2 febbraio 2018

Cinque Stelle nell’anticamera dei padroni

La “lunga marcia” di Luigi Di Maio

Da quando Luigi Di Maio è stato incoronato leader politico, nel Movimento 5 Stelle la barra del timone si è bruscamente spostata a destra. Le rassicurazioni nei confronti della classe dominante non si contano. Negli ultimi mesi questa linea si è imposta, senza mezze misure, come la politica ufficiale pentastellata.

Così, quando Berlusconi lo ha accusato di essere “odiato dagli imprenditori” e di “pauperismo” – un sinonimo berlusconiano di comunismo –, Di Maio ha prontamente replicato che “decine di imprenditori saranno candidati nei collegi uninominali con il movimento” e che, mentre il cavaliere di Arcore ha tradito le imprese, “noi invece siamo al lavoro per abolire 400 leggi e lasciare in pace i nostri imprenditori che creano valore e lavoro” (Il Manifesto, 21 gennaio). Il succo del programma di governo dei Cinque Stelle è tutto qui: un mieloso e per nulla nuovo “lasciare in pace i nostri imprenditori”, ovvero permettergli di spremere ancora più in libertà i lavoratori e le casse dello Stato. Infatti, pochi giorni dopo, lo stesso Di Maio ha enfatizzato che uno dei punti principali del programma dei Cinque Stelle è l’abolizione dell’Irap: ennesimo gigantesco regalo fiscale al padronato.

Di Maio “uomo di Stato”

Le grandi prove di Di Maio da politico maturo e responsabile non sono iniziate oggi. Inflessibile contro i più diseredati, il M5S è da tempo unito agli altri partiti nella rincorsa a destra sul tema dell’immigrazione. Nell’aprile 2017 Di Maio si era scagliato contro “i taxi del mare”, mentre il blog di Beppe Grillo titolava contro “il ruolo oscuro delle Ong private”, argomenti che portavano acqua al mulino del decreto Minniti. Nel mese di agosto ha difeso a spada tratta la polizia dopo il violento sgombero dei rifugiati a Piazza Indipendenza a Roma, in cui manganelli e idranti sono stati vergognosamente utilizzati anche contro donne e bambini (si ricorda lo “spezzategli le braccia” di un funzionario di Ps). Implacabile contro i più diseredati, Di Maio affermò: “La sindaca si deve occupare dei romani prima che dei migranti”.

Nel settembre 2017, da bravo scolaretto, Di Maio ha riservato parole dolci ai ricchissimi convenuti al convegno di Cernobbio, che riunisce ogni anno il gotha della finanza e dove puntualmente tutti i principali leader politici si recano deferenti in cerca della benedizione dalla Confindustria. Il candidato premier a 5 Stelle non è stato da meno e nel suo intervento ha presentato come un modello il governo di destra di Rajoy in Spagna – che di lì a poco avrebbe scatenato la repressione più reazionaria in Catalogna – e soprattutto ha cancellato tutte le precedenti suggestioni grilline anti europeiste. A novembre è volato negli Usa per accreditarsi e non ha mancato di incontrare il segretario di Stato del Vaticano, cardinale Pietro Parolin. Tornato dagli Usa, l’instancabile Di Maio ha preso carta e penna e si è messo a scrivere. Prima a Macron e poi al Corriere della Sera, rassicurando il salotto buono della borghesia sulla natura non “eversiva” del Movimento Cinque Stelle e sul suo amore per imprese e polizia. Padroni, poliziotti, cardinali e l’amico americano: non manca nessuno.

Governo di coalizione?

Infine, poco prima di Natale, Di Maio ha violato anche l’ultimo tabù grillino, quello delle alleanze di governo. Un leader così rampante non ci sta proprio a veder confinato il M5S all’opposizione, anche in caso di mancata vittoria elettorale. Naturalmente non si parla ancora di “coalizioni”, ma di “convergenze programmatiche” e in fin dei conti tutte le alleanze di governo senza principi sono sempre state giustificate sulla base di inesistenti contenuti di programma. Le aperture del M5S, per ora, hanno avuto pochi riscontri nella classe dominante: l’accoglienza a Cernobbio è stata decisamente freddina e il viaggio negli Usa è stato sostanzialmente ignorato; anche sul piano istituzionale la soluzione più quotata nelle alte sfere è, al momento, quella di un governo di larghe intese che escluda i 5 Stelle. Ciò non toglie che Di Maio stia effettivamente tentando di trasformare il M5S da una forza di protesta, in grado di raccogliere il malcontento dei ceti medi rovinati dalla crisi, in un interprete del programma della grande borghesia.

Il fatto che Beppe Grillo si distanzi apparentemente da questa rotta e ribadisca la “purezza” originaria del movimento non indica una reale contrapposizione, ma la banale esigenza di non perdere per strada il voto di protesta.

 

Il salario di cittadinanza

 

La stessa rivendicazione più celebre dei 5 Stelle, il reddito di cittadinanza, non graffia la classe dominante. La proposta grillina non è certo un salario minimo per i disoccupati che consenta una vita dignitosa (1.300 euro), ma è solo una proposta minima di integrazione al reddito per i disoccupati, che si propone di raggiungere la cifra cui è fissata la soglia di povertà (780 euro) ed è immancabilmente
accompagnata dalle solite regalìe alle imprese. Il reddito di cittadinanza viene in realtà contrapposto alla lotta contro i licenziamenti e le chiusure aziendali, come esplicitamente dichiarato da Grillo nel 2014 durante la lotta dell’acciaieria Lucchini di Piombino. Nel Movimento quindi il reddito di cittadinanza si accompagna ai ragionamenti più scandalosi sul lavoro gratuito. Tra i vertici grillini è infatti molto quotato il sociologo Domenico De Masi, che per risolvere il problema della disoccupazione ha avanzato la geniale proposta di far lavorare gratis i disoccupati e ha coniato l’abominevole slogan “lavorare gratis, lavorare tutti”.

Partiti incendiari, i grillini sono arrivati pompieri come tanti altri prima di loro, che rifiutando di riconoscere la differenza tra destra e sinistra e, più importante negando il fatto che i “cittadini” si dividono più che mai in sfruttatori e sfruttati, finiscono per diventare lo strumento della classe dominante. I sondaggi che li premiano misurano più il sentimento sacrosanto di schifo e di opposizione per tutto il sistema politico che non la costruzione di una reale alternativa. La dissoluzione di questo equivoco sarà un passaggio importante per la costruzione dell’alternativa di classe e rivoluzionaria che è il nostro impegno. Ai tanti giovani e lavoratori che già ora intuiscono che anche i 5 Stelle non saranno l’alternativa sperata, ci sentiamo di dire: non attardatevi ad inseguire questa chimera, il posto giusto per la vostra lotta è nello scontro di classe!

 

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