23 dicembre 2017

Elezioni in Catalogna: sconfitta la strategia di Rajoy

Le elezioni catalane del 21 dicembre rappresentano uno schiaffo in faccia alla strategia del governo spagnolo: l’introduzione del controllo diretto della Catalogna da parte di Madrid, volto a distruggere il movimento indipendentista. Il partito di governo in Spagna, il Partito popolare, è stato ridotto a 3 seggi in Catalogna e il blocco a favore dell’indipendenza ha ancora una volta ottenuto la maggioranza assoluta nel parlamento catalano.
Queste elezioni si sono svolte in condizioni eccezionali, a cominciare dal fatto che erano state convocate dal governo spagnolo dopo aver esautorato il governo e sciolto il parlamento catalano, utilizzando i poteri derivanti dall’articolo 155 della Costituzione. Lo scopo dichiarato dei partiti che sostenevano queste azioni (il Pp di destra al governo, il suo alleato, i liberali di Ciudadanos e il PSOE “socialdemocratico”) era quello di formare un “governo costituzionale” in Catalogna e dimostrare che il blocco indipendentista non disponeva di una maggioranza

Per raggiungere questo obiettivo hanno usato tutti i mezzi a loro disposizione. Otto candidati di spicco dei partiti indipendentisti sono in prigione o in esilio, tra cui il presidente catalano Puigdemont, che era il candidato per Junts per Catalunya (JuntsxCat, Uniti per la Catalogna), il numero due in lista Jordi Sánchez (il leader dell’Assemblea Nazionale catalana detenuto in custodia preventiva in un carcere spagnolo con l’accusa di sedizione) e Oriol Junqueras, leader e candidato di ERC (Sinistra Repubblicana catalana, partito nazionalista di centro-sinistra) anche lui detenuto in custodia preventiva con l’accusa di ribellione e sedizione. A questi ultimi è stato impedito di prendere parte alla campagna elettorale e puniti dalle autorità carcerarie per per aver fatto uscire dalla prigione alcuni messaggi, che sono stati letti o diffusi durante le riunioni elettorali.
L’accresciuta polarizzazione politica ha prodotto un’affluenza record dell’81,94%: un record non solo per le elezioni del Parlamento catalano, ma anche nella storia delle elezioni parlamentari spagnole in Catalogna e nel resto della Spagna

Nonostante tutte le numerose restrizioni dei diritti democratici imposte durante la campagna elettorale e il fatto che le istituzioni catalane siano sotto diretto controllo di Madrid, l’elettorato catalano ha inferto un duro colpo al “blocco costituzionale” – il regime del 1978 – che non ha raggiunto i suoi obiettivi .

Il blocco indipendentista ha conquistato di nuovo la maggioranza dei seggi con 70 deputati (la maggioranza è 68) e la stessa percentuale di voti (47,5%) ottenuta nel 2015 ma con una maggiore affluenza. Il blocco dell’articolo 155 è riuscito a ottenere 57 seggi con il 43,5 per cento dei voti, un leggero aumento rispetto ai risultati del 2015 (52 seggi con il 41,62 % se si include Unió, che non ha ottenuto seggi). La somma dei voti di JuntsxCat, ERC e CUP è superiore a 2.060.000, circa 100.000 voti in più rispetto al 2015.

