9 febbraio 2017

La caduta di Aleppo e la resistenza del popolo curdo

La riconquista di Aleppo, la seconda città della Siria, da parte delle forze governative lo scorso dicembre, rappresenta un punto di svolta non solo nella guerra civile siriana, ma anche per il complesso delle relazioni mondiali.
Una guerra civile sanguinosa, che ha distrutto un paese e in cui le cifre esatte delle perdite di vite umani sono oggetto di scontro fra gli schieramenti ma senza alcun dubbio raggiungono le centinaia di migliaia, mentre milioni sono i profughi. Una tragedia umanitaria che ha pochi precedenti e che ha un unico responsabile: l’imperialismo.
In primo luogo l’imperialismo americano che è anche il grande perdente tra le potenze coinvolte nel conflitto. Washington è stata invitata a prendere parte ai colloqui di pace che si stanno svolgendo ad Astana, Kazakhstan, solo a giochi fatti. L’ex segretario di Stato Kerry non ha potuto far altro che accettare il piano formulato da Russia e Iran, con la Turchia in seconda fila, e il pieno coinvolgimento di Assad. Russia, Siria e Iran sono gli “assi del male”, le potenze più demonizzate dai mass media occidentali, eppure l’Onu, docile cagnolino degli Usa, ha accettato le loro proposte senza battere ciglio.
L’accordo sancisce l’integrità territoriale della Siria e il governo di Assad. Le milizie appoggiate dagli Usa e dai paesi del Golfo sono state sconfitte, relegate a zone rurali o di scarsa importanza strategica. È una sconfitta senza precedenti per gli Usa. Gli Stati uniti sono ancora la principale potenza imperialista del pianeta, ma non lo sono in tutte le regioni del mondo.
L’intervento della Russia di Putin ha cambiato completamente i rapporti di forza della guerra civile. Mosca emerge come vincitrice, ma i suoi fini sono tutt’altro che umanitari. La Turchia, vedendo che la guerra si stava mettendo male per il suo esercito e le milizie ad esso alleate, si è riavvicinata alla Russia. Putin ha accettato di buon grado la mano tesa di Erdogan. L’obiettivo di Mosca nell’intervento siriano non è quello di appoggiare ad ogni costo Assad ma di rafforzare la propria posizione come potenza globale. Ecco perché ha accettato le forze di opposizione ai colloqui di Astana ed ecco perché è ben felice di tentare di sottrarre Ankara dall’orbita della Nato. Inoltre, collocare in un ruolo di primo piano la Turchia è utile per controbilanciare le ambizioni dell’Iran. Così, Putin non ha avuto obiezioni nell’accontentare la richiesta di Erdogan: schiacciare la resistenza curda. Da settembre, i bombardamenti congiunti di Russia e Turchia continuano incessanti sulle zone controllate dalle Ypg.
Le Unità di difesa del popolo (Ypg), le milizie controllate dal Partito dell’unione democratica (Pyd) sono le uniche forze di progresso nel conflitto siriano. Attraverso la costruzione di organismi di potere non settari e democratici sono stati in grado di costruire una milizia di circa 50mila effettivi e di liberare gran parte della regione a nord est del paese. Rojava ha rappresentato un simbolo di resistenza per milioni di oppressi in tutto il mondo contro la reazione e il fanatismo religioso. Gli Stati Uniti in disperata ricerca di un alleato affidabile nel conflitto, hanno fornito per un periodo aiuti militari alle Ypg in chiave anti-Isis. All’annuncio della nuova offensiva di Erdogan sul Kurdistan siriano, le hanno tuttavia abbandonate al loro destino. Nè agli Usa, né all’Iran e tanto meno alla Russia interessa un Kurdistan libero e indipendente. Sinistra classe rivoluzione è a fianco della resistenza del popolo curdo. Allo stesso tempo la vicenda siriana è la riprova che i curdi nella loro lotta di liberazione devono contare solo sulle loro forze e, in base a un appello internazionalista, su quelle delle masse oppresse nell’intero Medio oriente.
Nuovi rapporti di forza non significano affatto la situazione sia divenuta più stabile, attraverso la creazione di nuovi blocchi regionali. Le alleanze attuali hanno una natura precaria e instabile. Il declino della potenza americana aumenta le ambizioni delle potenze regionali, che non vengono sopite dalla caduta di Aleppo. L’aumento dell’influenza iraniana (e di Hezbollah, determinante nelle battaglia di terra in Siria) non può che essere considerata un pericolo per Israele. La sconfitta dell’Isis avrà importanti conseguenze in Arabia saudita, il suo padrino principale. Il regno saudita è attanagliato da una dura crisi economica, che sta inasprendo le contraddizioni di classe interne e da una guerra in Yemen che nonostante l’appoggio occidentale, non può vincere. L’attacco brutale al Rojava da parte di Erdogan non domerà la resistenza del coraggioso popolo curdo, ma trasferirà la guerra all’interno dei confini turchi. Una guerra che in un contesto di crollo dell’economia di Ankara, assumerà ben presto i connotati di una guerra di classe, la cui imminenza è stata solo ritardata dal colpo di Stato del luglio scorso.
Si apre dunque un periodo di incertezza e di confusione. Il vecchio ordine mondiale si sta disintegrando e le conseguenze più devastanti le abbiamo viste proprio in Medio oriente. L’alternativa tra reazione e rivoluzione tra socialismo e barbarie non è mai stata così concreta.

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