27 novembre 2017

Palestina, Divide et Impera – 2 novembre 1917: la Dichiarazione di Balfour

Jeremy Corbyn non ha partecipato alla cerimonia per il Centenario della Dichiarazione Balfour. Subito sono scattate le accuse di “antisemitismo” da parte dei media britannici e israeliani. Per comprendere le reazioni di Tel Aviv e l’importanza di quella dichiarazione nella storia del Medio oriente, bisogna inquadrarla nel suo contesto storico.

All’inizio del secolo scorso l’Impero ottomano aveva i giorni contati: il colpo di grazia lo inflisse la sconfitta nella Prima guerra mondiale. Francia e Gran Bretagna ne approfittarono. Nel 1914, allo scoppio della Grande guerra, la Gran Bretagna promise l’indipendenza alle popolazioni arabe soggiogate dal dominio ottomano, compresa la Palestina. Il prezzo sarebbe stato l’appoggio nel conflitto alle potenze dell’Intesa contro la Turchia, che si era invece schierata con la Germania.

L’accordo Sykes-Picot

In realtà quello che gli imperialisti volevano era la spartizione della regione in zone d’influenza. Con l’accordo di Sykes-Picot (dal nome dei due diplomatici che lo firmarono) del 1916 tra Francia e Inghilterra, a Parigi vennero assegnate Libano e Siria, la Giordania e l’Iraq sarebbero andate a Londra, mentre la Palestina sarebbe stata governata da un’amministrazione internazionale. Secondo la più classica logica del “divide et impera” l’imperialismo divideva un territorio che da secoli era unito dalla stessa lingua e da usi e costumi simili, secondo criteri alquanto arbitrari (basti vedere i confini tracciati su una mappa). Ad ogni modo, la Gran Bretagna prometteva la Palestina agli arabi.

Tuttavia il 2 novembre 1917 il ministro degli esteri britannico, Lord Balfour, mandò una lettera a Lord Rotschild, miliardario e referente del movimento sionista, che poi diventò famosa come la “dichiarazione Balfour”. Nel testo si dichiarava che “Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale (“a national home” nel testo originale, ndr) per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo.”

Così l’Impero britannico promise la Palestina sia agli arabi che agli ebrei. Londra non era interessata alla creazione di Israele, mirava piuttosto a proteggere e rafforzare la sua posizione in Medio oriente. L’intento era di utilizzare di volta in volta gli arabi contro gli ebrei e viceversa ed ergersi ad arbitro supremo creando un avamposto ‘amico’ in grado di garantire i propri interessi. Non solo il petrolio ma anche la protezione del Canale di Suez, che ha sulla sponda orientale proprio la Palestina storica.

In quel momento gli abitanti della Palestina erano circa 700mila, di cui 575mila musulmani, 75mila cristiani e solo 55mila ebrei. Nel 1920 la Dichiarazione Balfour veniva inserita nel trattato di Sevres, che sanciva la spartizione ufficiale dell’Impero ottomano, e nel 1922 la Lega della Nazioni assegnava alla Gran Bretagna il mandato sulla Palestina, accogliendo il diritto degli ebrei ad avere una nazione.

La natura del mandato favoriva la propaganda sionista e l’emigrazione ebraica verso la Palestina aumentò esponenzialmente. Alla fine degli anni trenta gli ebrei erano diventati mezzo milione. Proprio in quel periodo esplose la “Grande rivolta araba”, un movimento insurrezionale dei palestinesi contro il Mandato, che durò tre anni, dal 1936 al 1939 e fu represso nel sangue. Come conseguenza, temendo altre rivolte, la Gran Bretagna decise di respingere l’idea di uno stato ebraico indipendente e di concedere, nel giro di dieci anni, uno Stato agli arabi (che sarebbe dovuto rimanere nell’orbita britannica). Si decise di limitare l’immigrazione ebraica a sole 75mila unità, perseguendo l’obiettivo in maniera spesso brutale.

Dopo la Seconda guerra mondiale

Non solo gli ebrei erano cresciuti dal punto di vista numerico, ma anche da quelli economico e militare. I britannici avevano consentito l’instaurazione dello Yishuv, la ‘comunità’ ebraica organizzata a livello amministrativo e militare in modo indipendente, che sarà il nucleo del futuro Stato di Israele.

