18 novembre 2015

La strage di Parigi: Dinamite nelle fondamenta

Venerdì scorso Parigi è stata teatro di un massacro di massa in cui almeno 129 persone, soprattutto giovani che si divertivano nei caffè e a un concerto rock, sono stati ammazzati a sangue freddo. Gli assassini, al grido di Allah Hu Akbar, dopo aver svuotato i caricatori, hanno ricaricato con calma prima di uccidere altre persone indifese mentre giacevano a terra inermi.
Queste atrocità segnano un nuovo e sinistro sviluppo nell’espansione costante di attentati attribuiti o rivendicati dal cosiddetto Stato islamico. Nel rivendicare la responsabilità degli attentati, l’ISIS proclama che le uccisioni sono state in risposta agli attacchi aerei contro i suoi militanti in Siria. Ha poi minacciato ulteriori attacchi contro la Francia. Come ferocia, portata e casualità somigliano a scene che associamo a Beirut o Baghdad, ma non con Parigi o Londra. Con questi attacchi il Medio Oriente è definitivamente arrivato in Europa.
Questi non sono attacchi isolati di lupi solitari, o improvvisati. In giugno l’ISIS ha rivendicato un attacco armato a Sousse, una località balneare della Tunisia, dove sono stati uccisi 38 turisti, 30 dei quali britannici. In ottobre la Turchia ha incolpato l’IS di un attacco suicida ad Ankara dove sono state uccise 102 persone, anche se, in quel caso, il principale sospettato era lo stesso Stato turco. sempre lo stesso mese, affiliati dell’ISIS nel Sinai hanno affermato di aver abbattuto un aereo di linea russo, uccidendo tutte le 224 persone a bordo. Il 12 novembre, l’IS rivendica l’attentato dinamitardo contro la roccaforte Hezbollah a sud di Beirut che ha fatto 44 morti. Ora Parigi, con almeno 129 morti e oltre 300 feriti gravi.
Sebbene questi attentati non fossero necessariamente difficili da eseguire, sono comunque necessari pianificazione, preparazione, formazione, il possesso di armi ed esplosivi, la ricognizione degli obiettivi e l’attento reclutamento dei cosiddetti “martiri” – giovani fanatici pronti a portarli avanti pur sapendo che probabilmente moriranno nel farlo. Non si tratta di una novità. Era il normale modus operandi di Al Qaeda nei primi anni 2000. L’obiettivo era quello di ottenere la massima pubblicità e causare il massimo numero di vittime con il minimo di forze impiegate, come con i famigerati attentati di Madrid, che costarono molte più vite che il recente massacro a Parigi.
Gli esperti di antiterrorismo occidentali avevano tratto la conclusione che, mentre questi attacchi su grande scala sarebbero stati ancora possibili, la minaccia prevalente sarebbe più probabilmente arrivata da “lupi solitari”, come quelli che nel 2013 hanno ucciso il soldato britannico Lee Rigby a Woolwich, un quartiere di Londra. Alla luce di quanto è successo a Parigi e altrove, dovrebbero rivedere tale valutazione.
L’impressione che si è creata è quella di un nemico certo, onnipotente con forze quasi infinite che si annidano invisibili negli angoli bui della società, in attesa di balzare fuori. Questa impressione è rafforzata dalla dichiarazione del presidente francese che fosse una “dichiarazione di guerra”. I jihadisti fanno un sacco di rumore (sono diventati abili nelle arti oscure della propaganda sui social media). Ma in realtà, l’ondata di attacchi terroristici non è una manifestazione di forza, ma di debolezza. L’ISIS non sta avanzando, ma si sta ritirando sotto una pioggia di colpi. Gli attacchi terroristici non sono una dichiarazione di guerra, ma una dichiarazione di disperazione.

