3 febbraio 2016

Riformismo, rivoluzione e la crisi del capitalismo Usa

In questi giorni, sembra che quasi tutti siano diventati socialisti in un modo o nell’altro. Non era senz’altro questa la situazione quando Socialist Appeal è stato fondato, quindici anni fa. Certo, ciò che la maggior parte della gente intende con “socialismo” al momento è lontano dalla concezione pienamente rivoluzionaria che difendiamo nel nostro programma; tuttavia, questo segna pur sempre un cambiamento spettacolare nelle coscienze.

Una generazione fa, nel 1989, siamo stati informati da Francis Fukuyama che avevamo raggiunto la Fine della Storia: “Quanto potremmo star vedendo non è solo la fine della Guerra Fredda, o un passaggio di un particolare periodo della storia post-bellica, ma la fine della storia in quanto tale: ovvero, il capolinea dell’evoluzione ideologica dell’umanità e l’universalizzazione della liberal-democrazia occidentale come forma finale di governo umano”.

In un mondo dilaniato dalla guerra, dal terrorismo, dal razzismo, dall’ignoranza e dalla povertà, e con un ripetersi dell’implosione economica del 2008 implicito nella situazione, non c’è da stupirsi se ci sono nervosismo sul futuro, rabbia contro lo status quo e la ricerca ansiosa di una via d’uscita. Continua ad aggravarsi la crisi di fiducia nel sistema: terreno fertile per il populismo sia a sinistra che a destra.

Fa parte di questo processo la decomposizione del ben collaudato quadro politico americano. Sostenuta per decenni da una relativa prosperità economica, l’alternanza democratici-repubblicani era alle fondamenta del dominio capitalista nel Paese più ricco del mondo. La stretta della crisi, però, ha messo sotto tensione il sistema bipartitico fino al punto di rottura. I capitalisti stanno perdendo la presa che hanno avuto sulla politica per decenni. Per dirla con la stratega dei democratici Anita Dunn, “[se c’è una cosa che] abbiamo visto nel 2016, è che la politica non gioca più secondo le regole di prima”.

In ultima analisi, i partiti politici esprimono gli interessi di una classe o di un’altra. Per quanto possano basarsi su elettori da altre classi per vincere le elezioni, in fondo possono rappresentare una classe sola. Sia i repubblicani sia i democratici sono difensori della classe capitalista. La classe operaia statunitense non ha mai avuto e non ha ancora un partito di massa tutto suo. Per molte generazioni, i democratici si sono potuti appoggiare sugli elettori della working class, e sui lavoratori sindacalizzati in particolar modo, che, in mancanza di un’alternativa, si tappavano il naso ai seggi e votavano per il male minore. Ma ogni pazienza ha un limite.

Senza un sistema parlamentare multipartitico o un partito del lavoro di massa che incanali le aspirazioni dei lavoratori e dei giovani, la necessità di uno sbocco politico è espressa in questa fase attraverso gli apparati dei partiti maggiori esistenti – con conseguenze potenzialmente esplosive e caotiche. Nel caso dei repubblicani, la tensione è incanalata sulla candidatura di Donald Trump, che spinge il partito ancora più a destra. La possibilità che azzardi una candidatura indipendente e una scissione plateale del partito non è da escludersi nel breve termine. Stimolati dagli appelli demagogici di Trump a “rendere di nuovo grande l’America”, piccoli imprenditori frustrati e strati arretrati della classe operaia costituiscono la sua base di appoggio.

Nel campo dei democratici, la campagna di Bernie Sanders ha stravolto tutte le aspettative degli strateghi democratici. Speravano che servisse semplicemente come copertura di sinistra per Hillary Clinton, secondo il meccanismo delle pubblicità ingannevoli: un inganno per frodare chi si considera di sinistra facendolo finire a votare per candidati pro-capitalisti e pro-imperialisti. Invece hanno fatto proprio male i loro calcoli e la candidatura Sanders ha accumulato un grosso slancio. Secondo i social media, ha vinto i dibattiti interni al Partito Democratico con un ampio margine in alcuni gruppi demografici chiave. La sua popolarità tra gli elettori neri e ispanici, che a lungo sono stati considerati come garantiti per Clinton, è in crescita, e in effetti ha un apparato di procacciatori di voti dal basso più forte della sua rivale nelle primarie in quasi ogni stato. Se non fosse per i sindacati, la maggior parte dei quali ha gettato le sue risorse e i suoi volontari nella sua campagna – sebbene non senza resistenza da parte della base – Hillary Clinton si troverebbe in una posizione ancora più precaria.

