29 giugno 2017

Le elezioni a Padova e la parabola della disobbedienza

La nuova formula magica per salvare la sinistra è il “civismo”, si ripete da più parti. Dopo l’affermazione della lista “Coalizione civica per Padova” che ha ottenuto oltre l’11% alle elezioni comunali, si sprecano gli editoriali su siti e blog per spiegare che quella è la strada da seguire. Secondo Nicola Fratoianni segretario di Sinistra Italiana “Dal civismo viene la spinta per la sinistra”.
Il successo di Padova fa tornare in voga la convinzione che possa esistere uno spazio liberato tra stato e mercato, come affermano Almagisti e Romania, maîtres à penser della lista, su il manifesto del 23 giugno “i commons sono da intendere come una sfera composta da beni materiali, simbolici e relazionali sottratti tanto alle dinamiche di mercato, quanto al controllo diretto dello Stato.
Al di là delle nuove denominazioni e delle iperboli più fantasiose, osservando meglio le elezioni comunali nella città del Santo si noterà che c’è ben poco di nuovo sotto il sole.
Arturo Lorenzoni infatti ha portato subito in dote i suoi consensi (22.8% al primo turno) a Sergio Giordani, candidato del Partito democratico: i due hanno concordato l’apparentamento al secondo turno, che ha permesso la vittoria al secondo turno contro l’ex sindaco leghista Bitonci. A Lorenzoni andrà il posto di vicesindaco e, pare, tre assessorati.
Giordani è il candidato dei poteri forti. Imprenditore, presidente del Padova Calcio nella sua breve apparizione in serie A negli anni novanta e poi dell’Interporto, ha goduto dell’appoggio dell’ex sindaco di Forza Italia dal 1999 al 2004, Giustina Destro, e del suo successore, l’uomo forte del Pds-Pd in città, Zanonato. Con lui si sono schierati anche gran parte del notabilato di centro e la sottosegretaria all’ambiente del governo Gentiloni, l’alfaniana Barbara Degani.
Giordani incarna l’essenza del “nuovismo”: “Io sono un imprenditore, non un politico. La mia tensione è per un salto di qualità dalle vecchie ideologie a un nuovo impegno concentrato sulla soluzione concreta dei problemi delle persone”. (la Repubblica, 26 giugno) Le ideologie saranno vecchie ma gli affari sono sempre di moda: la prima proposta della squadra Giordani – Lorenzoni è la costruzione del nuovo ospedale della città sulla zona dove ora è ubicato il vecchio. Un affare da 200 milioni di euro, una colata di cemento che prevede anche 2,000 nuovi posti auto nel cuore della città. Nell’accordo di governo del nuovo centro-sinistra “civico” neanche una parola sulla privatizzazione del trasporto pubblico avviata dal commissario straordinario nei mesi scorsi. Altro che “sottrazione alle logiche di mercato”!
Insomma, tutt’altro che un sindaco di rottura, eppure Arturo Lorenzoni non nasconde il suo entusiasmo: “Per i prossimi cinque anni possiamo pensare a un governo come quello che volevamo.” (Il Mattino di Padova, 26 giugno)
Assistiamo dunque a un’ennesima riproposizione delle alleanze di centrosinistra, dove la sinistra è determinante per la vittoria ma è il Partito democratico a dettare il programma e le priorità.
Non comprendiamo, dunque come, sul sito globalproject.info il Centro sociale Pedro possa scrivere rispetto alle elezioni amministrative che “il caso padovano rappresenta probabilmente la rottura più grande ed inaspettata degli schemi elettorali tradizionali” e che Lorenzoni “ha avuto il merito di rompere un equilibrio politico decennale, in cui è maturata una governance cittadina che ha alimentato negli anni un circolo vizioso tra potere ed affari”. Eppure con questa governance cittadina Coalizione civica andrà in giunta assieme! O forse non si è voluto vedere che la lista personale di Lorenzoni era infarcita di ex-Pd ed ex democristiani convertitisi all’ultima ora?
L’area della disobbedienza è stata parte attiva del progetto di “Coalizione civica” fin dall’inizio. Visto l’esito del voto all’interno dell’assemblea della lista tra il primo e il secondo turno, conclusosi con oltre 500 voti a favore e sette contrari all’apparentamento con Giordani, non sembra abbia alzato le barricate di fronte all’alleanza col Pd. “La democrazia radicale come scelta politica praticata” (che di radicale non ha proprio nulla), condurrà a un esito nefasto per gli interessi dei lavoratori padovani e le loro famiglie.
Nella sua difesa a spada tratta di Lorenzoni, il Pedro è costretto ad ammettere, en passant, che “l’esperienza padovana va letta nella sua possibilità di superare uno schema neo-municipalista in cui l’intreccio tra movimenti e piano istituzionale si dava nelle vecchie forme che abbiamo in parte vissuto tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del decennio successivo.” Vale a dire nel momento in cui l’area della disobbedienza fu parte integrante di diverse giunte, come quella di Cacciari a Venezia.
Il problema è che avendo abbandonato ogni lettura dei conflitti esistenti nella società in termini di classe e rifiutando qualunque prospettiva di trasformazione rivoluzionaria in senso socialista, l’unico approdo che resta è quello riformista, pur con una verniciata di movimentismo.
Pensiamo, invece, che sia proprio dall’irreconciliabilità degli interessi di borghesia e padronato e dalla necessità di un programma anticapitalista che si debba ripartire per sviluppare un’opposizione senza sconti agli affaristi come Giordani, a Padova come in tutte le altre città italiane.

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