Il problema dei rifugiati

I bombardamenti e le sparatorie avranno profonde conseguenze politiche. Come ci si poteva aspettare i leader mondiali hanno espresso la loro indignazione. Barack Obama ha detto che l’America sta “al fianco della Francia.” Il Vaticano ha descritto l’attacco come “folle violenza terroristica”. Potrebbe essere follia, ma nelle parole di Shakespeare: “C’è del metodo in questa follia”
Gli attentati di Parigi hanno provocato un’ondata di panico e la ricerca di un capro espiatorio per le atrocità. Questo è convenientemente fornito dai profughi. Dallo scoppio quattro anni fa della sanguinosa guerra civile in Siria, sono state uccise più di 250.000 persone e milioni sono sfollate a causa dei combattimenti. Nell’attuale stato d’animo di ansia e paranoia, è facile puntare il dito contro le migliaia di persone esauste, affamate e malridotte che hanno sfidato la morte per annegamento e molti altri pericoli per fuggire da un destino ancora peggiore nei propri paesi devastati dalla guerra.
Pare che un passaporto siriano, registrato in Grecia, sia stato trovato su uno degli attentatori. Le autorità greche sostengono che almeno uno degli attentatori possa aver attraversato l’isola di Leros con un gruppo di 69 rifugiati. A quanto pare, sono state prese le impronte digitali dell’uomo registrato in Grecia. Il ministero dell’Interno serbo dice che il titolare del passaporto siriano ha attraversato la Serbia il 7 ottobre e richiesto asilo.
La crisi dei rifugiati che stava già mettendo alla prova i limiti della risolutezza dell’Europa assumerà una nuova dimensione che possiamo già intravedere in Polonia. Un ministro polacco sembrava voler sfidare l’approccio tedesco per accogliere i rifugiati quando ha detto “dobbiamo essere consapevoli del fatto che ci siamo sbagliati, siamo stati troppo ingenui e idealisti.” Il nuovo ministro per gli affair europei Konrad Szymanski ha detto che “accetteremo rifugiati solo se abbiamo garanzie di sicurezza”. Ma come possano essere fornite esattamente queste “garanzie” non è chiaro.
Domenica il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker ha messo in guardia dal cedere a quello che lui chiama “le reazioni di pancia”rispetto alla crisi dei rifugiati. Ma il capo del BfV, l’agenzia di intelligence interna tedesca, Hans-Georg Maassen, ha avvertito che “stiamo notato che gli islamisti si stanno rivolgendosi in modo specifico ai rifugiati nei centri di accoglienza. Sappiamo già di più di 100 casi”.
Naturalmente non è affatto escluso che l’ISIS abbia fatto uso di questa ondata di profughi per infiltrare terroristi nelle loro fila. Le 1000 miglia di confine (1600 km) Turchia-Siria presentano un ostacolo minimo alle migliaia di aspiranti jihadisti provenienti dall’Europa per ingrossare le fila di IS. Sembrerebbe essere ancora meno un ostacolo per i terroristi che si muovono in direzione opposta.
Tuttavia, questa spiegazione è tanto falsa quanto superficiale. Per prima cosa, nonostante ci siano ancora dei buchi in alcuni punti, gran parte del confine sul lato siriano è ora controllato dalla YPG, la milizia curda che si oppone aspramente all’IS. Così la “finestra” attraverso la quale i jihadisti possono passare si sta chiudendo rapidamente. L’Iraq non è una via di transito realistico, il confine con la Giordania è chiuso e in Libano vi è un elevato rischio di essere catturati dalle forze di sicurezza.
Il punto centrale è proprio che i reclutatori online dell’ISIS sono stati costretti a cambiare le loro tattiche. Invece di incoraggiare le persone a tentare il viaggio rischioso in Siria, stanno consigliando ai loro seguaci di rimanere nei loro paesi e compiere attentati in loco. Almeno a breve termine, questo aumenterà la probabilità di attacchi terroristici in Europa, come quello di Parigi di venerdì scorso.

Schengen, a che prezzo?

