22 aprile 2017

Presidenziali 2017: la Francia sul filo del rasoio

Già nel settembre 2016, i nostri compagni francesi di Révolution pronosticavano che “le elezioni presidenziali del 2017 non saranno delle elezioni normali precedute da una campagna elettorale normale”. In effetti, è proprio così. La volatilità politica è elevatissima, le ali estreme dello schieramento politico, a destra e a sinistra, si rafforzano e i partiti tradizionali della borghesia negli ultimi 40 anni (la destra gollista ed i socialisti) sono divisi ed in crisi. Il Partito Socialista, addirittura, sembra sull’orlo di un’esplosione.

Come per il referendum sulla Brexit o le elezioni presidenziali statunitensi, i sondaggisti, dogmaticamente abituati alla stabilità, faticano a comprendere il terremoto politico che si sta preparando.

La dinamica Mélenchon

Senza ombra di dubbio, il fattore che sta caratterizzando la fase finale della campagna elettorale è l’ascesa repentina di Jean-Luc Mélenchon, ex leader del Fronte di Sinistra ed ora candidato della Francia Ribelle, movimento politico da lui stesso fondato. La sua propaganda si basa sull’idea di una diversa “ripartizione delle ricchezze” a favore dei lavoratori e delle classi medie, sulla base di riforme centrate sulla gratuità dell’accesso alla sanità ed all’istruzione e sull’aumento dei salari. Mélenchon tocca le corde di larga parte della popolazione quando denuncia che negli ultimi 30 anni il 10% della ricchezza nazionale è passato dalle tasche dei lavoratori a quelle dei capitalisti e che i soldi per le riforme sociali bisogna prenderli dal numero crescente di milionari e miliardari francesi. Alain Duhamel, noto giornalista dell’establishment, ha inoltre osservato su RTL Radio che la crescita di Mélenchon è dovuta al fatto che “i francesi hanno bisogno di un’utopia, di un sogno”. Ciò che ancora è insufficiente nella prospettiva di Mélenchon, da un punto di vista marxista, è un orientamento generale di rottura col capitalismo. La classe dominante francese, infatti, non starebbe con le mani in mano se Mélenchon vincesse le elezioni e iniziasse ad implementare il suo programma di riforme, come insegna il recente caso del governo Tsipras in Grecia.

Nelle assemblee di massa di Mélenchon, la presenza giovanile è maggioritaria e il candidato della Francia Ribelle risulterebbe essere il candidato potenzialmente più votato (30%) dagli elettori compresi nella fascia 18/34 anni. Questo dato non ci stupisce. Anche dopo le elezioni regionali del dicembre 2015, quelle dell’avanzata dell’estrema destra del Fronte Nazionale della Le Pen, avevamo osservato che era superficiale descrivere una “Francia a destra” e che, non appena fosse emerso un vettore credibile, l’enorme rabbia sociale avrebbe cominciato a sedimentarsi anche a sinistra su posizioni più radicali che in passato. Il movimento contro la Loi Travail non fece che confermare questa prospettiva ora diventata una realtà concreta agli occhi di milioni di persone. L’ascesa di Mélenchon, d’altra parte, sta accelerando la crisi del Partito Socialista, screditato forse definitivamente dopo gli ultimi 5 anni di governo al servizio del padronato e della finanza. Il candidato del PS, Benoit Hamon, è membro della sua sinistra interna ma la sua indecisione lo sta trascinando nel gorgo. Hamon, vincitore della primarie contro l’ex-primo ministro Valls, ha sin da subito cercato di arrivare ad un compromesso con l’ala destra del partito, limitando dunque le sue critiche al quinquennato Hollande, e l’ala destra del partito lo sta ringraziando fuggendo sempre più massicciamente sotto la candidatura liberale di Emmanuel Macron, ex banchiere d’affari alla Rotschild ed ex ministro dell’economia di Hollande. Anche Valls ha espresso il suo sostegno a Macron. Il segretario del PS, Cambadelis, si è detto “triste” ma non ha preso alcuna misura disciplinare. Hamon, scontentando sia alla sua destra che alla sua sinistra, è destinato ad un flop storico. Il PS potrebbe dunque scindersi e in ogni caso è ormai diventato una forza secondaria. Questo cambiamento, poco gradito alla classe dominante, è storico, anche perché include il netto sorpasso sulla socialdemocrazia di un candidato, Mélenchon, che si colloca alla sua sinistra. Triste, in questa vicenda, è il ruolo del segretario del Partito Comunista Francese (PCF), Pierre Laurent, il quale si è impegnato fino all’ultimo per “cucire” un compromesso tra Hamon e Mélenchon. La preoccupazione di mantenere i rapporti e le alleanze locali col PS ha avuto l’effetto di marginalizzare il PCF rispetto all’ondata di radicalizzazione a sinistra ormai evidente a tutti.

Volatilità anche nel campo borghese

L’instabilità attraversa, come è ovvio, lo stesso campo della classe dominante. A dicembre, infatti, il candidato gollista Fillon sembrava avere già in tasca la vittoria. Le sue dichiarazioni sulla necessità di licenziare 500mila funzionari pubblici – ora parla più prudentemente di 120mila – e lo scandalo di corruzione “Penelope-gate” che riguardano impieghi fittizi e ben remunerati per sua moglie lo hanno fatto stagnare attorno al 20% delle intenzioni (presunte) di voto. Per la prima volta nella Quinta Repubblica, è possibile che al ballottaggio presidenziale non figuri un candidato sostenuto dai gollisti, strumento politico privilegiato della borghesia francese. Non è estranea alle difficoltà di Fillon la freddezza nel sostenerlo da parte dell’ala più moderata del suo partito, incarnata da Alain Juppé. Per ora, non si è trattato di un aperto sabotaggio. È chiaro, d’altra parte, che gli inusuali dichiarazioni di appoggio a Macron da parte di decine di importanti funzionari ministeriali legati ai gollisti sono un sintomo significativo. Sullo sfondo della crisi gollista e di una Marine Le Pen lanciata verso il ballottaggio ma giudicata non ancora pienamente affidabile dalla classe dominante, comprendiamo l’appoggio frenetico che giornalisti, opinionisti vari e centri del potere economico stanno assicurando a Macron. Macron viene presentato come l’unico candidato in grado di impedire la vittoria di Marine Le Pen. Al di là dell’opinabilità di tale giudizio, il consenso a Macron poggia su una superficie fragilissima. È un consenso che, al di fuori dei circoli dirigenti, può scoppiare come una bolla di sapone anche prima delle elezioni. Sicuramente, in ogni caso, se Macron vincesse le elezioni la sua debolezza nel portare avanti il suo programma di “lacrime e sangue” emergerebbe sin dal primo giorno.

Queste convulsioni sul terreno elettorale sono un sintomo delle ben più profonde convulsioni a venire sul terreno della lotta di classe. Le condizioni sono ormai riunite e mature. Un nuovo ciclo di lotte contro il capitalismo si annuncia. Che la classe dominante tremi.

11 aprile 2017

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