L’interesse verso le proposte politiche di Sanders – limitate nella sostanza ma radicali nel contesto del capitalismo americano – hanno fatto risuonare qualcosa in particolare nell’animo di milioni di giovani. Se avesse corso come indipendente, facendo appello ai sindacati perché rompessero coi democratici per costruire qualcosa di nuovo, Sanders avrebbe potuto provare seriamente a lanciare una sfida al sistema bipartitico. Invece, ha scelto deliberatamente di buttare il suo peso nel ridare un’immagine ai democratici – gli stessi che negli ultimi 100 anni hanno governato per i capitalisti quasi due volte più a lungo dei repubblicani. Ora, c’è una possibilità reale che vinca le primarie e addirittura la presidenza, rendendosi così direttamente responsabile della gestione della crisi del capitalismo che potrà solo intensificarsi negli anni a venire.

Coi cordoni della borsa e centinaia di “superdelegati” della Convenzione Democratica Nazionale fermamente in mano a Clinton, la candidatura di Sanders è ancora una battaglia tutta in salita. Molto però può cambiare, da adesso agli ultimi caucus e primarie su scala statale. Resta il fatto che, in meno di un anno, Bernie Sanders ha colmato un distacco di 50 punti arrivando a raggiungere o anche sorpassare Hillary Clinton in molti stati chiave. Se le presidenziali si tenessero oggi, i sondaggi indicano che sconfiggerebbe Trump con un margine del 15%, confutando l’argomentazione pavloviana del campo clintoniano contro di lui: che Sanders è ineleggibile e che Clinton è il cavallo su cui il partito deve puntare per tenere a bada una destra con la bava alla bocca. Con diffusi sospetti sulla sua credibilità e affidabilità, dovuti ai suoi legami strettissimi con Wall Street e al suo comportamento come Segretaria di Stato durante il primo mandato di Obama, la stessa Clinton potrebbe semmai essere “ineleggibile”.

Il socialismo di Sandesr è una tiepida varietà socialdemocratica di riformismo, nel migliore dei casi. Le sue proposte includono Sanità e Istruzione universali, finanziate attraverso una tassazione moderatamente più elevata sui ricchi, mantenendo al contempo intatte le strutture basilari del capitalismo. Come le politiche di Franklin Delano Roosevelt durante la Grande Depressione, questo socialismo cosiddetto “scandinavo” punta a smussare le disuguaglianze più stridenti del sistema, ma allo scopo anche a placare le turbolenze sociali e salvare il sistema da sé stesso. Anche Hillary Clinton si è detta d’accordo su questo durante uno dei primi dibattiti democratici, dicendo: “Il nostro compito è tenere a freno gli eccessi del capitalismo prima che sfugga al nostro controllo”.

Comunque, questo non è socialismo nel senso scientifico della parola. Questo tipo di aggiustamenti al capitalismo non potranno mai eliminare la causa prima della disuguaglianza, dello sfruttamento e dell’oppressione: il sistema capitalista stesso. Data la profondità della crisi e l’arroganza insopportabile dei capitalisti più potenti, una presidenza Sanders subirebbe pressioni molto forti anche solo se cercasse di mantenere le più modeste tra le sue promesse – preparando così il terreno a un “male maggiore” ancor più reazionario in futuro.

