28 gennaio 2017

L’insediamento di Trump – Una volgare dimostrazione del declino e della disperazione del capitalismo

Comincia così l’era Trump: con proteste in tutto il mondo, pessimismo e polarizzazione. Lo spettacolo della cerimonia d’insediamento, messo accuratamente in scena, ha richiesto la protezione di 28.000 agenti delle forze dell’ordine. La polizia in tenuta antisommossa ha tenuto per ore le persone in fila ai posti di blocco, arrivando perfino a sequestrare la frutta negli zaini, per timore che il corteo presidenziale fosse oggetto di bersaglio in diretta televisiva. Nel 2008, quasi due milioni di americani erano accorsi a vedere Obama in seguito alla promessa che “possiamo credere nel cambiamento”. Nel 2012, dopo quattro anni di amara delusione, si erano presentati in più di un milione. Trump, che sostiene di avere il sostegno della maggioranza degli americani, secondo le stime degli esperti ha attirato al massimo 700,000-800,000 persone.

Il giorno dopo l’insediamento, oltre 3 milioni di americani – l’1% della popolazione – hanno partecipato alle marce delle donne che si sono tenute in tutto il paese per far sapere al nuovo comandante in capo che non si faranno intimorire dalla sua intolleranza. Alcune stime arrivavano fino a 4,6 milioni di manifestanti. Questa è una risposta adeguata alla “frusta della controrivoluzione” rappresentata dalla presidenza Trump. La storia dimostra che sulla base degli avvenimenti, anche movimenti che iniziano con semplici rivendicazioni di stampo liberal-democratico possono assumere un carattere rivoluzionario. L’era Trump sarà piena di materiale infiammabile, per usare un eufemismo. L’amministrazione più anti-operaia da decenni ha preso formalmente possesso della Casa Bianca e sono all’ordine del giorno una valanga di attacchi e di austerità nei confronti della classe operaia.

Gli attacchi sono cominciati subito dopo il giuramento. Circa un’ora dopo il suo insediamento, Trump ha sospeso a tempo indefinito un taglio programmato ai premi assicurativi sui mutui – aumentando di fatto di circa 500 dollari l’anno i costi del mutuo per i lavoratori. Il New York Times ha fornito i dettagli degli altri attacchi: “Il rapporto del Dipartimento del Lavoro sulle lesbiche, i bisessuali, i gay e i transessuali sui posti di lavoro? Sparito. Il resoconto della Casa Bianca sulla minaccia del cambiamento climatico e gli sforzi per combatterla? Sparito”.

Il primo atto di Trump è stato quello di firmare un ordine esecutivo che indica la sua intenzione di abrogare l’Obamacare. L’Affordable Care Act è ampiamente odiato e per una buona ragione. È stato un affare colossale per le multinazionali, le aziende farmaceutiche e i gruppi assicurativi hanno prosperato, i premi per le famiglie dei lavoratori sono saliti alle stelle, mentre milioni di persone rimangono senza accesso alle cure sanitarie e solo i più poveri tra i poveri hanno ricevuto qualche beneficio. Il 58% degli americani è favorevole alla sua sostituzione con un sistema finanziato dal governo federale che fornisca assistenza sanitaria a tutti.

Demagogicamente Trump può attaccare le aziende farmaceutiche e assicurative, ma questo non sarebbe altro che un parziale contenimento degli eccessi del sistema, per preservare il sistema nel suo complesso. Come tra il 2008 e il 2010 quando Obama e i democratici avevano il controllo di tutti i rami del governo, Trump e i repubblicani non sono in procinto di dectetare l’assistenza sanitaria universale. Disprezzano l’Obamacare insinuando che il governo dovrebbe dare ai poveri anche il minimo contributo economico, per non parlare di fornire cure di qualità per tutti.

