5 febbraio 2018

Castelfrigo – Lezioni di tre mesi di lotta

È notizia di queste ore che finalmente la Cgil, dopo l’ennesima provocazione del padrone di Castelfrigo (http://bit.ly/2nDPPUD) ha deciso di fare quello che noi da mesi abbiamo suggerito e scritto, ovvero alzare il livello dello scontro e bloccare le merci. Questo ennesimo episodio di arroganza padronale, la scelta conseguente della Cgil e la velleità degli accordi regionali e delle “commissioni antimafia” confermano in pieno quanto sostenuto nell’articolo che stiamo pubblicando e che è stato scritto non più tardi di dieci giorni fa.

Dura da oltre tre mesi la lotta dei lavoratori della Castelfrigo, azienda del settore carni in provincia di Modena.

Per decenni il sistema schiavistico di appalti e subappalti ha garantito una montagna di profitti ai padroni del comparto carni basata su silenzi, connivenze e compiacenze. Tutti sapevano e nessuno parlava, in un regime mafioso ed omertoso in salsa emiliana che nulla ha da invidiare ad altri presenti nel paese, omicidi compresi.

Certamente le lotte intraprese dal Si Cobas nel settore in questi anni, coprendo un vuoto sindacale colpevolmente lasciato dalla Cgil, avevano già posto l’attenzione sulla questione. Tuttavia è innegabile che la vertenza Castelfrigo, per la risonanza avuta, ha costretto tutti a prendere posizione; ormai nessuno può più far finta di non vedere o non sapere: istituzioni, partiti, organi ispettivi e giuridici, sindacati. Lungi dall’aver risolto il problema, ciò lo ha in realtà semplicemente posto in tutta la sua portata.

Sciopero e rappresaglia padronale

Lo scorso anno una dura lotta dei facchini portava ad un accordo che prevedeva alla fine di luglio 2017 la trasformazione dei propri contratti da facchini in alimentaristi. Poco prima dell’entrata in vigore di tale intesa il padrone dà ordine alle cooperative di licenziare per ritorsione i 75 lavoratori, su un totale di 127, protagonisti di quegli scioperi ed iscritti alla Cgil. Dal 17 ottobre inizia perciò uno sciopero ad oltranza con presidio permanente davanti ai cancelli dell’azienda indetto dalle categorie Cgil Flai e Filt. 75 lavoratori delle cooperative in sciopero, 52 crumiri al lavoro assieme ai dipendenti diretti Castelfrigo.

A novembre, accortosi dell’irregolarità della manovra, il titolare scioglie il contratto stipulato con il consorzio di cooperative in questione e fa licenziare tutti e 127 i facchini salvo poi riassumere tramite agenzia interinale solo i 52 crumiri che nel frattempo aveva provveduto a far iscrivere alla Cisl. Questa operazione avviene tramite un accordo che la Cisl firma in data 22 novembre. Si sancisce così la validità del licenziamento politico e l’assunzione di chi non sciopera facendo carta straccia di ciò che ancora resta dello statuto dei lavoratori. Talmente spudorato è l’episodio che Donnarumma della Cisl ha candidamente dichiarato alla Gazzetta di Modena: “La Castelfrigo ha comunicato di non voler più collaborare con le coop e perciò è stata individuata l’agenzia per il lavoro Sapiens che, grazie al nostro contributo, ha assunto i lavoratori che stavano ancora prestando servizio in azienda”. Su Youtube si possono vedere le immagini dell’assemblea in Castelfrigo in cui il padrone, Roberto Ciriesi, dice testualmente ai propri dipendenti “scegliete il sindacato giusto.”

Si dimezza il costo del lavoro

Emerge come le cooperative da molti lustri abbiano perso qualsiasi pur minimo fondamento solidale con cui nacquero a cavallo dello scorso secolo, e siano esclusivamente uno strumento utile a pagare poche tasse e poter derogare, con l’escamotage del socio-lavoratore, ai livelli salariali e ai diritti previsti anche solo dai contratti nazionali. Non esistono cooperative “spurie”. Tutte si comportano allo stesso modo in un classico regime padronale. Per citare Orwell i soci sono tutti uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

Si dimostra inoltre quanto la legge Biagi e gli ulteriori peggioramenti successivi abbiano permesso il proliferare di rami d’azienda da appaltare, utili esclusivamente a dividere e balcanizzare i lavoratori,  legalizzando di fatto l’intermediazione di manodopera. Un regime a ricattabilità e flessibilità spinta che dimezza il costo del lavoro, portandolo da 23-25 euro l’ora a 12-14.

Oggi, anche grazie alla campagna elettorale, tutti i politici di tutti gli schieramenti sull’onda della pressione mediatica si sono stracciati le vesti e hanno solidarizzato “convintamente” con i lavoratori Castelfrigo in lotta. Persino il fin troppo dormiente sindaco di Castelnuovo Rangone ha dovuto schierarsi. Tuttavia al di là delle parole cosa è stato fatto? Un ennesimo accordo regionale il 29 dicembre pieno di buoni propositi ripetuti fino alla nausea ma che di concreto ha solo l’impegno delle principali centrali cooperative ad assumere i 75 lavoratori licenziati. Certamente per lavoratori da oltre tre mesi in sciopero, con in più la spada di Damocle del permesso di soggiorno sulla testa, trovare un posto di lavoro alternativo è un fattore materiale importante. Tuttavia è chiaro che questo accordo, a parte far fare bella figura a Legacoop (che pur essendo parte centrale del problema cooperative ne esce ripulita nell’immagine), non mette in discussione il sistema carni. Tutto viene demandato ad una battaglia legale destinata a finire su un binario morto.

Non basta il terreno legale

Assordante inoltre il silenzio della magistratura modenese e degli organi ispettivi, con una procura intenta invece a processare il Si Cobas e a teorizzare che se si bloccano i cancelli delle fabbriche non si è scioperanti ma estorsori ai danni di poveri imprenditori. Lo Stato borghese in ultima analisi difende sempre i padroni alla faccia della tanto decantata legalità.

Questo è il limite più grosso nella coraggiosa lotta intrapresa dai lavoratori ed organizzata dalla Cgil alla Castelfrigo. È necessario lo sciopero generale provinciale, che più volte abbiamo richiesto come area sindacale Il sindacato è un’altra cosa; bisogna mettere in campo il blocco dei cancelli e delle merci per colpire economicamente al cuore i profitti padronali, altrimenti si resta confinati in una battaglia indirizzata esclusivamente su binari mediatici e processuali che non offre sbocchi reali.

Riteniamo altresì un errore la scelta della Cgil di porre fine all’esperienza del “progetto carni” che ha permesso di costruire questa importante vertenza. La Castelfrigo non deve essere una eccezione, ma il punto di partenza per far saltare tutto il sistema degli appalti e delle cooperative. Questo può avvenire solo se si colpiscono i padroni nel portafogli  costringendoli a cedere. La Cgil tutta deve farsi carico di costruire una lotta a livello nazionale che ponga all’ordine del giorno la cancellazione della Legge Biagi, il divieto alla cessione di rami di azienda e la non derogabilità in peius per i soci cooperatori dei contratti nazionali e delle leggi. Deve altresì portare alla rottura delle relazioni con un sindacato giallo quale la Cisl palesemente al servizio dei padroni.

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