12 ottobre 2015

Elezioni in Portogallo – La crescita della sinistra e le sirene del governo

Le elezioni politiche in Portogallo del 4 ottobre sono state presentate dalla stampa borghese come una conferma del governo di destra uscente. La realtà è radicalmente diversa.
Con una astensione che arriva al 43%, la coalizione formata dal Partito Social Democratico e dai popolari della CDS-PP perde la maggioranza assoluta e quasi 500mila voti (alle elezioni del 2011 i due partiti si presentarono separati).
Il Partito socialista guadagna 400mila voti rispetto al crollo del 2011 ma rimane lontano dall’obiettivo di andare al governo fermandosi al 32%, quattro punti percentuali sotto alla coalizione della destra, Portugal a Frente (PAF).
Il Bloco de Esquerda raddoppia i suoi voti e passa da 288mila a 549mila.
Crollato al 5% nel 2011 dopo aver votato i prestiti della UE alla Grecia con tutti gli annessi e connessi, il Bloco ora sale al 10% beneficiando anche dell’appoggio dato da Podemos in campagna elettorale, con Pablo Iglesias che ha più volte fatto appello al voto per il Bloco con video e partecipazioni ad iniziative a Lisbona, a partire dalla sua presenza nella giornata di apertura della conferenza nazionale del partito.
Il Partito Comunista Portoghese (PCP, in coalizione coi verdi, CDU) guadagna poco più di 50mila voti e cresce all’8,3%, il miglior risultato dal 1999.
I lavoratori portoghesi hanno punito la destra ma non hanno consegnato un mandato di governo ai socialisti. La forte crescita del Bloco de Esquerda e quella, molto più ridotta, del PCP mostrano uno spostamento a sinistra di settori crescenti di giovani e lavoratori.

Grande instabilità politica

bloco_esquerdaIl Portogallo è, dopo la Grecia, il Paese che ha visto la più sanguinosa applicazione delle politiche europee di austerità.
Dal 2008 al 2011 abbiamo assistito ad una decina di scioperi generali convocati dalla CGTP (il sindacato legato al PCP) che hanno provato a reagire il massacro sociale portato avanti governi che si sono succeduti.
Per tre anni, dal 2010 al 2013 il Portogallo è stato fuori dal mercato dei titoli pubblici ed ha avuto un programma di emergenza finanziario con l’erogazione di un prestito da parte dell’Unione Europea di 78 miliardi di euro.
Nel 2014 il Paese lusitano è stato riammesso al mercato poichè il massacro sociale portato avanti aveva portato ad un abbassamento del deficit e ad una presunta crescita del PIL.
Ora il deficit sta tornando sopra il 3%, il debito pubblico è al 130% del PIL e quello privato al 240%.
Una delle principali banche, il Banco Espirito Santo, è fallito e la banca che aveva assorbito i pochi attivi rimasti, il Novo Banco, s’incammina sulla stessa strada. Come faccia la borghesia europea a parlare di un paese tornato risanato sul mercato, risulta un mistero.