In realtà, il cosiddetto “Contratto con l’elettore americano” di Trump è un contratto a scapito dei lavoratori americani. Si tratta di una dichiarazione aperta di guerra di classe, un attacco capitalista unilaterale contro i lavoratori, i giovani, le donne, i latini, i neri, i musulmani, gli immigrati, i poveri e tutti gli sfruttati e gli oppressi dal sistema della proprietà privata dei mezzi di produzione. La crisi del capitalismo va pagata. I capitalisti vogliono farcela pagare. Noi diciamo: “siano i padroni a pagare per la loro crisi!” Non abbiamo alternative se non reagire. Le proteste di questo fine settimana sono state solo l’inizio dell’inizio.

Il percorso del Trumpismo

L’elezione di Trump è il frutto amaro del cosiddetto male minore, della disillusione con Obama e della capitolazione di Bernie Sanders nei confronti di Clinton e del Partito Democratico. Per quei lavoratori che l’hanno votato, rappresenta un confuso tentativo di protesta contro l’incapacità organica del capitalismo a migliorare le condizioni di vita della maggioranza. Nonostante i dati macroeconomici pubblicizzati da Obama nel suo messaggio di congedo tipo “addio mondo crudele” alla presidenza, oggi per la maggioranza delle persone le cose sono oggettivamente peggiori di quanto non lo fossero dieci anni fa.

22 gennaio – La “marcia delle donne” a Washington

Nella migliore delle ipotesi, la crescita economica sotto Obama è stata tiepida, in media solo il 2,5% annuo. Ma la media complessiva nasconde la realtà. Mentre il 20% più ricco della popolazione americana ha beneficiato di una crescita del reddito del 5%, l’altro 80% non lo ha visto aumentare affatto. Ma anche questi numeri nascondono il fatto che l’1% si è accaparrato il 95% dell’aumento complessivo del reddito, mentre i più poveri e ampi settori della cosiddetta “classe media” sono caduti in un precipizio.

Dopo quasi dieci anni di crisi, milioni di americani hanno perso la fiducia nei partiti, nei politici e nelle istituzioni del sistema. Secondo la CBS News, “Il barometro della fiducia di Edelman per il 2017 rileva un calo della fiducia nei quattro principali settori, tra cui i media, le ONG, le imprese e il governo. Il nuovo rapporto chiama il 2017 l’anno di ‘crisi della fiducia’, dove la maggioranza della popolazione crede che il sistema stia fallendo e diventi sempre meno credibile”.

Le piccole folle che si sono riunite per guardare una stella dei reality prestare giuramento di fedeltà alla Costituzione degli Stati Uniti, hanno grandi aspettative sul proprio candidato. Alla disperata ricerca di un cambiamento reale, una manciata di lavoratori in una manciata di stati hanno tirato i dadi e hanno votato per un miliardario ignorante. Per loro, un voto per Trump ha rappresentato un trionfale “sei licenziato!” all’élite ricca e odiata di entrambi i partiti. Come ha detto un lavoratore della rust belt alla vigilia delle elezioni: “Nessuno è stato in grado di risolvere i miei problemi. Trump dice che può farlo”. In effetti il cambiamento è arrivato, ma non sarà il tipo di cambiamento che la maggioranza dei sostenitori di Trump avevano in mente.

“Uno squallido alveare di feccia e malvagità”

Le ingestibili divisioni nella classe dominante americana, che vista la profondità della crisi non può più governare alla vecchia maniera, si vedevano chiaramente durante le primarie e i caucus del Partito Repubblicano e di quello Democratico. Nessuno si aspettava che Trump vincesse, lui compreso. Ora ha frettolosamente raffazzonato un’amministrazione che riflette la natura eclettica e reazionaria del suo programma.

Un rapido esame delle sue scelte di governo rende chiaro che tipo di governo presiederà: come Segretario di Stato, l’amministratore delegato di una delle più grandi multinazionali del mondo; all’Agenzia di Protezione dell’Ambiente un negazionista dei cambiamenti climatici; l’amministratore delegato di una grande società di fast-food come Ministro del Lavoro; un crociato delle privatizzazioni come Ministro della Pubblica Istruzione; un Ministro per l’energia favorevole alla chiusura del Dipartimento per l’energia statale; un cristiano fondamentalista islamofobico a capo della CIA; un Segretario della Difesa soprannominato “Cane pazzo”.

