4 febbraio 2016

ILVA Cornigliano: la lotta è solo all’inizio!

Tre giorni di sciopero, occupazione della fabbrica e blocco della città, è così che gli operai dell’ILVA di Genova Cornigliano hanno risposto all’ennesimo attacco nei loro confronti. La notizia della disdetta dell’Accordo di Programma del 2005, che prevedeva la conservazione dei livelli occupazionali nel processo di riconversione e riammodernamento dello stabilimento, ha scatenato la rabbia dei lavoratori che dopo anni di sacrifici vedono a rischio il proprio posto di lavoro. In questi dieci anni molte cose sono cambiate e oggi l’ILVA non è più di proprietà della famiglia Riva ma è dello Stato, che dopo averla commissariata ora prevede l’ennesima svendita ai privati, per buona pace di chi credeva che l’intervento pubblico, senza una reale nazionalizzazione sotto controllo operaio, avrebbe risolto il problema.

L’Accordo di Programma rappresenta un ostacolo alla privatizzazione ed è per questo che viene messo in discussione dal Governo. Un ostacolo a cosa? Ovviamente alla possibilità di licenziare! Non lascia dubbi infatti il Commissario Straordinario Laghi che ha annunciato il congelamento degli investimenti sulla banda stagnata in vista della privatizzazione, sarà infatti la futura proprietà a decidere se investire o meno in questo segmento. E’ non è di certo una coincidenza se questa scelta va incontro alle necessità di possibili compratori, come i franco-indiani della ArcelorMittal, che non hanno interesse ad investire in questo segmento che già coprono con altri stabilimenti in Europa.

Gli operai ILVA hanno risposto in maniera molto decisa agli annunci del Governo e dei Commissari. Era palpabile nelle giornate di sciopero la consapevolezza di dover alzare il livello del conflitto di fronte al silenzio delle Istituzioni. Nessun passo indietro è stato fatto neanche difronte all’imponente sbarramento di polizia in tenuta antisommossa che è stato schierato per impedire agli operai di raggiungere il centro cittadino. Solo grazie alla determinazione e all’unità dei lavoratori, dopo oltre un’ora di tensione, il corteo ha potuto continuare il suo percorso.

Tra i lavoratori era comune il senso di vuoto per l’assenza di un riferimento politico che potesse rappresentare coerentemente le loro istanze. La distanza tra le loro rivendicazioni e quello che rimane della “sinistra” governativa si era già manifestata plasticamente nei giorni precedenti con l’occupazione del Consiglio Comunale. Il Sindaco Doria ha definito gli operai antidemocratici per aver “invaso” il Comune, mentre il Segretario del PD Terrile è stato costretto a darsela a gambe levate difronte alla rabbia dei lavoratori.

Aver ottenuto l’incontro con il Governo rappresenta sicuramente una vittoria per i lavoratori e dimostra come oggi, dopo anni di crisi economica e attacchi padronali, anche piccole conquiste necessitano di grandi lotte radicali. Sarebbe un errore pensare che quanto ottenuto fin’ora possa risolvere positivamente questa vertenza, la direzione in cui va il Governo è infatti molto chiara, ed è la privatizzazione. Nessun buon accordo potrà tutelare gli interessi dei lavoratori fino a quando questa prospettiva non verrà sconfitta. La storia dell’ILVA è una storia di accordi non rispettati, l’unica strada per la difesa dei posti di lavoro è la lotta, nessun aiuto arriverà infatti dalle istituzioni.

Con l’occupazione della fabbrica e il blocco della città i lavoratori hanno dimostrato di averlo capito e di essere disponibili a lottare con determinazione, e nonostante il boicottaggio di FIM e UILM e l’ostilità del Sindaco Doria sono riusciti a raccogliere attorno a se e alla FIOM la simpatia e la solidarietà della città. Bene ha fatto la FIOM a convocare lo sciopero cittadino dei metalmeccanici, ma per vincere questa battaglia sarà necessario generalizzare il conflitto unendo i lavoratori di tutti gli stabilimenti ILVA italiani in un’unica lotta contro ogni ipotesi di privatizzazione e per la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori e dei cittadini. Solo così sarà possibile avviare una produzione in grado di garantire il diritto al lavoro, alla salute e all’ambiente.

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