Sul programma ‘patriottico e di sinistra’ del Partito Comunista Portoghese

Il Partito Comunista Portoghese è, senza alcun dubbio, riferimento dei settori più organizzati della classe operaia portoghese.
Il programma sviluppato negli ultimi anni di fronte alla crisi economica, non è però all’altezza del passaggio dall’offensiva sul terreno sindacale e degli scioperi ad un radicale cambiamento politico.
Alle elezioni, il PCP ha presentato un progetto che si fonda sul recupero dell’indipendenza nazionale attraverso una politica al servizio del popolo e del Paese, per un Portogallo libero e sovrano.
Viene ventilata la possibilità, nel rispetto della volontà popolare, di una uscita dall’euro accompagnata dalla difesa dei salari, dei risparmi e dei livelli di vita dei lavoratori e di tutta la popolazione in generale.
Si affaccia in questo programma l’abbaglio che col ritorno all’Escudo possa esserci chissà perché uno sviluppo dell’economia del Paese e una ripresa degli investimenti da parte della borghesia portoghese senza che vi sia una ritorsione da parte di quella europea, che invece non resterà a guardare.
Nell’ambito di una economia capitalista un Portogallo fuori dall’euro sarebbe ancora più debole e accerchiato.
Restare nell’euro o tornare all’escudo è la proposta di un dilemma fuorviante. Il problema è se si rimane in una Europa capitalista oppure si lotta per cambiarla con un programma rivoluzionario.
Sul debito pubblico, la proposta principale è la rinegoziazione del debito nelle scadenze, negli importi e nei tassi d’interesse applicati, provando a smantellare la politica dell’Unione Monetaria Europea e liberando il Portogallo dalla sottomissione all’euro attraverso il controllo pubblico sulle banche e i settori energetici.
Si parla di difesa dei settori produttivi e della produzione nazionale, reindustrializzazione e sviluppo di agricoltura e pesca. Come? Con l’affermazione di un forte settore pubblico e l’appoggio alla pesca artigianale, alle piccole e medie imprese e al settore cooperativo.
Il riferimento preciso è allo sviluppo di una economia mista che porti ad un aumento degli investimenti pubblici e privati.
Detto che in una fase economica espansiva, in questo sistema economico, lo sviluppo del settore pubblico è al servizio dell’accumulazione del capitale privato, in una fase di decadenza del capitalismo spazi per lo sviluppo di un’economia mista pubblico-privato non ce ne sono in nessuna maniera. Tutta l’architettura delle politiche di austerità che, tra gli altri, hanno devastato anche il Portogallo si fonda proprio sulla distruzione di tutti i settori pubblici, l’unica politica permessa oggi dal capitalismo.
Non è possibile raggiungere nessuno degli obiettivi enunciati nel programma del Partito Comunista Portoghese, non ultimo il recupero del controllo del commercio estero, senza nazionalizzare sotto il controllo di lavoratori il sistema bancario e finanziario e i centri fondamentali dell’economia.
L’esperienza di Syriza in Grecia dimostra che non è possibile attuare alcuna rinegoziazione del debito pubblico e recuperare indipendenza nazionale e sovranità monetaria e finanziaria senza andare a prendere i soldi requisendo senza indennizzo le enormi proprietà private esistenti con una politica di nazionalizzazioni su vasta scala.

Al governo coi socialisti?

La notte stessa dei risultati elettorali, dirigenti del Bloco de Esquerda e del PCP si sono dimostrati astrattamente possibilisti sull’ipotesi di un governo insieme ai socialisti che impedisse la formazione di un governo di destra di minoranza.
Nel documento uscito dal primo comitato centrale del PCP si parla esplicitamente di ricerca di tutte le soluzioni alternative che possano sbarrare la strada alla destra e si fa un esplicito riferimento alla possibilità che il partito possa prendere responsabilità di governo.
Guardando solo i numeri, il Partito socialista, il Bloco e il PCP potrebbero formare una maggioranza in parlamento e c’è stato un incontro, con i vertici del Partito Socialista, dopo il quale i dirigenti comunisti, pur ribadendo che il PS non ha un programma di rottura con le politiche di austerità che l’hanno portato al crollo elettorale del 2011, hanno sostenuto la possibilità che si possa arrivare insieme a proporre un programma di cambiamento.
Concretamente, non c’è nessuna possibilità di un compromesso tra il Bloco, il PCP e i socialisti (tra i quali sono iniziate le dimissioni di deputati contro le apertura a sinistra, a favore dell’unità nazionale con la destra) che vada nell’interesse dei lavoratori. Proseguire su questa strada non può che portare ad un tradimento delle aspirazioni delle classi oppresse che hanno votato a sinistra in queste elezioni.
Il Bloco e il PCP debbono rifiutarsi di collaborare alla soluzione di una situazione politica intricata. Dovrebbero invece lavorare alla costruzione di un fronte unico di sinistra e un programma di rottura con le compatibilità del capitalismo, unico presupposto per la trasformazione del Portogallo, appellandosi ai lavoratori di tutti i Paesi europei, in primo luogo quelli greci e spagnoli che voteranno a dicembre, perché seguano la stessa strada.

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