27 aprile 2018

Pakistan – Il Pashtun Tahafuz Movement, la repressione e il ruolo dei marxisti

Dall’inizio di febbraio un nuovo movimento di massa sta mettendo in discussione alla radice lo status quo in Pakistan. La protesta è stata innescata dall’esecuzione sommaria di un giovane pashtun, Naqeeb ullah Mehsud, avvenuta a Karachi lo scorso 19 gennaio.

Il responsabile è un funzionario di polizia, Rao Anwar, molto noto per i suoi comportamenti brutali, ritenuto responsabile di oltre 400 omicidi e legato ai servizi segreti. Per Rao l’omicidio di Naqeeb ullah si aggiungeva ai tanti già commessi, ma per la comunità pashtun è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, colmo da decenni di oppressione.

 

Il retroterra storico

Storicamente l’Afghanistan ha rappresentato una zona cuscinetto tra la Russia zarista e l’India dominata dall’Impero britannico. In seguito a diverse spedizioni militari britanniche in Afghanistan, tutte infruttuose, gli inglesi divisero la regione di confine tra l’Afghanistan e l’India tramite una linea tracciata nel 1896 e che prese il nome dal diplomatico britannico Sir Mortimer Durand. La linea Durand taglia in due la regione abitata tradizionalmente dai pashtun, un atto criminale che non è stato mai dimenticato: oggi in Pakistan vivono circa 30milioni di pashtun e oltre 13 milioni in Afghanistan.

La linea Durand (in rosso)

Sotto il Raj britannico la regione fu strategicamente lasciata in uno stato di arretratezza e gli imperialisti introdussero leggi draconiane per mantenere il loro dominio, secondo la più classica logica del “divide et impera”.

Nulla è cambiato dopo la fine del controllo britannico e la partizione del subcontinente nel 1947. La classe dominante pachistana ha perseguito la stessa politica del proprio predecessore, non sono state introdotte nemmeno modifiche estetiche. Fin dalla nascita del Pakistan è continuata sia l’oppressione di classe che quella nei confronti delle minoranze nazionali, attuata in maniera clamorosa nei confronti dei bengalesi del cosiddetto “Pakistan Orientale”, che ottenne l’indipendenza nel 1971 e divenne l’attuale Bangladesh. Le nazionalità minori come i beluci (popolo iranico che vive tra il Pakistan e l’Iran) e i pashtun sono ancora oggetto di oppressione nazionale da parte dello Stato centrale. Come altri partiti nazionalisti nel mondo ex coloniale, negli anni ’60 e ’70 i partiti nazionalisti pashtun mantenevano un orientamento progressista e anti imperialista e coltivavano buoni rapporti con l’Unione Sovietica. Dopo il crollo dell’Urss, tuttavia, hanno perso i tradizionali punti di riferimento e hanno fatto un completo voltafaccia, offrendo un sostegno aperto all’imperialismo occidentale.

Per contrastare la rivoluzione che nel 1978 abbattè il capitalismo in Afghanistan, gli americani, i sauditi, i pakistani e molti altri paesi occidentali lanciarono una controrivoluzione alimentando le forze della jihad islamica. Il lato pakistano della regione pashtun venne utilizzata come trampolino di lancio a questo fine.

Il movimento nazionalista pashtun accolse favorevolmente l’occupazione americana dell’Afghanistan nel 2001 sulla base degli slogan propagandistici degli Usa a favore della libertà e del progresso, sostenendo persino le operazioni militari dell’esercito pakistano nella regione, confidando in un’illusoria riunificazione dei pashtun. Questa politica è risultata in un disastro totale e come conseguenza questi partiti hanno perso rapidamente la loro base di massa.

I pashtun hanno ottenuto solo di trovarsi all’epicentro delle guerre negli ultimi quattro decenni. L’oppressione e le intimidazioni si sono intensificate negli ultimi due decenni, specialmente dopo l’occupazione americana dell’Afghanistan nel 2001. Le operazioni militari dell’esercito pakistano, dei talebani e gli attacchi dei droni americani hanno reso la regione un vero inferno.