L’ondata di profughi dalla Siria, Afghanistan e in altre parti del globo devastate dalla guerra e dalla povertà ha portato a richieste di controlli più stretti alle frontiere. Dopo gli attentati di Parigi i tonoi si sono fatti più forti e accesi. Se gli jihadisti si stanno preparando per lanciare operazioni in grande stile all’interno dell’Europa allora il controllo dei confini diventa un problema molto più pressante.
L’accordo di Schengen garantiva la libera circolazione delle persone. Questa è stata una delle pietre angolari della nascita dell’Unione europea. Ma questo principio di base, il “gioiello della corona europea”, è ora a rischio. Anche prima dei truci avvenimenti dello scorso venerdì il presidente polacco Donald Tusk del Consiglio europeo, ha dichiarato: “Non ci sono dubbi, il futuro di Schengen è in gioco e il tempo sta per scadere … dobbiamo riprendere il controllo delle frontiere esterne”.
Si parla di un collegamento belga agli eventi di Parigi. Alcuni uomini sono stati arrestati vicino a Bruxelles. Le Monde ha riportato di un raid della polizia nel sobborgo di Molenbeek a Bruxelles. Il quotidiano dice che si tratta di un secondo gruppo fuggito in macchina dalla capitale francese venerdì sera. Secondo dei testimoni, una delle auto usate dai terroristi aveva una targa belga. La Francia ha introdotto controlli alle frontiere temporanee. Ma dopo tutto questa misura potrebbe non essere temporanea.
Alcuni paesi, tra cui la Germania, hanno anche sospeso l’accordo di Schengen. Più si allunga la lista dei paesi che tornano ai controlli alla frontiera o alle barriere più il principio di un’Europa aperta sarà compromesso. Del compiacimento per una sempre più profonda integrazione europea non rimarrà nulla.
Gli attacchi di Parigi serviranno ad aggravare la sensazione di una crisi che già esisteva in Europa, la sensazione che i confini non sono sicuri in un momento in cui le guerre infuriano appena fuori dal perimetro esterno dell’Europa. Dopo aver strombazzato ad alta voce la sua disponibilità ad accogliere coloro che chiedevano asilo, Angela Merkel sta supplicando i turchi di riprendere i rifugiati e prendere tutte le misure necessarie per rallentare l’esodo di coloro che cercano una nuova vita in Europa.
La maschera sorridente di preoccupazione umanitaria è scivolata via rivelando la faccia cattiva dell’ipocrisia imperialista che sta dietro a tutte queste dichiarazioni fasulle. Essendo la Turchia – ancor di più dopo gli ultimi attentati – un paese chiave per i calcoli occidentali, l’Europa è pronta a fare un accordo con il presidente Erdogan, dimenticando le sue tendenze autoritarie, la brutale repressione dei curdi e, soprattutto, la sua bene nota alleanza di fatto con ISIS.

La “guerra al terrore”

