23 novembre 2015

Il capitalismo è guerra e orrore senza fine

L’editoriale del nuovo numero di Rivoluzione, in uscita il 25 novembre

Gli atroci atti terroristici che hanno provocato almeno 129 morti nelle strade e nei locali di Parigi segnano un tragico sviluppo nell’espansione di attentati attribuiti o rivendicati dal cosiddetto Stato islamico (Isis). Come ferocia, portata e cecità somigliano a scene che associamo a Beirut o Baghdad: con questi attacchi il Medio Oriente è definitivamente arrivato in Europa.

Hollande ha proclamato che “la Francia è in guerra”. Che ipocrisia! La Francia è in guerra in Libia dal 2011 e in Siria dal 2012, così come in Mali e in Niger. Ma fino a quando i morti sono lontani, invisibili ai più, la guerra può anche essere chiamata pace.

Il primo ministro francese Valls ha promesso che la Francia sarà “spietata” e c’è da credergli: caccia francesi hanno bombardato Raqqa, bastione dell’Isis in Siria, e la portaerei De Gaulle va verso il Golfo Persico per rafforzare l’escalation. Sotto la presidenza del socialista Hollande la Francia ha moltiplicato l’intervento militare diretto nelle ex colonie in Africa e Medio Oriente, continuando a vendere armi e tecnologia militare per 3 miliardi di dollari all’anno alle monarchie del Golfo, principali finanziatrici dell’Isis assieme alla Turchia di Erdogan. In un intreccio infernale e cinico nel quale l’alleato di oggi diventa l’avversario di domani e viceversa, imperialismo e fondamentalismo islamico stanno precipitando crescenti aree del pianeta nella barbarie. Siamo dentro ad una crisi storica.

Oggi l’Isis appare potente ma il ricorso al terrorismo è una scelta disperata dovuta alle sconfitte patite sul campo, soprattutto dopo l’intervento militare di Putin a fianco di Assad; l’azione della Russia, in asse con l’Iran, mira a salvare i propri interessi imperialisti in Siria, a partire dalla base navale a Latakia, e non ha né scopi umanitari né bombe “intelligenti”; oltre ai caccia russi, l’Isis ha subìto l’avanzata dei kurdi-siriani e dei kurdi-iracheni, appoggiati entrambi dall’aviazione Usa. In Medio Oriente ed in Asia centrale, inoltre, cercano di aprirsi una breccia anche movimenti di massa progressisti, come quelli scoppiati nell’estate in Iraq e Libano e quello in corso in Afghanistan, dove la persecuzione contro la minoranza hazara ha innescato una mobilitazione di massa dal carattere democratico e multietnico contro le violenze settarie perpetrate dai talebani e tollerate dal governo filo-occidentale di Ghani.

I bombardamenti e le sparatorie avranno profonde conseguenze politiche. La comprensibile ondata di panico ha fornito alla borghesia il campo ideale per suggerire i profughi come capro espiatorio. Quotidiani reazionari squallidi come Libero lo fanno con titoli (“Bastardi islamici”) che incitano all’odio religioso, testate più “rispettabili” martellano la stessa idea col sensazionalismo sull’“invasione dell’Europa” o sul tasso di natalità degli immigrati. Il processo è su scala europea. Angela Merkel sta supplicando i turchi di riprendere i rifugiati e adottare le misure necessarie per rallentarne l’esodo, mentre il capo dell’intelligence interna tedesca ha avvertito che “gli islamisti si stanno rivolgendo in modo specifico ai rifugiati nei centri di accoglienza.”. Il processo di chiusura delle frontiere e di crisi dell’area Schenghen s’approfondirà. L’Europa dei popoli, sotto il capitalismo, è una pericolosa illusione.

A coprire ciò, la classe dominante sparge dosi massicce di retorica del lutto, fatta di parole vuote sui cosiddetti valori dell’Occidente e di minuti di silenzio che tendono implicitamente a colpevolizzare gli arabo-musulmani, soprattutto se non recitano il copione scritto per loro. La criminalizzazione delle studentesse di Varese, messe nelle mani della Digos per non aver partecipato al minuto di silenzio, non sarà un caso isolato.

Hollande ha proclamato lo stato d’emergenza sull’intero territorio nazionale, ne ha preteso un prolungamento a 90 giorni, ha promesso sfracelli contro gli stranieri pericolosi, messo in agenda modifiche costituzionali per aumentare i poteri presidenziali e condito il tutto con l’appello alla “tregua sociale”, cioè la sospensione di scioperi e manifestazioni.

Lo stato d’emergenza significa poteri discrezionali nelle mani di prefetti e polizia: perquisizioni e arresti senza mandato, coprifuoco, controllo sui media, divieti di circolazione: sono poteri dittatoriali, di fatto. I valori “eterni” di democrazia e di libertà possono attendere. Persino il sindacato dei magistrati ha giudicato eccessivo e pericoloso il “pacchetto Hollande”. Destra ed estrema destra sono rimasti in scia, calcolando di raccogliere i frutti alle regionali di dicembre.

Il partito comunista si è anch’esso sciaguratamente accodato, con qualche timido distinguo di cui non resterà traccia. A questo si riduce oggi la democrazia parlamentare in Francia, culla della rivoluzione borghese del 1789.

Soccombendo alla pressione, i sindacati hanno momentaneamente sospeso la mobilitazione contro il piano Hirsch di tagli e chiusure di ospedali o la lotta in AirFrance; al contrario, padroni e governo non hanno sospeso i loro attacchi ai lavoratori. La lotta di classe irromperà nuovamente ma, temporaneamente, è stata sospinta indietro. Tuttavia, importanti Camere del Lavoro (Parigi, Rouen) e la federazione del libro della Confederazione generale del lavoro (Cgt) hanno preso posizione contro lo stato d’emergenza, la tregua sociale e la politica estera imperialista della Francia; il comitato nazionale confederale della Cgt, più moderato, s’è comunque espresso contro la tregua sociale ed il ruolo della Francia nella vendita d’armi, convocando un corteo nazionale per il 2 dicembre; nell’onda emotiva manipolata dalla borghesia non sono fatti secondari.

In realtà, il miglior reclutatore per i fanatici jihadisti sono le condizioni spaventose che gravano su milioni di giovani disoccupati dei quartieri popolari. Il tanto decantato “mondo libero” assomiglia ad una prigione senza apparenti vie di fuga per decine di milioni di persone. In secondo luogo, la responsabilità ricade sulla politica estera imperialista degli Stati Uniti e delle potenze dell’Unione Europea, guidate dalla ricerca di profitti e sfere d’influenza e non certo dal pensiero di Aristotele o di Voltaire. La sola via d’uscita realistica da questo incubo è l’abbattimento del capitalismo su scala mondiale. È l’unica battaglia davvero degna di essere combattuta.

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