19 settembre 2017

La crisi del mezzogiorno è anche crisi della strategia della Cgil!

Giovedì 14 e venerdì 15 settembre si è svolta a Lecce l’Assemblea generale della Cgil dedicata al mezzogiorno. Pubblichiamo di seguito l’intervento di Mario Iavazzi, componente del direttivo nazionale della Cgil.

 

E’ positivo l’aver deciso di convocare l’Assemblea Generale sul mezzogiorno. Discutere di mezzogiorno significa affrontare la crisi perenne sociale ed economica di un territorio inserito in un paese in crisi, nell’ambito di un sistema economico che non è più in grado di garantire una vita dignitosa a milioni di persone. Discutere di mezzogiorno vuol dire affrontare le grandi tradizioni di lotta di un popolo che ha dato un contributo straordinario alla conquista dei diritti ottenuti negli scorsi decenni. Vista la fase attuale, sarebbe utile studiare come le lavoratrici e i lavoratori in passato siano riusciti a superare certe divisioni determinate dall’immigrazione dal sud al nord attraverso le lotte e l’organizzazione delle stesse. Quest’esodo di giovani meridionali, non solo non si è concluso, ma negli ultimi anni ha visto un’ulteriore accelerazione. E’ un tema che mi coinvolge personalmente visto che esattamente 30 anni fa, io e la mia famiglia, ci trasferimmo da Napoli a Bologna per lavoro.

Questo divario nel paese non nasce oggi e non è sempre esistito. Credo che dovremmo rileggere la lucida analisi di Gramsci sulla questione meridionale e su come si è sviluppato il Risorgimento in Italia. Lo sviluppo del mezzogiorno è stato bloccato dalla scelte della classe dirigente italiana, nel nome degli interessi industriali nel nord del paese. Non è solo incapacità dell’attuale classe dirigente, come sento dire, ma sono interessi materiali della classe dominante di ieri e di oggi, a cui conviene mantenere il mezzogiorno in questa condizione. Se non si capisce questo, e non si traggono le dovute conseguenze, questa assemblea andrà in archivio come uno dei tanti convegni in cui, magari, si dicono alcune cose interessanti ma inutile.

La crisi del mezzogiorno, infatti, è la crisi della strategia della Cgil. Se negli ultimi decenni le condizioni di vita nel mezzogiorno sono persino peggiorate, se aumenta il divario, sono tante le responsabilità della principale organizzazione sindacale e di massa del paese. Chi lo nega autodenuncia l’inutilità della Cgil, che forse è persino peggio.

Anche oggi ho sentito riproporre la necessità di politiche per lo sviluppo del mezzogiorno. Ma nella strategia proposta non c’è nulla di nuovo. Da sempre si chiede un’attenzione alle condizioni del mezzogiorno, ma di politiche di sviluppo in politiche di sviluppo dei diversi governi le condizioni delle popolazioni del sud peggiorano.

Cosa pensa la Cgil di tutte le forme di incentivazione che sono state concesse alle imprese che “investivano” al sud? Quale è la posizione nei confronti del “Decreto Sud” del governo Gentiloni che in sostanza va sempre in quella direzione? E’ sbagliato sostenere che queste politiche sono insufficienti, perché sono semplicemente sbagliate e meriterebbero una risposta netta e decisa da parte della Cgil. La Fracassi nella sua relazione ha persino dichiarato che le ultime politiche in favore di uno sviluppo per il sud sono state promosse da Ciampi nei primi anni ’90. Nulla di più disastroso. Quelle delle Zone Speciali, dei Contratti d’Area, delle mille modalità di defiscalizzazione e decontribuzione sono tutti strumenti che, da sempre, hanno consentito a grandi industriali, spesso del nord, di aprire stabilimenti, cattedrali nel deserto, prendersi i soldi e dopo qualche anno scappare!

La Cgil dovrebbe farsi carico di promuovere un piano di investimenti pubblici in infrastrutture, ospedali, scuole, strade e ferrovie, per il potenziamento del trasporto pubblico. Sarebbe necessario una bonifica immediata di tutti i territori, per una loro messa in sicurezza, delle acque inquinate da rifiuti tossici e le aree industriali dismesse.

Dalla crisi si esce con il lavoro. Giustissimo, ma rimane uno slogan se non si spiega come. Abbiamo il dovere di chiarirlo, tanto più se, come si dichiara, si vuol tornare ad essere un punto di riferimento per queste popolazioni.

E dunque, come si crea lavoro in una condizione nella quale chi lavora è costretto a farlo con orari di lavoro sempre più lunghi, duri e massacranti mentre i 2/3 di giovani e donne sono disoccupati? Dovremmo aprire una vertenza generale per una riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione che, anzi, andrebbero aumentate.

Dovremmo togliere milioni di persone dal ricatto che li costringe ad accettare lavori a condizioni non dignitose, ad abbracciare il caporalato e la criminalità organizzata. La lotta al caporalato, alla mafia, alla camorra, alla ‘ndrangheta si fa in primo luogo rivendicando un salario ai disoccupati, legato alla prospettiva di lavoro, che li sottragga dal ricatto.

Come si possono creare opportunità di lavoro se chi lavora resta in attività fino a 65, 67 e in futuro anche 70 anni a causa dello smantellamento del sistema previdenziale pubblico, contro i cui provvedimenti la Cgil è di fatto stata inerme?

Siamo a parole per l’unificazione del mondo del lavoro ma le responsabilità del gruppo dirigente della Cgil sulla vicenda Almaviva che ha diviso i lavoratori delle sedi di Napoli e di Roma sono ancora una ferita aperta, su cui manca un bilancio autocritico rigoroso.

La Fracassi ha chiuso la sua introduzione evidenziando che la Cgil sui temi del mezzogiorno va controcorrente. A me pare che, purtroppo, non è esattamente così. Ma, se così fosse, come si pensa di rovesciare la situazione? Non una parola su come mettere in campo una vertenza generale, non un cenno sulla necessità di proclamare uno sciopero generale contro il Decreto Sud e le politiche del governo Gentiloni. Quale è la strategia? Si pensa di convincere il Parlamento che le elaborazioni della Cgil sono quelle giuste? Magari quello che attualmente è il partito di maggioranza, il PD, responsabile di tanti disastri?

In realtà, se sviluppassimo una piattaforma per la riconquista di servizi sociali e di lavoro con una strategia chiara attraverso una percorso di lotta riusciremmo a risalire in poco tempo la corrente, quella di milioni di donne e uomini, lavoratori, precari, disoccupati e pensionati del mezzogiorno, la corrente per la conquista di una vita degna di essere vissuta.

 

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