Il Presidente della Repubblica francese Francois Hollande ha detto che gli attentati di venerdì sono stati un “atto di guerra … preparato e programmato altrove, con un coinvolgimento esterno che questa indagine cercherà di stabilire”. Ha poi aggiunto che la Francia sarà “spietata nella sua risposta”. Aerei da guerra francesi hanno successivamente attaccato una serie di obiettivi a Raqqa, la capitale del cosiddetto Califfato, e nei dintorni. Ma questi bombardamenti aerei hanno più un contenuto propagandistico che un vero significato militare. Dopo più di un anno di quella che doveva essere una campagna di bombardamenti intensivi per indebolire e distruggere l’ISIS come forza militare, la coalizione guidata dagli Usa è stata costretta ad ammettere il fallimento.
Il primo ministro britannico Cameron vorrebbe unirsi a Hollande nel bombardamento in Siria, ma non osa chiedere al Parlamento di votare su questo fino a a quando non ritiene di avere l’appoggio sufficiente. Ha detto: “L’Isil non riconosce un confine tra l’Iraq e la Siria e neanche noi dovremmo. Ma ho bisogno di costruire consenso, ho bisogno di affrontare il Parlamento, ho bisogno di convincere più persone”. Non sarà un compito facile. L’opinione pubblica britannica, così come quella americana, è stanca di avventure militari che portano solo a nuovi e ancora maggiori disastri.
Di fronte alla pressante realtà della crisi dei rifugiati e ora con la minaccia di una campagna terroristica senza precedenti in Europa, i leader occidentali stanno premendo sulla necessità di una “soluzione politica” per la crisi siriana. Per ottenere questo, sono stati costretti a mettere da parte il proprio orgoglio e chiedere l’aiuto di un uomo che avevano presentato come al di fuori del consesso della società civile, Vladimir Putin.
L’intervento militare russo in Siria ha indubbiamente giocato un ruolo importante in tutto questo. Da un momento all’altro ha cambiato tutto. Ha costretto i leader americani (che erano e sono divisi su questo problema) a rompere gli indugi e ad agire con decisione contro l’ISIS. Questo ha trasformato la situazione militare, rompendo la precaria situazione di stallo e spingendo l’ISIS sulla difensiva. Per la maggior parte dello scorso anno e gran parte di questo l’ISIS si è concentrata sul conquistare e mantenere il territorio in Medio Oriente. Per i suoi leader a Raqqa e Mosul quella è ancora la priorità. Allora, qual è la ragione per l’organizzazione dei violenti attentati jihadisti in Europa e e non solo?
L’ISIS sta annaspando sotto i violent attacchi aerei quotidiani, perdendo un leader dopo l’altro. Stanno sempre più cercando di dirigere o ispirare attacchi contro obiettivi facili ma lontani, nel tentativo di dimostrare che sono ancora una forza da non sottovalutare. In realtà gli attentati di Parigi non sono stati un segno di forza quanto un atto disperato che nasce dalla debolezza. L’ISIS ha subito una serie di sconfitte nelle ultime settimane. Grazie al sostegno russo le unità militari di Assad hanno fatto conquiste importanti, sebbene con gravi perdite.
Questo ha scosso gli americani e li ha fatti intraprendere azioni tardive. Recentemente gruppi sostenuti dagli Stati Uniti hanno fatto grandi progressi nel nord e nord-est della Siria. È anche stato anche annunciato da Washington che sono coinvolte truppe di terra americane. È significativo che l’annuncio non sia stato fatto dallo stesso Obama, dal momento che in teoria non hanno avuto il permesso per farlo.
Ora i leader di Europa e Stati Uniti hanno colloqui faccia a faccia con Putin al vertice del G20 in Turchia. Questo dopo almeno 18 mesi nei quali hanno accusato il leader russo di ogni crimine immaginabil. Ma seguendo il sentiero logoro della tradizione diplomatica, questi professionisti esperti nella delicata arte del cinismo accoglieranno l’uomo venuto dal Cremlino con calorose strette di mano e sorrisi. Il primo ministro britannico ha ammesso che trattare con la Russia sul futuro della Siria era “difficile” e che c’erano state alcune “profonde divergenze”, ma ha aggiunto che il signor Putin ha riconosciuto la minaccia dell’IS per il suo paese. Così c’è stato l’OK.
Ora Obama e Kerry stanno spingendo per un accordo con i russi e gli iraniani. Obama è stato ripreso in televisione in una intensa conversazione privata con il leader russo. Ovviamente questo non piace a turchi e sauditi che hanno fatto il loro gioco sporco in Siria e sono determinati ad ottenere la loro fetta di torta in qualsiasi negoziato di “pace”.
I leader occidentali dovranno ingoiare molti bocconi sgradevoli se vogliono che il presidente russo li aiuti ad uscire dalla fossa che loro stessi si sono scavati. In cima aller priorità russe c’è il mantenimento del governo di Bashar al-Assad. Se a turchi e sauditi ciò non piace dovranno rassegnarsi. Ora è la Russia che decide, non loro.