Come segno del suo stile di governo bonapartista, Trump ha largamente evitato i “normali” canali di comunicazione, preferendo pianificare la transizione presidenziale via Twitter dalle comodità della Trump Tower la ” Casa Bianca del nord» e delle numerose altre sue proprietà private di lusso. Ma divisioni, defezioni e dimissioni hanno afflitto le sue prime settimane come presidente eletto. Appena prima di insediarsi nell’ufficio più importante del mondo, solo due dei 15 candidati ministri nominati da Trump hanno visto il loro incarico approvato dalle commissioni parlamentari ed erano stati assegnati nei dipartimenti solo 29 posti su 660.

Semplicemente Donald Trump ha i requisiti per essere al timone del paese più potente del mondo. Amministrare una grande burocrazia governativa e la più grande economia e forza militare nel mondo è molto diverso che perdere tempo assieme alla tua famiglia in famosi edifici, sui campi da golf, in resort e casinò in fallimento. Secondo i ben informati “Trump era poco interessato ai dettagli della sua transizione alla Casa Bianca, dicendo che essere troppo coinvolto creava un ‘cattivo karma’… A un certo punto, per superstizione, ha voluto fermare tutta la pianificazione. ‘ In 21 anni di seguito delle vicende del Dipartimento di Stato e in otto anni di servizio lì, ho visto le transizioni più burrascose e sperimentato di persona ciò che viene percepito come una sostituzione ostile, ma non ho mai visto nulla di simile’, ha detto Strobe Talbott il presidente del Brookings Institution”.

Instabilità, protezionismo e “deglobalizzazione”

Nel periodo dopo la Seconda guerra mondiale, il capitalismo ha superato temporaneamente e parzialmente i limiti “naturali” dello stato-nazione e del mercato attraverso il processo della “globalizzazione”. Proprio come il credito può espandere il mercato oltre i suoi limiti “naturali”, può farlo anche una maggiore integrazione economica. Tuttavia, su basi capitaliste, questo ha dei limiti intrinseci e il processo ha ingranato la retromarcia. Mentre la causa principale di questa spirale negativa è la crisi oggettiva del sistema, le azioni soggettive degli individui possono avere un effetto reciproco sul processo globale. A sua volta questo ha un effetto moltiplicatore sulla coscienza di tutte le classi e degli individui.

In tutto il mondo i capitalisti sono nervosi riguardo a quello che Trump rappresenta e sul cosa farà. Il capo del Fmi Christine Lagarde è la prima ad avere profonde preoccupazioni per il futuro. Alla vigilia dell’insediamento di Trump, al Forum economico mondiale (Wef) – il portavoce della “classe dei miliardari” che si riunisce ogni inverno in Svizzera a Davos – ha detto che teme l’instabilità economica globale a causa delle politiche protezionistiche di Trump.

La fragilità dell’economia mondiale è chiaramente evidente quando un singolo Tweet o una conferenza stampa di Trump portano a turbolenze selvagge nel mercato azionario. Trump non solo ha minacciato una guerra commerciale con la Cina, ma anche con la Germania, per non parlare della sua minaccia di imporre dazi commerciali nei confronti del Messico e multe alle società americane che producono all’estero. Il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti ha promesso di abolire la Trans-Pacific Partnership (Ttp) e rinegoziare il Nord American Free Trade Agreement (Nafta).

Tutto ciò è comprensibilmente popolare tra gli ex lavoratori industriali, che accusano la globalizzazione per il crollo dei loro standard di vita. Tuttavia, la maggior parte delle grandi aziende sono favorevoli al libero scambio, traendo vantaggi da tali accordi a scapito dei lavoratori e delle piccole imprese. Questo mette Trump direttamente in contrasto con una vasta fascia della classe dominante, di cui in ultima analisi ne rappresenta gli interessi.