Si sviluppò in quegli anni un forte movimento terrorista sionista, rivolto non solo contro la popolazione araba ma anche, dopo la fine della seconda guerra mondiale, contro il Mandato e l’esercito britannico. Celebre fu l’attentato dinamitardo del luglio 1946 ad opera dell’Irgun Zwai Leumi (formazione armata vicina alla destra sionista), organizzato dal futuro premier israeliano Begin, che distrusse un’ala dell’Hotel King David a Gerusalemme, sede del quartier generale britannico e dell’amministrazione civile del Mandato, e uccise 91 persone.

Londra credeva che la prospettiva di uno Stato ebraico fosse ormai tramontata, ma la guerra aveva cambiato lo scenario. Da una parte l’Olocausto fece guadagnare forza all’idea sionista di creare uno Stato in Palestina: sempre più ebrei entravano in Palestina senza alcuna intenzione di accettare compromessi riguardo la questione della creazione di Israele.

Jaffa, 1936 – L’esercito britannico carica i manifestanti arabi.

Dall’altra il ruolo della Gran Bretagna come potenza imperialista si era molto indebolito, a vantaggio degli Stati Uniti. Quando Londra rinunciò al Mandato nel 1947, rimettendo la questione nelle mani delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti interpretarono la posizione britannica come un segnale di debolezza e presero l’iniziativa, abbracciando la causa ebraico-palestinese al fine di assestare colpi a Sua Maestà (e rafforzare la loro posizione in Medio oriente).

Non è a caso che la risoluzione 181 delle Nazioni unite prevedeva Gerusalemme sotto il controllo internazionale e concedeva agli arabi (che possedevano il 92% della terra ed erano il 70% della popolazione) solo il 47% del territorio del nuovo stato, lasciando agli ebrei tutto il resto.

Gli arabi di Palestina rifiutarono la risoluzione, della quale approfittarono invece i sionisti che, ringalluzziti per il riconoscimento del diritto a uno Stato, lanciarono una campagna di terrore contro i villaggi arabi in Palestina. I britannici, che mantenevano la loro posizione contraria alla creazione dello Stato d’Israele, incoraggiarono e armarono la resistenza araba. L’offensiva dei neonati Stati arabi fu però sconfitta dalle forze israeliane.

700mila palestinesi furono costretti a lasciare le loro case nel periodo che va al 1947 al 1948; non hanno mai più potuto fare ritorno alle loro case. È la cosiddetta Nakba, che in arabo significa “Catastrofe”.

Quando il 14 maggio 1948 nasce lo Stato d’Israele, ottiene l’appoggio di tutte le principali potenze mondiali, anche della Gran Bretagna, che nel frattempo aveva giudicato più conveniente appoggiare gli Usa. Lo fa anche con l’appoggio dell’Unione Sovietica, che votò a favore della risoluzione 181. La logica che guidò Stalin era ben lontana da quella dell’appoggio alle lotte antimperialiste. La politica dell’Urss era guidata dalla difesa della casta burocratica al potere; l’appoggio a Israele fu fornito in chiave antibritannica, con tanti saluti alla causa del popolo palestinese.

Le guerre e i massacri che hanno insanguinato la Palestina e i paesi limitrofi hanno dunque una radice storica nella politica dell’imperialismo nella regione. L’Impero britannico in declino ha gettato i semi della divisione e dell’odio, una politica proseguita poi dagli Usa e dalle altre potenze mondiali e regionali. La stessa nascita dello Stato di Israele fu segnata dalla pratica violenta del fatto compiuto; ne sono seguiti decenni di conflitti, nuove occupazioni militari, rivolte e repressione che durano tutt’oggi., facendo dello Stato di Israele più che un “focolare”, uno Stato in perenne regime di emergenza, che solo con i muri verso l’esterno e l’apartheid interno riesce a cementare la propria esistenza. Una situazione da incubo dalla quale si potrà uscire solo attraverso la lotta per l’abbattimento del capitalismo e la creazione di una federazione socialista di Israele, Palestina e di tutto il Medio oriente.

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