 

La nascita del Ptm

Dopo l’omicidio di Naqeeb ullah, a Karachi si sono svolte le prime proteste. Una lunga marcia è partita il 26 gennaio dalla città di Dera Ismail Khan, vicino al Waziristan, per raggiungere Islamabad il primo febbraio, chiedendo giustizia per Naqeeb ullah e la pena capitale per i suoi assassini. I manifestanti hanno chiamato questa lunga marcia Pashtun Tahafuz Movement (Movimento di Protezione dei Pashtun, Ptm). Il sit-in organizzato a Islamabad è durato oltre dieci giorni e ha ricevuto un enorme sostegno. Si calcola che vi abbiano partecipato oltre 15.000 person

Le rivendicazioni principali dei manifestanti includevano l’arresto e la pena capitale per Rao Anwar e i suoi complici; la fine della repressione in tutte le aree pashtun e più in generale le aree tribali del Pakistan; la rimozione dei posti di blocco dell’esercito; lo sminamento delle aree tribali. Infine, una delle richieste principali era il rilascio 32mila persone “disperse”, ovvero rapite dall’esercito con false accuse.

Lo Stato ha risposto rilasciando 100 “desaparecidos”, ma questo, invece di fermare la protesta, l’ha estesa ad altre regioni. Il Ptm ha ridato il coraggio di protestare a milioni di persone, portando alla luce i crimini quotidiani dell’apparato dello Stato. Ha evidenziato anche le complicità dell’imperialismo.

In queste aree tribali al confine dell’Afghanistan le leggi del Pakistan non hanno valore, vige uno stato di emergenza giustificato dalla “guerra al terrore” fin dal 2001. In realtà questa è sempre stata una guerra contro la popolazione comune in cui i fondamentalisti islamici erano complici dello Stato pakistano e dell’imperialismo Usa.

Manzoor Pashteen

Il leader di questo movimento è Manzoor Pashteen, che in soli due mesi si è guadagnato una popolarità di massa fra i pashtun. Nei suoi discorsi e videomessaggi descrive le atrocità dello Stato e dell’esercito pakistano nelle cosiddette operazioni contro il fondamentalismo islamico.

Ha anche descritto gli episodi quotidiani di umiliazione ai posti di blocco dell’esercito nel Waziristan settentrionale e meridionale e in altre aree della Fata (Amministrazione federale della aree tribali) abitate dai pashtun e il dramma delle famiglie di migliaia di “persone scomparse” che aspettano il ritorno dei loro cari per anni ma non riescono mai a scoprire cosa è successo loro. Non viene condotta alcuna indagine e nessun funzionario del governo sa dove si trovino.

Manzoor Pashteen ha spiegato come gli ufficiali dell’esercito collaborino strettamente con i talebani e altri fondamentalisti islamici, essendo stato un testimone oculare di molti incontri tra loro. È un fatto risaputo fra la popolazione di queste aree.

Queste denunce hanno incoraggiato le proteste. Nel mese di marzo il Ptm ha organizzato una marcia da D. I. Khan a Quetta, la capitale del Belucistan, con assemblee e comizi in tutte le città principali lungo la strada ai quali hanno partecipato decine di migliaia di persone.

A Quetta l’iniziativa pubblica ha attirato più di 50mila persone da tutto il Belucistan. Una grande operazione militare è in corso anche contro i nazionalisti beluci, dei quali centinaia di attivisti sono stati uccisi e torturati dallo Stato pakistano e i loro corpi mutilati gettati nella spazzatura. Questa operazione è indirizzata principalmente contro le persone comuni, incluse donne e bambini, più che contro chi conduce in prima linea la lotta armata. C’è un crescente risentimento contro lo Stato tra le masse beluci che si sta tramutando in mobilitazione attiva. Anche gli hazara (un etnia che vive prevalentemente in Afghanistan, di religione sciita e che parla un dialetto persiano) sono perseguitati dai fondamentalisti islamici con il completo appoggio dello Stato pakistano. In una città in cui i posti di blocco dell’esercito sono presenti ad ogni chilometro, questi terroristi uccidono regolarmente gli hazara senza mai essere fermati o arrestati.

L’iniziativa pubblica è stato seguita da un sit-in di massa da parte degli hazara a Quetta, in seguito alla morte violenta di uno di loro, con una grande presenza femminile. La presenza e la mobilitazione delle donne è uno sviluppo decisamente progressivo in una società profondamente conservatrice e arretrata.

L’8 aprile a Peshawar, capitale delle aree tribali, si è tenuta un’altra grande assemblea pubblica con 70mila presenti. Le famiglie di centinaia di persone scomparse hanno portato al raduno le foto dei loro cari scomparsi. Pashteen ha criticato apertamente l’esercito e ha dichiarato che il Ptm è contro ogni oppressore che sia esso lo Stato o altre forze paramilitari. Ha anche annunciato l’organizzazione di altri raduni di massa a Lahore e Swat.

