8 novembre 2017

La rivoluzione d’Ottobre e… chi la vuole imbalsamare

Sabato 4 novembre a Rovereto (Tn) il famoso filologo e storico Luciano Canfora ha presentato l’edizione aggiornata del suo libro “Pensare la rivoluzione russa”. A distanza di cento anni qualcuno avrà pensato che sarebbe stata un’occasione per far rivivere i momenti importanti di quel periodo ma anche per fare un bilancio dell’Ottobre e dell’evoluzione successiva dello stato sovietico. Purtroppo lo spirito stalinista del buon Canfora non ha mancato di manifestarsi anche in Trentino.

Eppure nella sua relazione non era partito malissimo.

A differenza di quanto sostenuto in un articolo pubblicato sul Corriere della sera il 29 gennaio 2017 e da noi già confutato, Canfora ha affermato che la rivoluzione russa non fu un colpo di stato ma un evento dove protagoniste furono le masse. Perché abbia capovolto radicalmente le sue opinioni è un mistero.

Parole di elogio per Lenin, dipinto come il grande padre dell’Ottobre ma anche come persona che saggiamente sapeva mediare con i tedeschi ed ignorare i principi dell’internazionalismo quando serviva a difendere lo stato sovietico. Una buona parola addirittura per Trotskij, riconosciuto come il dirigente responsabile militarmente dell’insurrezione. Stalin nella relazione verrà citato una sola volta per il suo ruolo di grande stratega contro l’avanzata dei nazisti in Russia nella seconda guerra mondiale.

Il primo grosso scricchiolio nel suo pensiero sulla Rivoluzione lo ha riservato alla balla sul treno blindato che portò Lenin da Zurigo a Pietrogrado nell’aprile 1917. Canfora non ritiene Lenin una spia tedesca ma quest’ultimo avrebbe avuto un ruolo di trasformista e pragmatico mediatore con il governo tedesco: tu dai una cosa a me e io do una cosa a te. In quale modo? Secondo il professore il governo tedesco avrebbe lasciato passare Lenin perché contava veramente sulla sua inettitudine. Lenin quindi avrebbe ricoperto astutamente il ruolo del finto tonto che tornava in Russia con le sue idee rivoluzionarie buone per affossare il paese e quindi avrebbe facilitato l’avanzata dei tedeschi. Canfora ci spiega quanto Lenin fosse un volpone e quanto fessi fossero i tedeschi… Una ricostruzione perlomeno bislacca della storia, dove Lenin appare l’unico regista di un thriller di cui conosce la trama, il finale e pure il sequel.

Il secondo scricchiolio, ancora più pesante, è arrivato quando ha difeso la teoria del socialismo in un solo paese, creatura a suo dire maturata già da Lenin e dichiarata alla conferenza dei popoli di Baku del 1920. Uno dei partecipanti all’iniziativa gli ha fatto notare che Lenin e Trotskij sono sempre stati internazionalisti e che sapevano bene che la rivoluzione per sopravvivere doveva estendersi fuori dalla Russia, anche per impedirne la degenerazione. Alla conferenza di Baku non si affermò, come invece sostiene Canfora, il germe del socialismo in un solo paese ma veniva ribadita la necessità di rafforzare il socialismo russo (il paese stava ancora affrontando la guerra civile) per poter espandere la rivoluzione a livello internazionale. Sarà solo dopo la morte di Lenin che il “coraggioso” Stalin proporrà la teoria del socialismo in un solo paese.

Canfora, evidentemente infastidito dalle osservazioni, per perorare la propria causa ha replicato sciorinando una sequela di considerazioni confuse, false e velenose.

Primo: in un’intervista che Lenin avrebbe rilasciato nel 1919, il rivoluzionario russo avrebbe sostenuto che Marx nel libro “Il capitale” disegnava una teoria del socialismo internazionale che poi veniva smentiva nei fatti dall’esperienza concreta della rivoluzione russa, che necessariamente doveva approdare alla teoria del socialismo in un solo paese.

Secondo: Lenin era una persona pratica, non un idealista o un moralizzatore come invece sono gli internazionalisti e la sua concretezza farà sì che prima di morire, nella lotta interna al partito fra la posizione trotskista e quella stalinista, finisca per appoggiare la posizione “conservativa” di Stalin.

Terzo: per dimostrare l’internazionalismo di Stalin, il nostro è ricorso ad un pessimo esempio storico cioè il sostegno russo ai rivoluzionari spagnoli contro Franco!

Quarto: Trotskij, oltre ad essere stato un menscevico fino al mese prima dell’insurrezione, perse politicamente la sua battaglia contro Stalin solo nel 1927. Parrebbe quindi che il partito comunista russo non abbia mai assunto una piega burocratica; che Trotskij (che non fu mai menscevico), da un lato si sia svegliato dal suo letargo opportunisticamente solo nel 1927 e che Stalin lo abbia sopportato gentilmente per tanto tempo.

Quinto: Canfora ha giustificato i processi farsa e le purghe perché in fondo c’era in atto una ribellione interna contro la Russia sovietica da parte di una minoranza di bolscevichi e quindi l’Urss andava difesa.

Sesto: sulla questione dell’autodeterminazione dei popoli Canfora ha fatto apparire Stalin come un benefattore rispettoso di tutte le culture e di tutte le nazionalità. Qualcuno potrebbe smentire facilmente il professore, ricordando per esempio che fu lo stesso dittatore ad ordinare la repressione dei suoi connazionali georgiani in nome dello sciovinismo grande russo, repressione a cui Lenin si oppose con tutte le sue forze nei suoi ultimi mesi di attività politica.

Settimo: non sapendo probabilmente cos’altro aggiungere per sostenersi, ha concluso il proprio ragionamento con una considerazione che vale tanto quanto i discorsi che si fanno al bar. Secondo Canfora bisognava difendere la Russia come potenza! Contro chi? In quali circostanze? Non lo ha spiegato. In poche parole una difesa acritica, dogmatica ed incondizionata dell’autoritarismo e dell’infallibilità di Stalin e dei suoi successori.

L’ultima domanda di uno spettatore ha riportato la discussione alla stretta attualità. Cosa ne pensa Canfora della rivoluzione catalana? Qui è uscita l’anima del politico buon padre di famiglia. A suo parere la posizione indipendentista espressa nel referendum del primo ottobre è minoritaria perché non ha votato la maggioranza degli aventi diritto. E quindi proclamare successivamente l’indipendenza è stato un atto velleitario e sbagliato. Che la polizia impedisse alla gente di votare e che lo stato spagnolo minacciasse rappresaglie, per Canfora non è importante. D’altra parte agli stalinisti lo stato tanto autoritario quanto “democratico” ed “affidabile” piace, anche se in gioco ci sono il presente ed il futuro di milioni di persone.

La tradizione del marxismo non si riconosce negli epigoni dello stalinismo, imbalsamatori della rivoluzione russa e di tutte le rivoluzioni proletarie che meritano di essere destinati ad una saletta buia di un museo delle cere di quart’ordine. Spetta a noi e a tutti gli onesti rivoluzionari ripulire la bandiera dell’Ottobre e dell’internazionalismo da tutto il ciarpame accumulato in un secolo, difendendo la volontà di Lenin, di Trotskij e dei milioni di russi che parteciparono alla costruzione dello stato sovietico. Una nuova rivoluzione ci attende: come allora oggi noi lavoriamo perché vinca e splenda in tutto il mondo.

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