Il Forum di Davos è estremamente preoccupato per le acque agitate all’orizzonte. Nell’ultimo Global Risks Report, troviamo la seguente valutazione: “Alcuni si chiedono se l’Occidente abbia raggiunto un punto di svolta e possa ora intraprendere un periodo di deglobalizzazione”.

L’atteggiamento di Trump su “prima l’America”, delineato nel suo discorso inaugurale protezionistico e xenofobo, significa che tutti gli altri devono venire per ultimi. Come ha inequivocabilmente affermato: “D’ora in poi, una nuova visione governerà la nostra terra, d’ora in poi ci sarà solo ‘prima l’America! Prima l’America!'”. Ha poi continuato: “Seguiremo due semplici regole: acquistare americano e assumere americano”.

Il suo scopo sembra abbastanza semplice: far rivivere la passata “grandezza” americana, esportando all’esterno degli Stati Uniti le crisi e la disoccupazione. Tuttavia, così facendo rischia di andare in fumo l’ordine faticosamente messo in atto nel dopoguerra da generazioni di suoi predecessori.

Dopo la Seconda guerra mondiale, e soprattutto dopo il crollo dello stalinismo, gli Stati Uniti erano l’indiscussa superpotenza mondiale, una potenza economica, militare e imperialista senza precedenti. Nel 1945, con gran parte del mondo nel caos, gli Stati Uniti rappresentavano il 50% del Pil mondiale. Ora è pari a meno della metà. Questa cifra è ancora superiore alla percentuale di popolazione statunitense rispetto a quella mondiale che è il 4,4%, ma rappresenta una drammatica caduta rispetto alla schiacciante supremazia del passato.

Questo declino economico si esprime necessariamente nelle relazioni mondiali. L’imperialismo statunitense è l’ombra di sé stesso. Ne sono chiari esempi le sue umiliazioni in Afghanistan, Iraq e Siria e l’inserimento di diverse potenze imperialiste regionali nelle sue precedenti sfere di influenza.

La differenza tra il settore della classe dominante a favore di Trump e Obama, Clinton e la maggioranza degli altri capitalisti è che questi ultimi cercano di mantenere uno status quo, sia mondiale che interno, che ha perso la sua base economica. L’atteggiamento di Trump riflette il riconoscimento che l’epoca dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti è morta e sepolta. Questo non è dovuto a una maggiore comprensione o acume da parte sua, quanto piuttosto per la stessa grossolana ragione che un orologio fermo segna l’ora esatta due volte al giorno.

Tuttavia, questa posizione rappresenta un incomprensione fondamentale dell’economia capitalistica. È una utopia ingenua pensare che l’economia americana si possa staccare dal resto del mondo o avviare guerre commerciali o valutarie senza ritorsioni o conseguenze. Nonostante la forza di volontà non comune alimentata dall’ego di Trump, gli Stati Uniti non possono sfidare le leggi della gravità economica capitalista all’infinito. Anche Trump è limitato dai limiti di un sistema in crisi terminale.

Trasformare l’economia non è una questione di volontà soggettiva, ma si basa su rapporti sociali ed economici. La proprietà privata dei mezzi di produzione e lo stato nazionale hanno per loro natura dei limiti che possono essere superati solo dal socialismo su scala internazionale. Questa è la grande contraddizione che l’umanità deve risolvere nel prossimo periodo storico.

Nonostante la sua demagogia a favore dei lavoratori, Trump non è in procinto di nazionalizzare i mezzi di produzione sotto il controllo democratico degli stessi. Al contrario, Trump cerca di minimizzare il ruolo del governo in un periodo in cui solo l’intervento statale potrebbe sostenere un sistema vacillante.

Il “Boom di Trump”

Nei primi 100 giorni di Trump ci si può aspettare un vortice di ordini esecutivi e di pressioni sulla maggioranza congressuale repubblicana per far passare la sua politica. Anche se molte di queste mosse possono fare appello in modo cosmetico a quegli elettori della classe operaia che sono stati inghiottiti dalla sua retorica populista, i ripensamenti prenderanno piede più prima che poi. Il suo piano per creare 25 milioni di posti di lavoro può sembrare enorme sulla carta, ma sotto il capitalismo è pura fantasia.

