6 aprile 2017

Lettera aperta alla rete “Non una di meno”

Siamo lavoratrici, studentesse, militanti politiche e sindacali, compagne che hanno partecipato al percorso di discussione e mobilitazione contro la violenza sulle donne che in Italia si è dispiegato tra la manifestazione di Roma del 26 novembre e la straordinaria giornata di lotta dell’8 marzo.

Pensiamo che quello che abbiamo visto l’8 marzo abbia espresso un’onda che va ben oltre i canali di mobilitazione legati ai circuiti di attivismo politico coinvolti, un’onda che è montata sulla base di un sentimento di rabbia e indignazione che vede nella violenza sulle donne il volto più becero di un sistema incapace di garantire condizioni di vita dignitose per la stragrande maggioranza della popolazione. Oltre alle donne, alle lavoratrici, precarie e non, l’8 marzo c’erano tanti giovanissime e giovanissimi che sentono di non avere alcun futuro garantito e sono disposti a lottare per cambiare le cose.

Di fronte a questo processo riteniamo che il percorso fin qui condotto da Non una di meno rischi di non coglierne la portata profonda e pertanto sentiamo l’esigenza di porre all’attenzione dell’assemblea di Roma del 22-23 aprile alcuni punti critici di metodo e di merito.

1. Per far riuscire lo sciopero bisognava costruirlo dal basso. Se la parola d’ordine dello sciopero poteva suggerire la scelta di una forma di lotta quanto più efficace possibile, il modo in cui questa stessa parola d’ordine è stata agitata ne ha di fatto limitato fortemente il senso. In particolare, rispetto all’appello alla Cgil, veramente si pensava che bastasse questo perché si mobilitassero quelle stesse burocrazie che in tutto questo tempo sono state a guardare mentre si smantellavano i diritti e si precarizzava il lavoro? Se davvero si fosse creduto nello sciopero come momento in cui le lavoratrici insieme ai lavoratori bloccano tutto quanto gira in questa società per dimostrare la propria forza, allora si sarebbe dovuta mettere in piedi una pressione non tanto dall’alto, rivolta al ceto sindacale, come è stato fatto, ma dal basso, con una campagna radicata nei luoghi di lavoro, coinvolgendo tutte le lavoratrici che in questi mesi si sono avvicinate alla rete. In assenza di questo, o anche solo del tentativo di metterlo in atto, si è finiti per intendere lo sciopero – che poi è stato convocato dai sindacati di base e dall’Flc-Cgil – come un’azione simbolica alla cui effettiva riuscita in termini di adesione si è creduto poco (come anche l’orario di convocazione delle manifestazioni centrali indicava), una semplice copertura legale per chi avesse voluto partecipare alle iniziative in orario lavorativo.

2. Mettere gli 8 punti su basi concrete. La piattaforma degli 8 punti per l’8 marzo ha il merito di partire dalla consapevolezza che il problema della violenza non può essere affrontato come mera questione di ordine pubblico, ma che è necessaria una “trasformazione radicale della società”, però bypassa del tutto un nodo cruciale: quali gangli andare a toccare per questa trasformazione? Dove reperire le risorse per un “welfare per tutte e tutti”? Per un “salario minimo europeo”? Per rilanciare una rete capillare di consultori pubblici? Se non si esplicita che il programma, per essere attuato, necessita di mettere in discussione la logica di un sistema che smantella lo stato sociale per tutelare i profitti privati, tanto più in una fase storica segnata dalla crisi organica del capitalismo e dalle politiche di austerità, le rivendicazioni sono destinate a rimanere nel limbo delle buone intenzioni invece che scendere nell’arena di una lotta tra forze vive, ovvero tra interessi di classe contrapposti.