Ci sono due tipi di riformismo: quello che cerca di portare avanti delle limitate riforme sociali entro i confini del capitalismo e quello che immagina sia possibile riformare gradualmente il capitalismo fino a farlo sparire del tutto. L’uno e l’altro riformismo sono contrapposti al socialismo rivoluzionario, che comprende come, benché si debba lottare anche per delle riforme dentro il capitalismo, il sistema deve in ultima istanza essere rovesciato completamente, attraverso l’azione cosciente, rivoluzionaria e di massa della classe lavoratrice. Solo l’autentico socialismo, in cui le leve fondamentali dell’economia sono socializzate e amministrate democraticamente dalla classe dei lavoratori, può utilizzare la straordinaria ricchezza della società nell’interesse di tutti. Una prospettiva simile pone chiaramente una minaccia fatale ai capitalisti.

Nel passato, discorsi sul socialismo sarebbero stati ridicolizzati o direttamente repressi. Siccome però il capitalismo non riesce più a corrispondere alle aspettative, i capitalisti non possono prendere di petto queste idee, da cui la necessità di appropriarsi del significato della parola “socialismo”. Dopo tutto, se non puoi batterli unisciti a loro! Negli ultimi mesi c’è stata una campagna concertata, specie sul New York Times, il megafono dell’ala liberal-miliardaria della classe dominante, per definire cosa sia e cosa non sia il socialismo. Anche editorialisti conservatori come David Brooks cercano di riempire il vocabolo con un contenuto innocuo per la dominazione protratta del capitale. Incredibilmente, Brooks ha dichiarato che ciò di cui ha bisogno il Partito Repubblicano è… un candidato presidente socialista! Non uno “statalista”, per usare le sue parole, ma qualcuno che pensi al welfare. Questo è, come minimo, un cambio di toni senza precedenti.

I rappresentati più miopi del capitale hanno l’acquolina in bocca per i profitti a breve termine e l’orgia di misure antisindacali che una presidenza Trump, Cruz o Rubio gli porterebbe, ma gli analisti più attenti capiscono che questo scatenerebbe una lotta di classe di massa da parte della classe operaia: una ripetizione della rivolta del Wisconsin nelle città di tutto il Paese. Dunque, preferirebbero la ben più malleabile e familiare Clinton; sono però sempre più disposti e preparati a piegare Sanders ai loro bisogni se dovesse emergere come il vincitore finale.

La crescita di interesse verso il socialismo e l’ascesa del riformismo sono un riflesso delle contraddizioni oggettive nel sistema stesso, il quale è organicamente incapace di offrire una via d’uscita. Come la notte segue il giorno, la crisi del capitalismo sarà accompagnata da una crisi del riformismo in tutte le sue forme. Senza portare a compimento vere e sostanziali riforme, il riformismo ha una data di scadenza a breve.

In queste condizioni, l’interesse nel marxismo rivoluzionario crescerà vertiginosamente. Il compito dei marxisti rivoluzionari è spiegare ciò che è, dire la verità, con tutti i suoi chiaroscuri. Non possiamo fomentare illusioni nei partiti e nei politicanti capitalisti. Dobbiamo spiegare che il socialismo non si farà solo per via elettorale, ma richiederà anni di dura lotta, di formazione politica e di organizzazione sui posti di lavoro e nelle piazze. Non possiamo annacquare il nostro programma per conformarlo al minimo comun denominatore “socialista”. Dobbiamo caparbiamente resistere a ogni tentativo di cooptazione delle nostre idee e dei nostri principi. Alla fine, la verità prevarrà: possiamo sembrare un disco rotto, ma semplicemente non c’è soluzione entro i limiti del capitalismo. Chi cerca scorciatoie artificiali oggi, domani si troverà fuori dal flusso della storia e incapace di giocare il ruolo di catalizzatore quando inevitabilmente inizierà una fase rivoluzionaria ascendente.

Il 2016 promette di essere un anno eccitante e tumultuoso. La pressione crescente è diventata palpabile. Quando, dove e in quale maniera la diga si romperà è difficile a dirsi – eppure si romperà. Dobbiamo perciò avere un senso di urgenza e rafforzare i ranghi del marxismo rivoluzionario negli USA e nel mondo. Non c’è un momento migliore di questo per unirsi alla Tendenza Marxista Internazionale nella lotta per la rivoluzione socialista mondiale.

25 gennaio 2016

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