27 maggio 2016

Cronache dalla Crisi – ISEM di Vigevano: flessibilità, esternalizzazioni e cassa integrazione

Pubblichiamo volentieri un’intervista a un delegato sindacale della Isem di Vigevano fatta dai nostri compagni di Sinistra Classe Rivoluzione di Pavia. È un esempio di sfruttamento della classe lavoratrice da parte di una proprietà senza scrupoli.
Aggiungiamo che davanti a tale sfruttamento solo l’unità dei lavoratori può essere garanzia di vittoria; non c’è dubbio infatti che non solo l’utilizzo di manodopera con minori diritti e salario, ma anche le divisioni delle diverse organizzazioni sindacali sono sempre uno strumento in mano al padrone.
Negli scorsi anni l’accettazione delle proposte aziendali sul salario differito e sulla flessibilità ha fatto perdere consensi all’SLC-CGIL, ma soprattutto ha avallato una divisione dei lavoratori che ha rafforzato la controparte. Proprio il sindacato dovrebbe essere lo strumento più immediato per stabilire un contatto tra gli assunti ISEM e i lavoratori della cooperativa (molti dei quali hanno la tessera della CGIL), invece diventa un ulteriore ostacolo a questa unità necessaria.
Facciamo appello a tutti i lavoratori ad unirsi al di là della propria sigla sindacale per difendere i propri sacrosanti diritti e un salario degno di questo nome!

 


Abbiamo chiesto un’intervista a Claudio Fraschetti, operaio e delegato RSU della ISEM di Vigevano per il sindacato SGB.

Ciao Claudio. Tu e i tuoi colleghi quanti siete? cosa producete?

Siamo 170 lavoratori fissi, assunti dall’azienda (ISEM), a cui se ne aggiungono, nel periodo da maggio a dicembre, altrettanti di una cooperativa in subappalto. L’appalto è stato dato alla Elpe, che subappalta a un’altra cooperativa per poter assumere dei lavoratori a basso costo. Produciamo astucci e cofanetti per prodotti di lusso, ai quali si aggiungono scatole da scarpe. Con l’amministrazione di Riccardo Bianco quest’ultima attività era stata messa da parte, ma ora che Bianco è stato sollevato dall’incarico si è ripresa la produzione di scatole da scarpe. Il nostro CCNL è quello della carta e cartotecnica (industria).

Chi sono i lavoratori della cooperativa? Riuscite ad entrare in contatto con loro?

Non sappiamo chi sono perché l’azienda si rifiuta di fargli esporre il cartellino identificativo. Se esponessero il cartellino si scoprirebbero eventuali lavoratori in nero, e si farebbe chiarezza sul sistema di rotazione delle mansioni.

Ma non è obbligatorio esporre il cartellino?

Sì, c’è l’obbligo di esporlo. E in caso di mancata di esposizione è prevista una sanzione, che va da 50 a 300 euro, a carico dei lavoratori. Il lavoratore della cooperativa però può dimostrare che non è stata una scelta sua ma dell’azienda: le email che ho scambiato con l’ing. Fossa, RSPP della ISEM, lo testimoniano.

Secondo voi c’è un sistema di discriminazione interno alla cooperativa?

A noi sembra di sì, in base alle simpatie del “caporale” di turno. In inverno, anche se sono 70 o 80 gli assunti a tempo indeterminato, ne lavorano sempre gli stessi 20 o 30. Il cartellino potrebbe dimostrare se la nostra impressione è corretta.
Visto che la ISEM ha sempre bisogno di esterni, che prende dalla cooperativa, perché non li assume direttamente, come chiedete voi?
Facile: perché il lavoratore della ISEM costa all’azienda circa 7 euro all’ora, quello della cooperativa ne costa circa 5.

Capita che assumano dei cooperanti?

A volte capita, nel controllo qualità, ma sempre troppo pochi.
E ricordiamo che in tutta questa situazione la ISEM accede periodicamente alla cassa integrazione! C’è poi da aprire tutto il capitolo flessibilità…
Noi eravamo disposti a firmare un accordo sulla flessibilità per 12 mesi per adattarci agli alti e ai bassi stagionali della produzione. L’azienda ha rifiutato, preferendo utilizzare la cassa integrazione per i periodi di rallentamento del lavoro, gravando così sulle casse dell’INPS.

Alla fine fate sia la cassa per un certo periodo dell’anno sia la flessibilità nel periodo restante. Su cosa verte l’attuale conflitto riguardo alla flessibilità?

In teoria la flessibilità prevista dal contratto nazionale consisterebbe nel programmare periodi di 6 ore lavorative al giorno e altri di 10 ore, con tutta una serie di vincoli. L’azienda, invece, ti comunica queste decisioni il giorno prima; e non è detto che la direttiva sia attendibile, perché in caso di imprevisti l’accordo salta.

Cosa ottengono i lavoratori in cambio della flessibilità?

Nell’accordo di secondo livello precedente, la flessibilità prevedeva un premio di risultato. Il premio di risultato era di 250 euro lordi all’anno, ma era legato alla presenza fisica in azienda: le lavoratrici in maternità, ad esempio, non lo percepivano. In seguito, questo premio è stato cancellato, ma la flessibilità è rimasta.Il nuovo amministratore appena arrivato, Pintucci, pare voglia vincolarlo all’utile dell’azienda, ma da quando la quota di maggioranza della ISEM è stata acquisita dal fondo d’investimento APEP, cioè da diversi anni, non c’è mai stato utile! La flessibilità non la possiamo attivare durante la cassa integrazione, così come non è permesso fare il lavoro straordinario durante quel periodo. Il lavoro straordinario però viene fatto lo stesso.

