24 ottobre 2017

Il colpo di stato della Spagna contro la democrazia in Catalogna

Sabato 21 ottobre a Barcellona 450mila persone sono scese in corteo (secondo la polizia locale) mentre altre decine di migliaia l’hanno fatto in diverse altre città, grandi e piccole in tutta la Catalogna, per chiedere la libertà per i due Jordi (detenuti senza cauzione e accusati di sedizione) e respingere il colpo di stato avvenuto tramite l’applicazione dell’articolo 155 annunciata dal presidente spagnolo Rajoy il mattino del 21 ottobre.

Alla fine del Consiglio dei Ministri, Rajoy ha annunciato i dettagli dei provvedimenti che il suo governo vuole attuare e che saranno votati dal Senato questa settimana (probabilmente giovedì o venerdì).

Queste misure costituiscono un colpo di stato contro la democrazia in Catalogna. Rajoy vuole sciogliere il Parlamento catalano (entro sei mesi o anche prima, non appena la situazione “si normalizzi di nuovo”), dimettere il presidente, il vicepresidente e tutti i ministri catalani, accentrare la gestione diretta del governo catalano a Madrid, ridurre i poteri del parlamento catalano in attesa delle elezioni (non avrà il potere di eleggere un presidente, di approvare un voto di sfiducia nei confronti delle autorità e tutte le leggi che intende promulgare dovranno essere approvate prima dal Senato spagnolo che avrà poteri assoluti di veto).

Oltre a queste misure generali, il governo spagnolo avrà competenze specifiche di controllo sulla polizia catalana, le finanze, le telecomunicazioni e i media statali catalani (nell’interesse della “neutralità” dell’informazione).

Questo è uno scandalo totale che conferirà a un partito che ha solo l’8,5 per cento del voto in Catalogna, assoluto controllo del governo regionale.

I politici del PP hanno affermato che quando si svolgeranno nuove elezioni in Catalogna, quei partiti che avranno nel loro programma l’indipendenza non potranno presentarsi. Se non puoi vincere un’elezione, leva di mezzo i tuoi avversari!

Comitati in difesa della Repubblica in corteo

I provvedimenti proposti sono stati concordati in precedenza con il PSOE e Ciudadanos e naturalmente hanno anche l’appoggio del re. Questa dunque non è una misura adottata unicamente dal governo PP, ma una reazione difensiva da parte di tutto il regime del 1978.

Il procuratore generale dello Stato ha anche avvertito il presidente catalano che se avesse dichiarato l’indipendenza in risposta a queste misure sarebbe stato accusato di ribellione, un’accusa che può implicare una pena di 30 anni di carcere e comprende anche la carcerazione preventiva. La stessa accusa può essere estesa al governo e ai parlamentari catalani se aderissero a una tale dichiarazione.

Queste misure sono state giustamente denunciate come un colpo di Stato contro la democrazia dai partiti di governo catalani PDeCAT e ERC, nonché dal CUP, dal CSQP (Catalunya Sí que es Pot, la coalizione formata da Podemos, Iniciativa por Catalunya e Esquerra unida, ndt) e da i Comuni. Alcuni importanti sindaci del PSC (il PSOE catalano) hanno firmato una lettera che si oppone a queste misure e il sindaco PSC di Sta Coloma si è dimesso dal Comitato federale del PSOE.

Il carattere brutale dei provvedimenti proposti ha anche messo a dura prova l’alleanza in consiglio comunale di Barcellona tra Ada Colau e il PSC . Il partito nazionalista borghese basco PNV, che sostiene il governo del PP a livello nazionale, si è opposto all’utilizzo dell’articolo 155.

La manifestazione di sabato era enorme. I treni che si dirigevano a Barcellona erano stracolmi e l’intero percorso della manifestazione era pieno di persone prima ancora che partisse il corteo. L’ambiente era arrabbiato e di sfida. Erano presenti un numero significativo di leader politici che si oppongono all’indipendenza e che sono contro a una dichiarazione unilaterale.

Alle 19.30, dopo la manifestazione, la presidenza del Parlamento catalano ha rilasciato un comunicato stampa attraverso la sua presidente Carme Forcadell denunciando le misure e affermando che il parlamento catalano non cederà.

Più tardi, alle 21, il presidente catalano ha fatto una dichiarazione televisiva in cui ha denunciato le misure prese da Madrid e ha annunciato la convocazione del parlamento catalano per discutere la questione. Significativamente non ha dichiarato l’indipendenza né ha detto che chiederà al Parlamento di farlo. Anche Puidgemont non ha fatto alcun accenno rispetto alle misure che adotterà per resistere alla repressione di Madrid.

C’è molta pressione dalle fila del movimento per una dichiarazione di indipendenza e per organizzare la disobbedienza civile di massa per resistere ai provvedimenti di Madrid. Si parla anche di uno sciopero generale. I Comitati per la Difesa del Referendum (CDR) mobilitati nelle diverse città e quartieri per la manifestazione nelle discussioni negli ultimi giorni hanno chiesto che venga annunciata la Repubblica.

Stiamo entrando in una settimana cruciale in questo scontro. Nonostante la sua indecisione, il governo catalano non ha grandi margini di manovra. Nella sua ultima lettera a Rajoy, giovedì scorso Puigdemont ha annunciato che sarebbe stato costretto a dichiarare l’indipendenza se l’articolo 155 fosse stato utilizzato.

La domanda è: se venisse dichiarata una Repubblica catalana, come potrebbe essere difesa? È chiaro a tutti che l’Unione europea, in cui i leader PDECAT e ERC riponevano tanta fiducia, non interverrà a difesa dei diritti democratici né sconvolgerà lo status quo.

L’unico modo per ottenere una Repubblica è tramite mezzi rivoluzionari. Se il governo catalano e la maggioranza del parlamento sono seri in merito, la dovrebbero dichiarare e poi organizzare la resistenza, barricarsi nei loro uffici e invitare la gente a organizzarsi e difendere gli edifici delle istituzioni democratiche attraverso manifestazioni di massa, la disobbedienza civile e un sciopero generale rivoluzionario che paralizzi l’economia.

Il CUP e i CDR hanno il dovere di avanzare tale prospettiva e di iniziare a costruirla, a prescindere da cosa farà o meno il governo catalano. I politici borghesi e piccoli borghesi hanno mostrato la loro indecisione già in molte occasioni. Persone come Mas, Santi Vila e altri hanno chiaramente sabotato il movimento ad ogni passaggio. Non possiamo aspettare di capire cosa vogliono fare.

I dirigenti di Unidos Podemos hanno anche loro una grave responsabilità. La loro posizione nelle ultime settimane è stata scandalosa, chiedendo il dialogo fra le parti e accusando entrambe di essere “irresponsabili”. Dovrebbero invece spiegare il carattere fondamentalmente antidemocratico del regime del 1978 e organizzare la lotta per difendere i diritti democratici del popolo catalano, collegandola alla lotta contro l’austerità capitalista, per i posti di lavoro, per la casa e per una vita dignitosa e per porre fine al regime del 1978.

In Catalogna si è aperta un’opportunità rivoluzionaria, la domanda è: esiste una direzione che possa essere all’altezza della sfida proposta?

I marxisti appoggiano incondizionatamente il diritto di autodeterminazione del popolo catalano e sostengono una Repubblica socialista catalana come la via per scatenare un movimento rivoluzionario nel resto della penisola iberica.

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