12 marzo 2018

La borghesia cambia cavallo

Le elezioni del 4 marzo consegnano alla classe dominante un quadro politico devastato e per certi aspetti inedito. Dovranno fare di necessità virtù e governare con forze politiche che per anni hanno definito antisistema e che proprio per questo sono uscite trionfatrici dalle urne.

Si è parlato assai di un futuro governo M5S-Lega, lo hanno fatto soprattutto esponenti di centrosinistra, ma è l’ipotesi meno realistica di quelle in campo. Tra di Maio e Salvini c’è una competizione oggettiva per la premiership che non può essere aggirata.

Non a caso le dichiarazioni di entrambi nei primi giorni dopo le elezioni vanno nella direzione di “aprire a sinistra”.

Per quanto il centrodestra sia la coalizione con più parlamentari è anche quella che ha meno chances di trovare una maggioranza in parlamento. Ha un bel dire Brunetta che “ci sarà la coda per entrare nel governo”, non si capisce francamente da dove possano uscire 60 deputati e 25 senatori a inizio legislatura senza un accordo politico con una delle altre forze politiche presenti in Parlamento. Può ll Pd demolito dalle elezioni sostenere (seppure con un appoggio esterno) un governo a guida Salvini? Impensabile.

Sono dunque altre le ipotesi che la classe dominante sta prendendo in considerazione.

 

Confindustria apre ai “populisti”

Boccia, presidente di Confindustria, ha dichiarato alla Stampa che “I Cinque stelle non fanno paura”; gli ha fatto eco Marchionne: “Salvini e Di Maio non li conosco, non mi spaventano. Paura del M5S? Ne abbiamo passate di peggio”.

Stanno puntando i loro soldi sul cavallo pentastellato. Su questo non c’è unanimità nella classe dominante, ma possiamo tranquillamente affermare che l’ipotesi di un governo guidato da Di Maio con il sostegno, diretto o esterno, del Partito democratico è quella più caldeggiata.

Sempre la Stampa del 6 marzo scrive: “È questa la delicata cornice nella quale il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, è atteso dal compito istituzionale di accompagnare le forze politiche nella formazione del governo. Tentando di disinnescare l’apparente ingovernabilità con ogni carta a disposizione: a cominciare dalle diverse opzioni del Pd dopo le dimissioni del segretario Matteo Renzi.”

Buona parte della borghesia (con in testa il gruppo Fiat) ha deciso di scaricare Renzi, ma vuole continuare ad usare il Pd, che viene considerato affidabile rispetto al M5S, che non ha esperienza di governo e che ha imbarcato elementi casuali che rappresentano un’incognita. In un certo senso la borghesia sta chiedendo al Pd post-renziano, di fare da tutor ai grillini perché imparino a difendere i valori e gli interessi della classe padronale.

Questo significa che l’apparato del Pd dovrebbe sacrificarsi sull’altare degli interessi della borghesia, perché di questo si tratta. Per quanto la natura di classe del Pd sia pienamente borghese esiste una contraddizione evidente, per dirla in termini marxisti, tra struttura economica e sovrastruttura politica. Nessun apparato politico muore senza combattere o quanto meno senza provare a riciclarsi.

 

Si scatena lo scontro nel Pd

Non a caso un combattivo Renzi ha annunciato le dimissioni da segretario del Pd, ma si è anche affrettato a dire che queste saranno esecutive solo dopo aver gestito la delicata fase delle consultazioni, per assicurarsi che il Pd si collocherà all’opposizione nella futura legislatura.

Questo ha provocato l’ira di non pochi dirigenti del Pd, tra cui l’ex capogruppo alla Camera Zanda. Il partito è in subbuglio. Lo choc delle elezioni è grande e qualsiasi soluzione diventa possibile. Se Emiliano e Chiamparino sono usciti apertamente con la proposta del governo Pd-M5S, altri come Franceschini restano dietro le quinte ma alla lunga potrebbero venire allo scoperto, soprattutto se la crisi istituzionale si protraesse a lungo.

Naturalmente trovare 90 deputati significa limitare i sostenitori di Renzi a meno di un quarto del gruppo parlamentare o riuscire a disciplinarli, cosa niente affatto semplice.

Si tratta di un’operazione che può produrre fratture insanabili e persino una scissione, una strada piuttosto impervia anche volendo contare sul “soccorso rosso” di LeU, che però dispone di una pattuglia ristretta di 14 deputati (di cui forse una decina potrebbero essere disponibili a una soluzione del genere).

Non mancherebbe invece la simpatia e il sostegno della burocrazia della Cgil, che dopo la rottura con Renzi è alla disperata ricerca di un governo amico e di una sponda politica che il partito di Grasso e Fratoianni, per le sue ridotte dimensioni, non è in grado di fornirgli.

Potremmo così trovarci nuovamente di fronte a una convergenza tra Confindustria e il sindacato di Corso Italia, nella vana speranza che possa aprirsi una nuova fase di politiche concertative.

 

Instabilità e crisi politica

Si tratta di uno scontro tra forze vive in cui è difficile prevedere gli esiti, ma sul quale c’è un evidente investimento della classe dominante che in questo modo otterrebbe due piccioni con una fava: preparare la nuova classe politica destinata a governare il paese e ingabbiare le burocrazie sindacali condizionando pesantemente le mobilitazioni della classe operaia.

L’unica altra alternativa sarebbe quella di un governo del presidente o di scopo (per fare una nuova legge elettorale come proposto da Grasso in campagna elettorale) basato su tutte le forze presenti in parlamento, una extrema ratio che però non ha grandi possibilità di stabilizzarsi. Prima di arrivare a questo Mattarella le proverà tutte.

Si prepara dunque una situazione di grande instabilità politica e di grave crisi istituzionale, per cui il paradosso è che la vittoria delle forze populiste e reazionarie potrebbe trasformarsi nell’anticamera di nuove mobilitazioni sociali che potrebbero esplodere in faccia alle classi dominanti.

Per questo non condividiamo il pessimismo dilagante che si fa strada nella sinistra, che vede solo la superficie del problema e non è in grado di comprendere i processi più profondi.

Le masse che apparentemente hanno scelto una soluzione reazionaria, in realtà con il loro voto intendevano affossare i responsabili delle disastrose politiche di questi anni.

Ora esigeranno che quei partiti che hanno portato in alto mantengano le loro promesse (abolizione della Fornero, reddito di cittadinanza, riduzione delle tasse, ecc.) ma questi non potranno dargli nulla di quello che hanno promesso in campagna elettorale.

Non è certo la strada più lineare ma è quella che la storia ci ha consegnato, e tra tanti aspetti negativi un pregio queste elezioni lo hanno avuto: quello di aver sostanzialmente cancellato le burocrazie riformiste e umiliato quei dirigenti come D’Alema che tanti danni hanno fatto in questi anni e che rappresentavano un ostacolo all’avanzamento del conflitto sociale.

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