30 marzo 2018

Le basi sociali e politiche del successo della Lega

Le elezioni del 4 marzo sono state segnate, oltre che dal successo del Movimento 5 Stelle, anche da una netta affermazione della destra a trazione leghista. La coalizione di centrodestra incassa infatti circa 2 milioni e 200mila voti in più rispetto alle elezioni di 5 anni fa, ma l’aumento della Lega è di circa 4 milioni e 300mila voti.

Se la crescita di CasaPound e Italia agli Italiani (350mila voti in più, ma molto al di sotto delle aspettative dei neofascisti) misura in modo più definito il consenso a un programma esplicitamente razzista, il successo della Lega, ha una chiave di lettura più articolata che non può essere ricondotta alla sola motivazione xenofoba.

 

L’erosione di Forza Italia

C’è stato innanzitutto un considerevole travaso di consensi in libera uscita da Forza Italia verso la la Lega. Secondo un sondaggio Ixè, il 31% degli attuali voti della Lega provengono da chi nel 2013 ha votato per il PdL, mentre solo il 19% dei voti attuali sono di chi aveva già votato per la Lega 5 anni fa. E questo nonostante il “tasso di fedeltà” tra gli elettori della Lega sia il più alto fra tutti i partiti: ben 8 persone su 10 che hanno votato Lega nel 2013 lo hanno fatto anche nel 2018.

L’erosione della base sociale ed elettorale di Forza Italia è tale da consentire alla Lega di vincere agevolmente e al di là di molte previsioni, la scommessa di Matteo Salvini di costruire un insediamento territoriale nazionale. Al Sud infatti la Lega prende percentuali che vanno dal 3,8% in Campania al 17,1% in Abruzzo, rendendo concreta la prospettiva della fondazione di una Lega più simile al Front National francese che al vecchio partito padano di Bossi.

Tra gli elettori tradizionalmente di destra, è quindi prevalsa la linea di punire Forza Italia, ovvero chi nel corso dell’ultima legislatura, o ancora prima di essa, aveva partecipato o sostenuto il governo Letta e il governo Monti e si dichiarava possibilista rispetto a nuovi governi di “grande coalizione”.

 

Dove va il voto operaio

Si è molto parlato di una Lega con una base elettorale operaia. In realtà il dato elettorale deve essere analizzato con maggiore attenzione. Innanzitutto, la tendenza al voto di classe si esprime nettamente nei confronti del Movimento 5 Stelle. Il 43,5% dei lavoratori a tempo indeterminato e il 39,1% dei dipendenti a tempo determinato votano per il M5S. Un egemonia elettorale incontrastata dei 5 Stelle sulla classe lavoratrice che si ribadisce con il 42,9% dei consensi fra i disoccupati. Il voto alla Lega fra i lavoratori non ha minimamente le stesse dimensioni dei voti al M5S, attestandosi addirittura al di sotto del 17,4%, che è la percentuale di voti complessivi presi dal partito di Salvini. Sono infatti il 16,6% dei lavoratori a tempo indeterminato e il 15,3% degli occupati a termine ad aver votato Lega.

In realtà, l’insediamento elettorale della Lega fra i lavoratori non è territorialmente omogeneo e lo si può cogliere meglio se si studia la distribuzione dei voti nelle aree dei cosiddetti distretti industriali, ovvero le zone geografiche del paese dove sono insediate le aziende di medie dimensioni che meglio stanno beneficiando dell’attuale debole ripresa economica, mostrando un aumento deciso di produzione e fatturato. In queste zone, l’avanzata dei grillini, seppur visibile, è meno consistente rispetto alla media nazionale, mentre la Lega ottiene un successo inequivocabile.

Ne sono esempi il distretto della concia di Arzignano, 645 aziende, dove la Lega passa dal 14 al 40%, oppure il distretto della meccanica di Terno d’Isola, quasi 900 aziende, un tempo feudo del Pd, dove la Lega diventa primo partito raddoppiando dal 16 al 32%. Discorso analogo per il distretto della meccanica di Lecco e ancor più per il distretto delle piastrelle di Sassuolo, in terra emiliana ormai ex regione rossa, dove la Lega conquista percentuali attorno al 25%, simili a quelle del Pd di soli 5 anni fa, partendo dal 10% di Lecco o addirittura dal 3% di Sassuolo.

Inoltre, se andiamo ad analizzare i dati delle aree metropolitane del nord, Milano e Torino, troveremo una distribuzione territoriale dei voti che conferma queste tendenze. Infatti se i centri storici di queste due città, ad insediamento abitativo prevalentemente borghese, vedono l’affermazione del Partito democratico, l’hinterland ad insediamento operaio si orienta maggiormente verso il Movimento 5 Stelle, mentre la provincia dei distretti industriali premia la Lega.

Queste tendenze non possono quindi essere semplicisticamente spiegate attraverso l’argomentazione dello sfondamento della propaganda razzista tra i lavoratori.
In primo luogo perché abbiamo visto che non è così. Prevalentemente, il voto operaio, in buona misura anche al nord, si orienta verso il Movimento 5 Stelle, tranne che nei distretti industriali “lanciati” dalla ripresa economica. Si tratterebbe quindi di un consenso tenuto assieme da un programma politico interclassista che partendo dalla Flat Tax e dall’abrogazione della Fornero pare sia riuscito a connettersi con gli umori non solo di una borghesia che vede nella ripresa economica la possibilità di ritornare a macinar profitti, magari smettendo di pagar le tasse, ma anche gli umori di una parte della classe lavoratrice. Magari proprio di quella parte della classe che della ripresa economica oggi vede soprattutto, se non solamente, l’aspetto rappresentato dall’aumento dei carichi e dei ritmi di lavoro.

Né va sottovalutato l’impatto della campagna (del tutto demagogica, certo) contro la legge Fornero, che ha unito la rabbia di milioni di lavoratori che si vedono allontanare il traguardo della pensione con il vero e proprio marchio d’infamia che questa ha lasciato non solo sui partiti che la votarono, ma anche sui dirigenti sindacali colpevoli di averla accettata supinamente.

È ovvio che il veleno razzista sparso a piene mani dalla Lega e dalla destra costituisce un ulteriore collante del suo consenso elettorale e non deve essere sottovalutato. Ma osservare le tante sfaccettature del voto alla destra consente di comprendere meglio come il razzismo, nella propaganda della destra, si intrecci inevitabilmente con altri argomenti che si agganciano alla condizione sociale ed economica delle classi popolari. Lo ha capito bene Salvini, il razzismo da solo non è sufficiente a mobilitare il consenso dei lavoratori. Ed è proprio nell’impossibilità di tenere fede alla sua demagogia sociale che il consenso alla Lega, come del resto quello verso i 5 Stelle, mostrerà i suoi piedi d’argilla nei prossimi anni.

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