3. Se non è pubblico non è un diritto. Per centri anti-violenza pubblici e gestiti dal basso. Mettere al primo posto della definizione di centro anti-violenza l’“elaborazione politica femminista” senza definire dove si reperiscono le risorse per la sua gestione, vuol dire di fatto delegare alla vitalità politica dei territori la possibilità per le donne di avere dei punti di riferimento per intraprendere dei percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Come la mettiamo col fatto, ad esempio, che oltre il 53% dei centri della rete D.i.R.e. si trovano al Nord? O che quasi il 40% dei centri con finanziamenti pubblici ricevono meno di 40mila euro all’anno? Pensiamo che l’accesso ad un centro anti-violenza debba essere considerato un diritto. Va da sé che la garanzia della gratuità non basta. I centri anti-violenza devono essere garantiti ovunque da finanziamenti pubblici. Allo stesso tempo rivendichiamo una gestione collegiale, rappresentativa delle organizzazioni sindacali delle lavoratrici e delle associazioni di donne presenti sul territorio, perché non siano dei meri erogatori di un servizio ma spazi accoglienti e rispettosi del protagonismo delle donne.

4. Il governo come interlocutore o come controparte? L’idea che un movimento che ha visto dispiegarsi una forza dirompente si ponga come obiettivo finale quello di consegnare al governo il Piano femminista contro la violenza che verrà elaborato ci sembra la classica montagna che partorisce il topolino. E anche se si riuscisse a far approvare il migliore dei piani anti-violenza possibili? La storia ha visto fare lettera morta delle Costituzioni più progressiste. Qui stiamo parlando di fatto dello stesso governo che ha approvato Jobs act e “Buona scuola”. Per lottare veramente contro la violenza, per attuare quella “trasformazione radicale della società” che perseguiamo pensiamo che si debbano influenzare le sue politiche o che lo si debba far cadere? Delle due l’una. Rifiutiamo l’ipocrisia delle istituzioni che non si fanno scrupolo a sciacquarsi la bocca con frasi retoriche contro la violenza per poi portare avanti politiche di tagli e precarizzazione che determinano il terreno sociale in cui le dinamiche di violenza si innestano. Puntare ad un posticino in un tavolo di trattativa con Giovanna Boda e Maria Elena Boschi sarebbe come svendere la rabbia delle centinaia di migliaia di donne scese in lotta l’8 marzo!

5. Per una discussione schietta. I veti alle bandiere sono veti alle idee. L’8 marzo in molte piazze è stato posto il divieto di portare le bandiere alle organizzazioni sindacali e politiche aderenti allo sciopero. Nascondersi dietro i “minimi comuni denominatori” ci sembra il modo peggiore per fare avanzare il movimento. Chiediamoci chi veramente si avvantaggia da questo approccio… a mettere l’appartenenza di genere davanti a quella politica e di classe non si fa un servizio al movimento, anzi, si avallano operazioni come quella tentata dalla candidata di Wall Street alle elezioni americane. Sappiamo che molte delle donne che partecipano alla rete sono parte di percorsi politici e sindacali di cui inevitabilmente portano contenuti e analisi nella discussione, celarlo non solo sarebbe grottesco ma inquinerebbe un confronto politico che può avanzare solo se posto su un piano aperto e schietto evitando la “diplomazia di movimento” che si cela dietro la pratica del consenso. Il voto che si rende necessario quando ci si divide su posizioni diverse non deve offendere nessuno, è un’espressione della vitalità e della democrazia dei movimenti di lotta che vogliono cambiare lo stato di cose presente. È per rendere più efficace la nostra azione che intendiamo porre all’attenzione queste note: come un contributo affinché continui a montare la marea che abbiamo visto l’8 marzo!

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Prime firmatarie:

Grazia Bellamente – Roma
Serena Capodicasa – Milano
Nensi Castro – Reggio Emilia
Margherita Colella – lavoratrice della scuola, Parma
Lucia Erpice – Parma
Gemma Giusti – educatrice, Bologna
Marzia Ippolito – dottoranda Università Orientale, Napoli
Simona Leri – Modena
Barbara Lietti – Ospedale Sacco, Milano
Sonia Previato – Milano

Prime adesioni

Zoe Francescutto – Trieste
Sabrina Anceschi oss presso Arcispedale Santa Maria Nuova Reggio Emilia
Alessandra Pisano, studentessa Università, Perugia
Chiara Gravisi, Liceo Scientifico “Volta”, Milano

Per adesioni: letteraperta22aprile@gmail.com

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