Tra il 1948 e il 2016, il tasso di disoccupazione è stato in media del 5,8%. Oggi si attesta al 4,7%. I marxisti comprendono che mentre questa cifra sottostima eccessivamente il vero stato della disoccupazione e della sottoccupazione, significa anche che c’è poco spazio per una espansione massiccia di posti di lavoro. Questo è quanto di meglio ci sia sotto al capitalismo.

Anche se non è assolutamente garantito, allentando le norme sui settori della finanza e dell’energia e con un qualche tipo di programma di opere pubbliche, il protezionismo di Trump potrebbe portare alla creazione di qualche milione di posti di lavoro. Ma un “boom di Trump” non può durare a tempo indeterminato e non riporterà indietro quei milioni di posti di lavoro sindacalizzati, che a partire dagli anni ’70 sono stati decimati.

Gli economisti capitalisti più seri ammettono che la più grande minaccia per i lavori industriali di qualità non è rappresentata dalla Cina ma dalla tecnologia. Ancora il Forum di Davos: “Non è un caso che sfida per la coesione sociale e la legittimità dei politici stiano coincidendo con una fase altamente dirompente del cambiamento tecnologico”.

Per essere più precisi, è l’innovazione tecnologica legata ai vincoli del profitto capitalista che ci impedisce di usare queste meraviglie per ridurre la settimana lavorativa al minimo. Gli Stati Uniti hanno attualmente la più alta produzione manifatturiera di tutta la loro storia. Tuttavia, oggi questo volume può essere prodotto da molti meno lavoratori che nel passato. Una ricerca della Ball State University ha scoperto che negli ultimi decenni il settore manifatturiero ha perso solo il 13% dei posti di lavoro per cause commerciali, mentre i restanti sono stati persi per il miglioramento della produttività e l’automazione. Uno studio condotto dalla American Economic Review ha scoperto che tra il 1962 e il 2005 l’industria siderurgica ha perso 400.000 posti di lavoro, il 75% del totale. Tuttavia nello stesso periodo la produzione di acciaio non è diminuita.

Trump ha accusato esplicitamente Washington e i politici per la globalizzazione, le delocalizzazioni e la decomposizione sociale. La capitale del paese è senza dubbio il pozzo nero della politica, brulicante di creature che si vendono alle grandi imprese. Ma i politici e i lobbisti sono piccoli giocatori nella molto più grande tragedia umana. Nella società è Wall Street che decide veramente. Sono le aziende nella lista di Fortune 500 che in ultima analisi determinano chi ha un lavoro, chi ottiene l’accesso alla casa, l’assistenza sanitaria e l’istruzione.

I capitalisti non sono “creatori di posti di lavoro”, sono quelli che fanno i profitti. Nell’incessante ricerca per soddisfare gli appetiti dei loro azionisti, perlustrano il globo per trovare le materie prime e la manodopera più a basso costo. Quando incappano sulla loro strada in ostacoli normativi, trovano sempre trovare una scappatoia. La competizione capitalista li costringe, per non estinguersi, ad aumentare continuamente la produttività.

Come ha spiegato il New York Times: “Quando Greg Hayes, l’amministratore delegato della United Technologies, ha accettato di investire 16 milioni di dollari in uno degli stabilimenti della Carrier come parte di un accordo con Trump per mantenere i posti di lavoro in Indiana invece che trasferirli in Messico, ha detto che il denaro sarebbe andato verso l’automazione. ‘In sostanza questo significa che ci saranno meno posti di lavoro’ come ha detto alla Cnbc”.

Questo viene aggravato dal fatto che i capitalisti già convivono con una capacità più produttiva superiore a ciò che possono vendere sul mercato interno e su quello mondiale.