Questo movimento ha fatto suonare gli allarmi nei palazzi del potere: le classi dominanti stanno facendo di tutto per sedare un’ondata crescente di rabbia e disgusto. Questa rabbia è indirizzata verso lo Stato pakistano, che è un fantoccio degli imperialismi Usa, cinese e di altre potenze. Dopo questi raduni di massa sono state rilasciate circa 200 persone scomparse.

L’apparato statale sta cercando di utilizzare il bastone e la carota, alternando repressione e concessioni al movimento.

L’aspetto più importante di questo movimento è che ha svelato il marciume presente tutti i partiti politici nel paese, che si sono uniti nel loro coro di calunnie nel confronti del Ptm, a cui hanno fatto eco tutti i mass media. I partiti in parlamento non hanno mai pronunciato una sola parola contro le atrocità che colpiscono i popoli delle aree tribali, piuttosto sono complici dell’inferno scatenato sulla gente comune. Da sinistra a destra, l’intero spettro politico ha perso ogni credibilità agli occhi delle masse. Non si fidano più di nessuno di questi partiti.

In tali circostanze il Ptm è diventato la voce degli oppressi, e questo ha irritato tutti i partiti con qualche base tra le masse pashtun.

Dai partiti religiosi che sostengono il fondamentalismo islamico, fino ai nazionalisti pashtun dell’Anp e del PkMap, che hanno un legame stretto con lo Stato pakistano, tutti considerano questo movimento come una minaccia per i loro feudi politici e stanno usando ogni mezzo per fermarlo. Questi nazionalisti pashtun, che sono per lo più ex stalinisti, hanno abbandonato da tempo le loro tradizioni laiche e anti establishment e sono diventati parte integrante dello Stato pakistano. Fanno parte anche delle amministrazioni a livello federale e provinciale e sono corrotti come tutti gli altri.

Il tradimento da parte del Pakistan People’s Party (Ppp) rappresenta il crimine più grande. Questo partito non rappresenta più i lavoratori e i contadini del Pakistan ma è diventato uno strumento nelle mani di una parte dell’apparato dello stato. Il Ppp ha persino organizzato proteste contro il Ptm in alcune aree, ma è riuscito a coinvolgere solo poche decine di persone.

 

Quali prospettive?

L’enorme risposta delle masse ha fornito una forza enorme a questo movimento ma ha posto davanti ad esso sfide importanti. Il movimento si è finora diffuso in alcune delle regioni più arretrate del paese, tra cui la Fata e il Belucistan e ora si sta estendendo ai centri proletari urbani come Peshawar e Karachi. Molti di coloro che vi partecipano di questi provengono dagli strati più arretrati della società, che erano un tempo il bastione della reazione e la base tradizionale di sostegno per il fondamentalismo islamico. Lo Stato pakistano in passato faceva affidamento su alcuni di questi elementi per intraprendere le guerre nel Kashmir e per l’intervento imperialista in Afghanistan, ma ora la situazione è cambiata.

Ciò mostra un’altra importante contraddizione dialettica per la quale i settori più arretrati hanno intrapreso una guerra contro il potere costituito con slogan molto avanzati, mettendo a nudo il vero carattere dello Stato borghese.

Un limite del movimento è che permette la partecipazione di tutti i partiti politici ai propri raduni pubblici, anche di quelli che stanno cercando di sabotarlo. Ciò riflette la grande confusione che ancora prevale dal punto di vista ideologico, senza una chiara prospettiva di quali passi intraprendere per far crescere il movimento. Piuttosto che cercare l’appoggio di questi partiti corrotti, crediamo sia importante rivolgersi alle mobilitazioni degli operai e dei contadini.

Mobilitazioni che si stanno sviluppando in tutto il paese. Dai lavoratori che lottano contro le privatizzazioni (dalle poste alle acciaierie, passando dalla compagnia aerea nazionale), ai contadini che occupano le terre nel Punjab.

La ricerca dell’unità con questi movimenti rafforzerà anche il carattere di classe del Ptm e potrebbe trasformarlo in un punto di riferimento del proletariato pakistano. Solo la classe operaia, infatti può intraprendere una battaglia decisiva per la libertà non solo delle nazionalità oppresse, ma anche dallo sfruttamento di classe e dalla schiavitù salariata.

Le modalità con le quali il movimento affronterà tali questioni determinerà il suo futuro. Ma qualunque cosa accada, un dato è certo: lo status quo è stato scosso e si apre uno spazio per una politica rivoluzionaria. Il vuoto aperto dai partiti corrotti al servizio della borghesia sarà riempito da una nuova battaglia ideologica tra la sinistra e la destra. I marxisti interverranno in questa battaglia con tutta le loro forze e cercheranno di raggiungere settori sempre più ampi della classe operaia.

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