Ripercussioni reazionarie

Per il momento la Francia è in uno stato di shock collettivo. Come sempre accade in questi momenti, la normale vita politica è stata temporaneamente sospesa. C’è una naturale valanga di dolore e di rabbia popolare. Ma molto presto la Francia dovrà affrontare le elezioni nelle quali ci si aspetta che a guadagnare sia la destra del Fronte Nazionale di Marine Le Pen. Poche ore dopo gli attentati di Parigi ha richiesto la “distruzione” dei radicali islamici. A Parigi sabato ha detto ai giornalisti che il paese avrebbe dovuto reprimere il fondamentalismo islamico, chiudere le moschee e di espellere gli “stranieri” pericolosi e “migranti illegali”.
Questa retorica velenosa può ottenere una eco nel contesto di allarme e paura provocato dagli attentati. Come sempre, il terrorismo fa il gioco della reazione. In questo caso, infatti, i terroristi vogliono proprio questo risultato. Vogliono spingere la società francese nelle braccia della reazione per creare una spirale infernale di azione e reazione che sperano porterà loro molte nuove reclute pronte a farsi saltare in aria per la Causa.
Il terrorismo porta sempre ad un rafforzamento delle tendenze reazionarie nella società così come un rafforzamento dello stato. Il bagno di sangue di Parigi porterà ad un’immediato aumento dei poteri dello Stato – e non solo in Francia. Anche la polizia inglese si è affrettata a chiedere più fondi dallo Stato. L’ex commissario della polizia metropolitana Sir Ian Blair si è detto “molto preoccupato” per i tagli ai fondi della polizia, aggiungendo che bilancio della polizia metropolitana deve essere protetto per mantenere la lotta dell’intelligence al terrorismo come richiesto dalla comunità.
David Cameron non ha perso tempo annunciando un aumento sostanziale del denaro a disposizione dei servizi di intelligence, che dovrebbero aumentare di quasi 2.000 unità. Nel momento in cui i servizi pubblici essenziali sono ridotti all’osso, questo rappresenta un aumento del 15% del personale per i servizi segreti.
Gli atroci attentati di Parigi sono arrivati in un momento di crescita della lotta di classe in Francia. Recentemente i capi di Air France sono stati attaccati dai lavoratori che hanno strappato la giacca di uno di loro, mentre cercava di scappare. La BBC ha pubblicato un articolo dal titolo rivelatore: la lotta sindacale francese mostra echi di Rivoluzione.
C’è il video di un programma televisivo su Canal+ in cui Xavier Mathieu, un ex delegato sindacale della CGT alla Continental che è stata chiusa alcuni anni fa, in cui spiega perché la classe operaia si sta arrabbiando e afferma che prima era un pacifista, ma ora crede nella violenza, in quanto questa è l’unica cosa che i padroni capiscono. Nello stesso video c’è il discorso di una hostess molto arrabbiata di Air France che è diventato virale e ovunque i lavoratori francesi ci si sono identificati.
I terribili avvenimenti di venerdì scorso possono avere l’effetto di distogliere momentaneamente l’attenzione dei lavoratori francesi dalla lotta di classe ed interrompere temporaneamente un processo. Ma questo non può durare a lungo. In realtà, il miglior reclutatore per i pazzi jihadisti sono le condizioni spaventose che devono affrontare milioni di giovani disoccupati che vivono nelle case degradate dei ghetti colpiti dalla povertà alla periferia di Parigi e di altre grandi città. In secondo luogo, la responsabilità ricade sulla politica estera in cui paesi come Francia e Gran Bretagna partecipano ad avventure imperialiste militari che in ultima analisi si riflettono in azioni terroristiche interne.
Prima della seconda guerra mondiale, Lev Trotskij ha predetto che la guerra sarebbe finita con la vittoria dell’imperialismo americano, ma ha aggiunto che gli Stati Uniti avrebbe avuto la dinamite nelle sue fondamenta. Quella previsione è stata tragicamente confermata dalla distruzione delle Torri Gemelle l’11 settembre. Ora la tragedia ha colpito in Francia. La stessa tragedia si può ripetere in qualsiasi momento, per le strade di una delle capitali europee. C’è la dinamite nelle fondamenta stesse della nostra società. Solo una trasformazione radicale può toglierla di mezzo.

Londra, 16 Novembre 2015

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