Dietro lo slogan nazionalista “rendere di nuovo grande l’America” si trova il desiderio di tornare alle condizioni idealizzate e irripetibili di cui ha goduto uno strato consistente della popolazione durante il boom del dopoguerra: occupazione relativamente piena e un continuo miglioramento della qualità della vita, una pensione dignitosa, alloggi a prezzi accessibili, l’istruzione, l’assistenza sanitaria e un mondo sicuro dal terrorismo e dall’incertezza. Per quanto ci possa provare, Trump non sarà in grado di portarlo a termine perché non può far quadrare il cerchio del capitalismo.

I partiti politici in subbuglio

Ciò che si sta svolgendo sotto i nostri occhi non è solo una crisi politica, ma una crisi del regime capitalista americano. Il sistema bipartitico, la base del dominio capitalista dopo la Guerra civile, è fragile e vulnerabile. La sua presa sulle masse diminuisce ad ogni elezione. Sia l’ascesa che la caduta di Sanders e la vittoria finale di Trump hanno allargato le crepe di questo schema. Ognuno dei due ha dato, a suo modo, espressione al malcontento represso, facendo traballare l’inerzia sociale e politica degli ultimi decenni.

Sanders e John Mc Cain alla cerimonia d’insediamento di Trump

Entrambi sono efficacemente entrati nella campagna come indipendenti. Tuttavia, mentre Sanders è stato sottoposto alla pressione della leadership del partito in cui si era candidato, Trump non l’ha fatto. Mentre Sanders cerca con tutte le proprie forze di mantenersi all’interno dei sicuri canali dei democratici, Trump non ha seguito il copione ed è una minaccia chiara e costante per il partito per il quale si è candidato.

Nonostante i sorrisi ipocriti e le strette di mano amichevoli al nuovo Presidente, la maggior parte della classe dominante disprezza Trump. In parte perché Trump è motivo di imbarazzo per un sistema che preferisce mantenere la sua bassezza e perfidia fuori dalla vista pubblica. Ma soprattutto è perché è imprevedibile e ha in mente solo i propri interessi e non quelli generali della sua classe. Si è tenacemente infilato nelle elezioni e vincendole per davvero – sia pure con milioni di voti in meno rispetto al suo avversario altrettanto antidemocratico – ha messo a nudo la farsa della democrazia borghese e li ha costretti a ingoiare la sua vittoria.

Inoltre, per soddisfare il suo ego e vincere con ogni mezzo necessario, ha risvegliato l’interesse della classe operaia alla politica – sia quella parte che spera che lui sia la risposta ai loro problemi, che quella che ha già capito fino in fondo la sua natura reazionaria. La sua supponenza e arroganza e gli eccessi evitabili, serviranno come frusta della controrivoluzione, accelerando il ritmo della lotta di classe. Per tutte queste ragioni, la sua classe non può perdonarlo.

Trump ha lanciato un appello agli “americani dimenticati” sostenendo che ora governano il paese. Ma non sbagliamoci: Trump fa parte dell’1% e non ha dimenticato quale classe rappresenta. Gli Stati Uniti sono saldamente governati dalla classe capitalista e dal sistema capitalista. La maggioranza lavoratrice governerà solo quando avremo un nostro partito politico di massa e conquisteremo il potere politico ed economico a favore della classe operaia.

Tuttavia, il fatto che Trump sia fondamentalmente parte della classe dominante non significa che agirà sempre nel migliore interesse di quest’ultima. La classe dominante lavorerà per tenere a freno il nuovo presidente, ma sarà più facile a dirsi che a farsi, vista la sua base finanziaria e il (temporaneo) sostegno sociale.

Trump è un vanitoso, un narcisista e un bugiardo incallito. Un gangster meschino e vendicativo che non perdonerà o dimenticherà quelli che lo hanno offeso. Può tentare di adattarsi al ruolo presidenziale, ma un lupo può perdere il pelo non non altrettanto facilmente il vizio. Ma se la pressione dell’apparato e il fango gettato da Washington non saranno sufficienti per costringerlo ad obbedire, la classe dominante ha sempre altre opzioni. Queste includono l’impeachment, la rimozione dal potere e la radicata tradizione americana degli omicidi presidenziali in circostanze sospette.

