20 giugno 2016

L’Unione europea si può riformare?

Davanti alla possibilità concreta che l’Europa si frantumi in mille pezzi, da sinistra si levano ripetutamente voci a sinistra che propongono un “Europa sociale” contro quella dell’austerità e dei “tecnocrati” odiata e contestata dalla stragrande maggioranza della popolazione del Vecchio continente.

Il prossimo 23 giugno ci sarà un passaggio decisivo per il futuro dell’Ue: il referendum in Gran Bretagna per decidere se rimanere o meno nell’Unione europea. Jeremy Corbyn, il leader del partito laburista che ha sconfitto la destra blairiana nelle primarie del settembre 2015, ha assunto una posizione esemplificativa dei limiti della politica della sinistra riformista.
Corbyn si è unito alla campagna “Remain” (restare) all’insegna dello slogan “Restiamo in Europa per cambiare l’Europa”. L’Europa, tuttavia, non è un’entità astratta. Stiamo parlando dell’Unione europea, un istituzione che non è “di tutti” ma nata, sin dai tempi della fondazione della Comunità economica europea nel lontano 1957, come alleanza di differenti nazioni capitaliste, che hanno cercato prima una collaborazione economica e poi una vera e propria unione monetaria per tutelare meglio i propri interessi nel mercato mondiale. Non è un caso che il primo atto costitutivo all’epoca dei Trattati di Roma fu la costituzione della Comunità del Carbone e dell’Acciaio, un gigantesco cartello a tutela delle multinazionali europee. Si è passati poi a una unione doganale e poi a quella monetaria. Non è dunque l’Europa di tutti, ma l’Unione europea dei banchieri e dei capitalisti fin dal suo codice genetico.

Ma Corbyn obietterà, la nostra lotta è per la democratizzazione dell’Europa, per scelte più condivise, per un’Europa diversa dove portare avanti le ragioni dei governi progressisti. É incredibile come i riformisti non si arrendano neppure di fronte all’evidenza clamorosa dei fatti. A livello sovranazionale il Parlamento europeo è un guscio vuoto, che non decide realmente nulla. A prendere tutte le decisioni è la Troika, costituita da Banca centrale europea e Commissione europea, insieme al Fmi. Tutti organismi che nessuno ha eletto.

Chi dovrebbe allora democratizzare l’Europa, i governi nazionali? L’esperienza di Syriza è piuttosto istruttiva: Tsipras ha difeso l’idea di un “Europa dei popoli” ancora prima di andare al potere ed è stata uno dei assi della propaganda con la quale hanno vinto le elezioni del gennaio 2015.

Il programma di Syriza si è dovuto scontrare immediatamente con la realtà e con l’ostilità totale dell’Ue e delle sue istituzioni, che lungi da essere strumenti per portare avanti riforme di progresso, sono stati la longa manus del capitalismo tedesco e internazionale e hanno schiacciato ogni minima velleità riformatrice. Gli altri governi europei, socialdemocratici, liberali o conservatori, sono stati concordi a imporre ad Atene i diktat della troika, senza alcuna pietà. Dopo pochi mesi, Tsipras ha dovuto capitolare e il secondo governo Syriza -Anel, eletto nel settembre scorso, sta portando avanti un programma di austerità senza precedenti.

Il testimone della lotta per la democratizzazione dell’Europa è passato nelle mani del’ex ministro delle Finanze di Atene, Yanis Varofakis, e il suo movimento, DiEM 2025. Varoufakis punta a una “profonda” riforma dell’Europa per il…2025! Ci si potrebbe chiedere cosa dovrebbero fare nel frattempo, secondo Varoufakis, i lavoratori europei per fronteggiare attacchi e privatizzazioni. Ma forse i lavoratori e i giovani francesi si sono già risposti da soli.

L’asse centrale de. “Piano B” di Varoufakis e compagni è la fine della moneta unica e l’introduzione di una moneta “parallela” o “comune”. A chi toccherebbe emettere questa moneta? Naturalmente ai governi e alle banche nazionali. La proposta coltiva l’illusione che la valuta abbia una sua indipendenza dall’economia che l’ha generata e che possa avere un potere taumaturgico. Tuttavia, se al posto dell’euro si creasse una nuova valuta (“parallela” o meno) restando nel capitalismo, tale valuta (e le banche centrali che la emettono) non potrà fare altro che obbedire alle leggi dell’economia di mercato.

In questa critica all’euro come “male assoluto” c’è poi un altro errore di fondo. Credere che i governi nazionali possano essere, in ultima analisi, meno reazionari delle istituzioni sovranazionali. Se fosse così, come avrebbe mai fatto l’Ue a diventare una paladina dell’austerità? La ragione non dipende forse dal fatto che i paesi che la compongono sono essi stessi fautori di una politica di lacrime e sangue? Credere che un governo possa cambiare la propria politica solo perché non partecipa più alle riunioni a Bruxelles o perché è tornato alla lira o alla dracma è una suggestione pericolosa, nonché sbagliata.

Chi crede sia possibile riformare l’Ue ritiene sia possibile eliminare lo sfruttamento e la crisi restando in questo sistema (dal manifesto di DiEM2025: “Un’Europa sociale che riconosce la mancanza di sfruttamento come requisito per la libertà autentica”). Non comprende come il capitalismo funzioni proprio attraverso lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e le crisi cicliche.

Riformare l’Unione europea non è possibile, così come è un’utopia ugualmente reazionaria quella dell’uscita dall’Unione europea su basi capitaliste. L’unica soluzione realistica è quella della distruzione dell’Unione europea capitalista e la costituzione di una federazione socialista nell’intero continente, la vera “Europa dei popoli”.

Le lotte di massa in Francia e la radicalizzazione a sinistra in Spagna indicano la strada per arrivarci: quella della lotta di classe.

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L’esperienza greca

Dall’inizio della crisi, l’enorme debito pubblico greco non solo non si è ridotto, ma è aumentato in valori assoluti e in percentuale rispetto al PIL, passando da 301 miliardi di euro nel 2009 a 311 nel 2015.
(Fonte: Eurostat)

Tre diversi piani di salvataggio e centinaia di miliardi di euro concessi dalla troika fino ad oggi sono serviti principalmente a salvare le banche, a cui è andato quasi il 95% di tale enorme flusso di denaro. Nel dettaglio, dei 215 miliardi effettivamente concessi fra il 2010 e il 2012, appena 9,7 miliardi sarebbero stati destinati al bilancio statale, 86,9 miliardi sarebbero stati utilizzati per restituire altri prestiti e 52,3 miliardi per pagare gli interessi del debito. 37,3 miliardi sarebbero invece stati destinati alle banche.
(Fonte: European School of Management and Technology)

A fine 2015 la percentuale di disoccupati è arrivata al 24,9%, un quarto della popolazione attiva, mentre nel 2008 era al 7,8%. Tra il 2010 e il 2014 il potere di acquisto del salario minimo è diminuito del 24,9%. Come risultato, nel 2015 quattro greci su dieci che hanno un reddito vivono sotto il livello di povertà. Nel 2009 erano il 7,6%.
(Fonte: Gsee, la confederazione greca dei sindacati del settore privato)

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