29 marzo 2017

Lotta contro la TAP: vincere è possibile!

Continua nel Salento la lotta contro la TAP (Trans Adriatic Pipeline), mega-gasdotto che, attraversando la Grecia, dovrebbe portare il combustibile dall’Azerbaigian fino alle coste salentine, per proseguire poi fino in Nord Europa.

Centinaia di attivisti stanno in questi giorni portando avanti iniziative pacifiche ma decise per cercare di impedire i lavori di realizzazione di questa grande opera inutile, che il governo italiano ha imposto alla popolazione nel nome degli interessi privati di una multinazionale, classificando la TAP come “progetto di priorità europea” (per tale ragione TAP è anche candidato a ricevere prestiti a tasso agevolato dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo sviluppo e da Banca europea degli investimenti e Cassa Depositi e Prestiti). La risposta da parte del governo a queste proteste è stata quella che da anni vediamo mettere in campo senza alcuna eccezione: manganelli e repressione sono lo strumento per imporre dall’alto decisioni autoritarie e nocive per la maggioranza della popolazione. Così i presìdi composti da centinaia di attivisti di ogni età sono stati caricati, manganellati e repressi da uno schieramento di forze “dell’ordine” degno di uno scenario di guerra. Anche alcuni sindaci dei paesi interessati al progetto, presenti ai presìdi in risposta alla pressione dei cittadini, hanno toccato con mano la vera natura dello stato borghese e autoritario.

Ma chi guadagnerà dalla TAP? Di certo non le popolazioni, né quella italiana e neanche quella europea, dato che i consumi di gas negli ultimi anni stanno diminuendo e neanche la dipendenza dalla produzione russa ne verrà intaccata, poiché uno dei partner del progetto è la compagnia petrolifera russa Lukoil. Ci guadagnerà sicuramente la società privata, con sede in Svizzera, Trans Adriatic Pipeline AG e ci guadagneranno sicuramente i governi liberticidi Azero e Turkmeno, governi famosi per la repressione violentissima delle proteste sindacali e per l’uso disinvolto della carcerazione politica di attivisti e giornalisti.

Come risultato di questa grande infrastruttura il territorio saletino sarà devastato da un’opera incompatibile con la sua vocazione turistica, ittica e agricola e dall’impatto terribile che questa avrà sugli equilibri ambientali. La costruzione della TAP metterà a rischio le falde acquifere della zona, comporterà l’espianto di centinaia di alberi di ulivo, alcuni di questi millenari, comporterà un grave danno per la posidonia, alga che ha la capacità di ridurre l’erosione della costa e di assorbire sostanze inquinanti.

Ancora una volta lo stato continua ad essere presente solo per imporre un ordine che fa gli interessi di pochi fortunati speculatori, mentre porta avanti a gran lena lo smantellamento della sanità pubblica e dei servizi assistenziali e resta inerme di fronte allo stillicidio di posti di lavoro.

D’altra parte rappresentano solo fumo negli occhi le esternazioni di alcuni rappresentanti istituzionali, quali quelle del governatore della puglia Emiliano, che propone lo spostamento dell’approdo del gasdotto da san Foca a Brindisi: un tentativo volto più a dividere la cittadinanza pugliese che a proporre soluzioni utili e concrete. Il gasdotto Tap è uno scempio dal punto di vista economico, politico e ambientale e non possiamo accettare nessuna mediazione: NO-TAP, né qui né altrove.

La protesta degli attivisti NO-TAP potrebbe, dunque, rappresentare la scintilla per infiammare le coscienze dei giovani e lavoratori salentini, costretti ad accettare finora il ricatto del lavoro nero, della disoccupazione, l’emigrazione forzata in cerca di un futuro. Per fare ciò è necessario far uscire la vertenza contro la TAP da un contesto puramente settoriale, estendo la partecipazione attraverso un programma generale di riscatto per un territorio da sempre saccheggiato dagli interessi padronali. Allo stesso tempo si impone la necessità di unire le lotte ambientaliste e territoriali sotto un’unica prospettiva: la lotta contro la Tav e quella contro il Muos, i movimenti No-mose e No-Triv e tutte le mobilitazioni che in questi anni hanno cercato di contrastare la distruzione dei territori devono unirsi in un’unica e grande piattaforma che pretenda non solo la fine della cementificazione selvaggia, ma anche la messa in salvaguardia dell’intero territorio italiano attraverso un massiccio piano di investimenti pubblici.

Vincere è possibile generalizzando la lotta.

 

 

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