Nella speranza di mantenere una certa rilevanza, i Democratici si stanno demagogicamente spostando a “sinistra”. Nonostante l’umiliante batosta del 2016, piace loro pensare di avere delle possibilità nelle prossime elezioni grazie ai cambiamenti demografici in atto nel paese. Inoltre, la guerra civile interna del campo repubblicano è solo temporaneamente sospesa e potrebbe infiammarsi di nuovo in qualsiasi momento. In un sistema bipartitico, i democratici possono continuare a beneficiare di essere “l’altro partito” fino a quando la classe operaia non ne costruisca uno proprio.

In questo contesto, il fatto che Obama nell’ultimo discorso da Presidente abbia concesso la grazia a Chelsea Manning e ridotto la pena ad altri prigionieri politici, è un fatto positivo ma è semplicemente un contentino a sinistra dopo anni di vessazioni e persecuzione degli attivisti, delle “talpe” e degli immigrati. Sperano che presunti “progressisti” come Elizabeth Warren, Bernie Sanders, Joe Biden, Michelle Obama e Keith Ellison possano nuovamente incanalare la rabbia contro Trump verso le sabbie mobili del Partito Democratico. Nonostante il trattamento ricevuto durante le primarie e i caucus, Bernie Sanders è in prima linea in questo tentativo.

Nella prima metà del 2016, Sanders ha dimostrato l’immenso potenziale che esiste per un Partito socialista di massa negli Stati Uniti. In milioni hanno risposto al suo appello per una “rivoluzione politica contro la classe dei miliardari”. Ma ha giocato con i dadi truccati dei democratici e ha perso. Per quelli che pensavano che Bernie fosse diverso dagli altri, il suo sostegno alla Clinton è stato una dura lezione riguardo al tradimento che è insito nel riformismo.

Ma ancora oggi, dato l’ampio vuoto politico esistente, Sanders potrebbe servire come polo di attrazione per la sinistra democratica anche se sembra aver abbracciato il ruolo di “pifferaio magico”. La partecipazione rispettosa di Sanders alla festa di insediamento di Trump sarà sicuramente l’ultima goccia per molti dei suoi ex sostenitori.

Senza un partito socialista o dei lavoratori di massa a cui rivolgersi, i lavoratori americani hanno provato come prima cosa la promessa di cambiamento offerto da Obama e dai democratici. Mentre milioni si sono completamente astenuti, alcuni di loro sperano che le promesse demagogiche di Trump siano reali. Ancora una volta dovranno imparare nel modo più duro. Ma stanno imparando.

La classe operaia può sconfiggere i capitalisti solo lottando con i propri metodi e organismi, indipendenti dai padroni e dai loro partiti. La collaborazione di classe sui posti di lavoro e nelle urne è sempre stata un disastro per i lavoratori americani. Prima o poi, in un modo o nell’altro, verrà formato un partito della classe operaia. Su questo i dirigenti sindacali hanno preso tempo per decenni, esaudendo le richieste dei padroni. Ma la pressione sta montando. Questa volta Sanders è riuscito ad aiutarli, contenendo la pressione, ma non sarà in grado di evitare per sempre una rottura decisiva con i democratici.

Ma da sola la lotta politica non sarà sufficiente. I lavoratori dovranno anche lottare nelle strade, nei luoghi di lavoro e nei campus per avere un mondo migliore. Le condizioni determinano la coscienza. La resistenza individuale ai padroni, se resta isolata, è inutile. Solo l’azione collettiva delle masse può portare a lotte vittoriose. Alla fine, i lavoratori sindacalizzati e i milioni di lavoratori non organizzati si mobiliteranno attraverso i metodi della lotta di classe: lo sciopero, l’occupazione dei posti di lavoro e lo sciopero generale. Vedremo una nuova fase della lotta di classe e una leadership degna della classe operaia. Non c’è alternativa.