Quanto viene a costare questa situazione ad un lavoratore?

Con la cassa integrazione a perdita di salario orario sarebbe del 20% se non ci fossero i massimali, ma coi massimali è molto maggiore. Se prendi 10 euro all’ora, la cassa te ne dà 5 e qualcosa. I lavoratori del reparto che ha fatto più cassa han subito un danno di 250-300 euro al mese, che avrebbe recuperato nel resto dell’anno facendo gli straordinari… ma nel resto dell’anno c’è la flessibilità! Se l’azienda non attivasse la flessibilità nell’alta produzione, i lavoratori andrebbero alla pari rispetto alla cassa integrazione, recuperando con gli straordinari. Sommando al danno della cassa integrazione la beffa della flessibilità, la perdita per un lavoratore può raggiungere anche 3000 euro netti all’anno.
Facciamo lo stesso calcolo anche per chi lavora in cooperativa.
È messo ancora peggio. A occhio, rispetto al reddito che avrebbe se fosse assunto direttamente dalla ISEM, un cooperante perde circa 4000 euro annui.

Ecco spiegata la convenienza enorme che ha la proprietà a tenere questa situazione! Immaginiamo che per giustificare questa situazione il fondo d’investimento dirà che l’azienda versa in cattive condizioni economiche…

L’azienda non fa utile da quando le quote di maggioranza sono state acquisita dal fondo APEP. Ma il motivo è che l’avanzo di bilancio lo stanno dando alla banca per ripagare un debito. E questo credito dalla banca a cosa è servito? A comprare la ISEM! In pratica i fondi di private equity hanno la possibilità di far cadere i propri costi finanziari sui lavoratori dell’azienda. In questo modo non pagano le tasse perché sono sempre in debito.Senza questo debito, l’azienda avrebbe avuto l’utile. I lavoratori hanno sulle spalle 24 milioni di debito che non è servito a fare investimenti, ma al cambio di proprietà. Il compito del fondo è rivendere l’azienda nel 2017, quindi noi stiamo pagando un’operazione finanziaria che non ci porta nessun vantaggio.

In pratica lavorate per le banche! Il fondo potrebbe delocalizzare?

Ogni tanto (di solito quando devono convincerci ad accettare la flessibilità) c’è chi lascia intendere che potrebbero spostare tutto in Polonia se non ci adeguiamo.

Cosa è cambiato con lo stato di agitazione e con lo sciopero del 19 febbraio?

Lo stato d’agitazione era stato proclamato dall’USB per ottenere il premio di risultato del 2015. Lo sciopero a marzo invece riguardava la cassa integrazione, lo abbiamo convocato perché i cooperanti svolgevano mansioni di cui si occupavano i lavoratori della ISEM fino a qualche giorno prima. Dopo lo sciopero la situazione è tornata quella di prima: i vari capetti dell’azienda andavano in giro a dire che i risultati ottenuti non erano da attribuire allo sciopero, ma noi sappiamo che è merito dello sciopero.

La lotta ha dato i suoi frutti. Forse un blocco degli straordinari e della flessibilità potrebbe convincere l’azienda a cambiare posizione anche sulla flessibilità.

Ci stiamo pensando. Nel frattempo abbiamo avuto un’offerta da parte dell’azienda: limitare a 4 ore settimanali la flessibilità, pagandoci le eventuali ore oltre le 44 come straordinari. Stanno così cercando di fare passare come fosse un regalo fatto ai lavoratori la flessibilità con solo 4 ore settimanali, ma in realtà sarebbe facilmente contestabile se non fosse collegata all’erogazione di un premio di risultato come nel triennio passato. Infatti ecco cosa dice il CCNL sulla flessibilità: «Allo scopo di contenere il ricorso al lavoro straordinario e alla cassa integrazione e per far fronte alle variazioni di intensità produttiva dell’azienda o di parte di essa e/o alle esigenze tecnico-produttive-organizzative e quindi non per esigenze stabili e permanenti, l’orario settimanale può essere realizzato anche come media in un arco temporale di norma di 6 mesi.» Secondo noi quindi non possono attuare la flessibilità ogni anno collegata alla campagna di Natale, essendo tale campagna stabilmente e permanentemente presente in ISEM.

Credi quindi che sia opportuno non sospendere la lotta di fronte a questa piccola concessione?

La mossa dell azienda è molto astuta, ridà ai lavoratori una parte dei soldi che gli ha tolto in inverno con la cassa integrazione. Speriamo che i lavoratori non caschino nel tranello e che si mobilitino per pretendere qualcosa di vantaggioso per loro, un riconoscimento economico o qualcosa che li tuteli nei periodi di bassa intensità, e che si rendano conto che è adesso il momento giusto per rivendicare qualcosa, visto che siamo ad inizio campagna! Noi daremo loro tutte le informazioni possibili. Questo cedimento è stato il frutto dello sciopero di febbraio, fatto in periodo di bassa intensità ma che ha permesso a noi e all’azienda di misurare le forze, costringendo la controparte ad intervenire in qualche modo facendo finta di “mollare qualcosa” quando in realtà non sta mollando nulla ma solo pretendendo meno di quanto chiesto in passato.

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