28 ottobre 2015

Palestina – Verso una terza Intifada?

Dall’inizio di ottobre la Palestina è di nuovo al centro dell’attenzione. Per i mass media è scoppiata “l’Intifada dei coltelli”. Il riferimento è ai diversi episodi di accoltellamenti di cui sono stati vittima coloni e cittadini israeliani. L’importanza data a questi veri e propri atttacchi suicidi e disperati compiuti da giovani palestinesi serve a occultare la vera novità: migliaia di giovani palestinesi sono tornati in piazza e sfidano apertamente la repressione dello stato israeliano. Una terza Intifada può scoppiare da un momento all’altro.

Quando Israele parla di lotta al terrorismo, per giustificare la repressione delle proteste, dimentica chi sono i veri terroristi. Dal primo ottobre, sono nove gli israeliani ebrei assassinati, mentre sono ben 57 i palestinesi uccisi da esercito e vigilantes. Oltre mille sono i manifestanti arrestati, mentre duemila sono stati i feriti dalle forze di sicurezza israeliane, tra cui 450 tra donne e bambini.

La cortina fumogena di Netanyahu non può nemmeno far dimenticare l’operazione “Margine di protezione” dell’estate del 2014 contro la striscia di Gaza, un vero e proprio massacro che produsse oltre 2300 morti palestinesi.

Anche il terrorismo di destra ebraico sta alzando la testa, incitato dal ministro della difesa che suggerisce ai privati cittadini di girare armati “per la propria autodifesa”. L’incendio di due case palestinesi a Nablus a fine luglio da parte di estremisti sionisti, dove un bambino di 18 mesi è bruciato vivo e suo padre ha perso la vita per le ustioni è stata sicuramente una delle scintille che ha scatenato la mobilitazione popolare. nakba

Il movimento è in gran parte spontaneo, non convocato da alcuna organizzazione e vede in prima fila la generazione di Oslo, vale a dire i giovanissimi nati dopo l’accordo firmato nella capitale norvegese del 1993 che fece nascere l’Autorità palestinese.

Inoltre le mobilitazioni hanno travalicato i confini. Dilagano dalla Cisgiordania a Gaza, attraversano i quartieri arabi dei territori di Israele e contagiano i campi profughi del Libano. Questa generazione di ragazzi e ragazze, che gli intellettuali “progressisti”definivano senza valori, schiava dell’immagine e dei social network, non esita ad affrontare a mani nude armata solo di pietre e bombe molotov, uno dei più potenti eserciti del mondo.

Protestano contro una situazione insostenibile. Tra il 2009 e la fine del 2014 il numero dei coloni in Cisgiodania è cresciuto del 25%, mentre la popolazione israeliana è aumentata nello stesso periodo solo del 9,6%. Il Muro eretto dallo Stato sionista ha reso impossibile ormai spostarsi da un quartiere all’altro della stessa città. L’ultima proposta di Netanyahu è quella di revocare la residenza ad 80mila palestinesi di Gerusalmme Est che, pur vivendo nei confini della Citta santa alle due religioni, hanno le loro case sul versante cisgiordano!

La mano dura di Israele non è destinata ad attenuarsi. È il prodotto delle elezioni politiche di marzo, che hanno spostato a destra l’asse dell’esecutivo, e della paura che all’interno di Israele le proteste come quella degli ebrei di origine etiope dello scorso maggio si generalizzino.

Netanyahu non è il solo ad avere paura del movimento delle masse. Lo è anche Abu Mazen, il leader dell’autorità palestinese che lo considera “molto pericoloso” e asserisce con fermezza di “non volere una nuova Intifada”. Non è da meno il re di Giordania, Abdullah, che sotto dettatura di Washington, ha stretto un accordo con il governo israeliano per risolvere il conflitto riguardante la Spianata delle moschee a Gerusalemme, installando un circuito di telecamere che «garantiranno completa visibilità e trasparenza», come spiegato dal Segretario di stato Usa John Kerry.

La lotta di massa ha rafforzato, come sempre accade, l’unità al vertice. Imperialismo Usa, Israele, Autorità palestinese e borghesie dei paesi arabi sono tutte d’accordo: una terza intifada si deve impedire a tutti i costi.

È il momento di costruire e cementare l’unità degli oppressi. Ventidue anni dopo gli accordi di Oslo è chiaro a tutti che sulle basi del capitalismo uno stato palestinese è un’utopia. I suoi governanti saranno in balia di Israele o delle borghesie reazionarie arabe o musulmane che affollano il Medio oriente, come nel caso di Gaza.

Una Terza intifada è dunque necessaria. Potrà avere possibilità di vittoria se si svilupperà come movimento di massa, coinvolgendo la popolazione araba di Israele e adottando un programma rivoluzionario che metta in discussione il sistema capitalista. Una rivoluzione vittoriosa in Palestina sarebbe un esempio formidabile non solo per le masse arabe, ma per la stessa classe lavoratrice d’Israele.

 

 

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