Una bomba ad orologeria economica e sociale pronta ad esplodere

Non importa quello che dicono gli esperti, un altro crollo economico è all’orizzonte. Dopo una lunga “ripresa senza gioia”, anche un crisi tecnicamente modesta può avere un effetto devastante sulle coscienze e far sì che altri milioni di persone rompano con il sistema. A Obama è stato dato il beneficio del dubbio dato che veniva visto come quello che aveva ereditato il pasticcio creato da George Bush. Ma per la maggioranza, la luna di miele con Trump è già finita e se la prossima crisi comincerà sotto la sua presidenza, quelli che si fidavano di lui per un cambiamento non gli daranno il beneficio del dubbio soprattutto in considerazione delle sue promesse esagerate.

I più ardenti difensori del sistema temono il contraccolpo dato dalla dilagante disuguaglianza sociale anche prima di unnuova recessione economica. Anche in questo caso, il loro Global Risks Report dice che: “Questo sottolinea la necessità di rilanciare la crescita economica, ma il crescente stato d’animo di populismo anti-establishment suggerisce che sia stata superata la fase in cui la sola crescita economica possa essere un rimedio alle fratture nella società: anche la riforma del capitalismo di mercato deve essere messo all’ordine del giorno… la combinazione di disuguaglianza economica e polarizzazione politica rischia di amplificare i pericoli globali, logorando la solidarietà sociale su cui si basa la legittimità dei nostri sistemi economici e politici”.

In altre parole, anche una crescita economica rilevante non è sufficiente per superare il “logoramento della solidarietà sociale” – che significa “l’intensificarsi del conflitto tra le classi”. Questo è quello che li tiene svegli la notte.

Questo non è un esperimento: questo è il capitalismo

Eletto da meno del 25% della popolazione e avendo perso il voto popolare, Trump diventa Presidente senza averne mandato e con uno dei più bassi indici di gradimento in entrata di tutta la storia. Anche politici di lunga data hanno pubblicamente definito la sua presidenza come illegittima.

Nelle ultime settimane una canzone di Rem che dice “È la fine del mondo come lo conosciamo” (It’s the end of the world as we know it) si è evidentemente riproposta. È proprio la fine del mondo come lo conosciamo. Nonostante i fatti nel Wisconsin, Occupy e il Black Lives Matter, gli anni di Obama sono stati la “calma prima della tempesta” in confronto a quello che vedremo arrivare. I prossimi anni saranno di lotta: contro l’austerità, il razzismo, il sessismo e la xenofobia, per il lavoro, l’assistenza sanitaria, l’istruzione e la dignità umana di base. La vita è lotta e dalla lotta viene cambiamento. Attraverso l’esperienza delle vittorie e delle sconfitte, la coscienza di classe dei lavoratori e dei giovani verrà forgiata a un livello superiore.

Il ritmo degli eventi sta accelerando. Non possiamo essere categorici e dobbiamo aspettarci l’inaspettato. Ci saranno molti cambiamenti bruschi e veloci e dobbiamo essere pronti. Milioni di americani stanno cercando una via d’uscita rivoluzionaria. Possono percepire che se si vuole sopravvivere ai cambiamenti climatici, alla guerra, al terrorismo e all’impoverimento, l’intera umanità deve unirsi e remare nella stessa direzione. Possono vedere il potenziale per un futuro migliore tutto intorno a loro. Ma questa unità è impossibile finché la nostra specie è divisa in classi. Un tale futuro è impossibile sotto al capitalismo.

Non c’è un periodo migliore del centenario della Rivoluzione Russa – la prima grande vittoria della classe operaia mondiale – per essere coinvolti nella lotta per il socialismo. Gli ultimi 100 anni hanno dimostrano che senza una direzione rivoluzionaria e lungimirante che sia preparata alla lotta per la conquista del potere politico ed economico, anche le lotte più eroiche della classe operaia vengono sconfitte. Per ottenere un mondo nuovo, dobbiamo educare, mobilitare e organizzare. Partecipa alla Tmi e contribuisci a rendere l’America e il mondo intero veramente grandi per la prima volta nella storia, attraverso la rivoluzione socialista!

23 gennaio 2017

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