All’interno del blocco indipendentista, JuntsxCat è riuscito a ottenere più voti (21,65%), superando di pochissimo ERC (21,39%), ma è stato comunque il risultato peggiore per la lista, che rappresentava l’eredità di CDC, il partito storico del nazionalismo borghese catalano. L’ERC ha ottenuto il suo miglior risultato di sempre, ma tale successo è stato rovinato dal fatto che tutti i sondaggi di opinione avevano previsto che avrebbe tranquillamente superato i loro ex partner della coalizione. Un tale risultato non era previsto. Puigdemont ha giocato astutamente le sue carte, abbandonando la sigla del proprio partito e costruendo una “lista ampia”, che ha etichettato come “la lista del presidente”. Usando un linguaggio più combattivo e facendo appello alla sua legittimità come presidente catalano, esautorato dal regime spagnolo, è riuscito a operare una rimonta e battere di poco l’ERC.
La CUP., il partito anti-capitalista e indipendentista ha ottenuto un cattivo risultato: il 4,45 per cento dei voti e 4 seggi (aveva l’8,21 per cento e 10 seggi nel 2015). Ha condotto una campagna molto positiva e militante, in cui ha insistito sulla difesa della Repubblica catalana e del mandato conferito il 1° ottobre, collegandolo alla realizzazione e alla difesa dei diritti sociali e parlando apertamente di socialismo e internazionalismo. Tutto ciò è stato pregiudicato da una serie di fattori. In primo luogo, il ricordo ancora vivo dei suoi errori passati nell’appoggio a JxSí e alle sue leggi di bilancio all’insegna dei tagli, in secondo luogo, il fatto che molti dei suoi voti nel 2015 erano stati dati “in prestito” dai sostenitori di ERC che non volevano sostenere JxSí e che ora sono tornati a ERC; ma in terzo luogo, e forse il fattore ancora più importante, il fatto che durante gli eventi cruciali dell’ottobre catalano, la CUP non è stata vista chiaramente come un partito che offriva una direzione alternativa.
Nell’ambito del blocco dell’articolo 155, il partito al governo in Spagna, il Pp, ha avuto i suoi peggiori risultati in assoluto in Catalogna, arrivando ultimo fra i sette partiti in lizza e ottenendo solo 3 seggi nel parlamento catalano con appena il 4% dei voti. Tale risultato ha rappresentato una vera sconfitta, rispetto al precedente del 2015, quando ebbero 11 seggi e l’8,5% dei voti. Il PP ha tentato di fare appello al voto nazionalista reazionario spagnolo rivendicando a sé la responsabilità di avere “decapitato i partiti indipendentisti”, come ha affermato il vicepresidente del governo spagnolo Saenz de Santamaría. Ma su questo terreno, è stato superato dal suo partner di coalizione Cs, che ora alzerà la posta.

L’aumento dell’appoggio al partito ultra liberale e sciovinista spagnolo Ciudadanos (Cs) nelle ex roccaforti di sinistra nei quartieri popolari e nelle città è preoccupante. Ciudadanos è arrivato primo con il 25 percento dei voti e ha ottenuto 37 seggi (dal 18 percento e 25 seggi nel 2015) strappando la metà dei voti al PP e mobilitando un settore di popolazione che in precedenza non votava normalmente. Cs ha vinto in tre dei quattro capoluoghi di provincia, così come in tutte le principali città nelle province di Barcelonès, Baix Llobregat, Vallès Occidental e Vallès Oriental (Barcellona, ​​Hospitalet, Badalona, ​​Santa Coloma, El Prat, Cornellà, Sant Boi , Rubí, Sabadell, Terrassa), che hanno una tradizione di sinistra e sono governate in molti casi dalla sinistra o dal partito socialista catalano, il PSC. In un contesto di accresciuta polarizzazione e sulla base di un discorso identitario, Cs è stata in grado di combinare demagogicamente il nazionalismo spagnolo con un appello alle questioni sociali. Questo fenomeno può essere combattuto solo da una politica di classe, che metta al primo posto gli interessi dei lavoratori.
Infine, i risultati del CeC (Catalunya en Comù) -PODEM, che non si identificava né col blocco indipendentista né a quello”costituzionale”, sono stati negativi: hanno perso 1,5 punti percentuali e 3 seggi, venendo da un risultato già scadente nel 2015. Il loro tentativo di rimanere neutrali nel conflitto catalano incolpando entrambe le parti ha significato ugualmente la perdita di voti da entrambi i campi. Podemos e i Comuns sono ben lontani dal loro passato risalente a solo due anni fa, quando si presentavano come rappresentanti di una chiara rottura con il regime del 1978 e le politiche di austerità. Ora lamentano la “rottura del patto del 1978” e mirano a gestire il sistema entro i limiti di ciò che è possibile. La loro critica principale del referendum sull’indipendenza del 1° ottobre è stata quella di non avere “garanzie” in quanto “unilaterale”.

