strati oppressi, il soggetto rivoluzionario di classe si è sfumato nel popolo (“Potere al popolo!”), la rottura rivoluzionaria è rimossa e la sua rivendicazione è vista come ideologica, il programma è inutile perché bastano “4 o 5 punti” e l’unico problema è l’attività sociale sul territorio (fare come noi). Come spiegato nelle conclusioni dell’assemblea napoletana per la lista: “I programmi politici hanno senso se hanno le gambe su cui camminare. La distinzione fra riformisti e rivoluzionari non avviene nelle righe di un programma, ma nella pratica. Se non hai dietro di te un milione, due milioni, tre milioni di persone parlare di certe cose non ha proprio senso”. 150 anni di battaglia teorica ed esperienza storica contro il riformismo buttati via come un fondo di caffè.

Non a caso tanto pragmatismo non trova difficoltà a giustificare i tradimenti dei riformisti, come nel caso di Tsipras, la cui capitolazione dopo il referendum sarebbe tutta dovuta, a loro dire, al rapporto di forze sfavorevole, alla minaccia di uno scenario ucraino (?) e comunque avrebbe avuto il grande merito di far vedere che la Troika è cattiva. Quando non si ha un’idea alternativa di sistema, il riformismo è l’unico approdo, per quanta retorica “basista” ci si metta dentro.

E il partito? La sua necessità è negata, visto che il problema è la ricomposizione popolare sul modello del centro sociale (riedizione dei collettivi operai) e poi direttamente quello dell’autorappresentanza nelle istituzioni (borghesi). La necessità di un’organizzazione riguarda solo un gruppo organzizato e ristretto che fa battaglia di frazione nel movimento, salvo poi entrare in trattativa con i partiti esistenti, quali che siano. Nella tradizione postoperaista, una iperorganizzazione del gruppo centrale e una struttura informe per la base, dove il reale controllo democratico rimane solo uno slogan.

 

“Unità dei comunisti”?

Un altro tema ricorrente è la proposta dell’unità dei comunisti. L’idea è semplice: davanti alla disgregazione della sinistra e alla bancarotta ideologica ripartiamo da chi ha un’identità chiara per avere una massa critica che possa essere punto di riferimento. Questa proposta però non si pone una domanda ancora più semplice: un partito comunista esisteva già, ed è scomparso, perché? E dopo il “grande Pci” è esistita Rifondazione. Ma una seria analisi delle cause che hanno condotto alla crisi rovinosa di questi partiti rimane preclusa o limitata alle sterili lamentazioni.

L’“unità dei comunisti” oggi è, ironicamente, una bandiera che diverse organizzazioni che si definiscono tali agitano l’una contro l’altra (Pc contro Pci, entrambi contro il Prc, o verso altre sigle) per contendersi una base militante sempre più ridotta. Il resto è una babele di “difesa della Costituzione”, lotta per la “sovranità nazionale”, strizzate d’occhio a qualsiasi governo per qualsivoglia motivo si trovi in contrasto con gli Usa, nostalgie staliniane e assai più concrete sbandate nazionalistiche.

 

Una prospettiva rivoluzionaria

Un partito di classe è una necessità vitale per i lavoratori e i giovani. Non siamo noi a dirlo, ma è un sentimento che assume ormai dimensioni di massa. Ed esso si formerà sulla base degli eventi (il processo di verifica del M5S è uno di questi), e soprattutto di un ritrovato protagonismo di massa sul terreno della lotta di classe e politico, secondo tempi e forme che non possiamo oggi prevedere. Un processo molto diverso dalla ennesima sommatoria di ceti politici raccogliticci – partitici, sindacali o di movimento poco importa.

Le aggregazioni che si formano sulla base della confusione politica, magari teorizzando che è proprio grazie alla confusione (che altro non è, se non la mancanza di una chiara base politica o la coesistenza di posizioni diverse sotto il famoso “minimo comune denominatore”) non risolvono il problema. Così facendo la cosiddetta avanguardia si trasforma in retroguardia, e altro non fa che preparare le future sconfitte.

I giovani e i lavoratori sono più intelligenti e capiscono la realtà meglio di tanti “dirigenti” della sinistra. Intuiscono oggi che questo sistema non ha loro nulla da dare, che le sue istituzioni politiche sono marce da cima a fondo e sono aperti a una genuina prospettiva rivoluzionaria. Oggi nostro compito, anche sul terreno elettorale, è offrire questa prospettiva in modo diretto e aperto, senza schematismi ma in modo netto, sapendola legare allo sviluppo concreto e talvolta contraddittorio della coscienza. Con un programma di rottura col capitalismo, apprendendo dai processi in corso a livello internazionale, conquistando tutto un nuovo settore di giovani e lavoratori alle idee del marxismo e alla militanza rivoluzionaria.

Quanto più questo lavoro sarà efficace, tanto migliori saranno domani le condizioni perché queste idee trionfino nel momento in cui le masse entreranno in campo stravolgendo anche il quadro politico della sinistra.

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