La vittoria del blocco indipendentista è un duro colpo per il governo Rajoy e il regime spagnolo nel suo complesso. Se si vuole sapere chi ha perso, basta ascoltare le parole del leader del PP catalano, l’odiato xenofobo García Albiol: “Oggi è una brutta giornata per il PP, ma anche per il futuro della Catalogna. Siamo molto preoccupati rispetto al futuro politico e sociale della Catalogna con una maggioranza indipendentista in parlamento “.
Ciò non significa che la formazione di un nuovo governo per i partiti indipendentisti sarà un compito facile . Sia JuntsxCat che ERC hanno già abbandonato l’idea di perseguire un’azione unilaterale per promuovere l’obiettivo di una Repubblica catalana. Il presidente spagnolo Rajoy ha già avvertito che se lo faranno utilizzerà di nuovo l’articolo 155 (che, in ogni caso, non è ancora stato revocato). Il carattere totalmente eccezionale di queste elezioni è dimostrato dal fatto che, a meno che i deputati eletti attualmente in prigione o in esilio (otto) siano autorizzati ad assumere le proprie cariche, una maggioranza indipendentista non sarà possibile. Il giorno delle elezioni stesse, le autorità spagnole hanno annunciato che l’inchiesta sulle accuse di sedizione e ribellione sarebbe stata estesa per includere i responsabili delle manifestazioni di massa nella giornata nazionale catalana tra il 2012 e il 2017, oltre a una serie di eminenti politici catalani, di parlamentari e di altri esponenti che erano presenti alla protesta del 20 settembre contro i raid della polizia spagnola.

La CUP aveva detto prima delle elezioni che non avrebbe permesso che i suoi voti venissero utilizzati per la formazione di un governo che non si sarebbe pienamente impegnato nel dare atto alla proclamazione dello scorso 27 ottobre di una Repubblica catalana. Adesso sarà sottoposta a molte pressioni per fare concessioni e permettere a Puigdemont di ritornare alla presidenza della catalogna. Dovrebbe resistere a tali pressioni e imparare dalle lezioni dei suoi errori precedenti. In passato, la CUP ha fatto concessioni a JxSí in cambio della convocazione di un referendum e dell’impegno a rispettare i suoi risultati. Al momento della verità, è diventato chiaro che né i politici di ERC né quelli di PDECAT volevano veramente andare fino in fondo. Già erano andati molto oltre alle loro intenzioni sotto la pressione delle masse e a causa del tenace rifiuto dello stato spagnolo di fare concessioni. In effetti, la lezione principale degli eventi dell’ottobre catalano è che tutte le conquiste realizzate sono state il risultato diretto dell’intervento delle masse. Tutti i passi indietro, le vacillazioni e l’indecisione sono avvenute quando ai politici di JxS è stato concesso di prendere decisioni e di pianificare manovre “intelligenti” a porte chiuse.
Ora che le elezioni si sono tenute, è necessario trarre un bilancio serio degli eventi straordinari degli ultimi mesi. A nostro parere, la chiara lezione da trarre è che la lotta per una Repubblica catalana può avere successo solo se assume la forma di una lotta rivoluzionaria contro il regime del 1978 e viene chiaramente legata alla lotta per il socialismo. Ciò può essere realizzato solo se la CUP si prefigge il compito di conquistare una maggioranza della popolazione al movimento repubblicano per tale prospettiva. Ciò significa basarsi saldamente sulla classe operaia, sulla lotta organizzata dei CDR e sfidare apertamente i politici borghesi e piccolo-borghesi le cui esitazioni hanno impedito al movimento di andare oltre.

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