10 marzo 2017

Antieuropeisti o anticapitalisti?

Il 25 marzo si riuniranno a Roma i leader dell’Unione Europea per festeggiare il 60° anniversario del Trattati di Roma, quelli che nel 1957 istituirono la Comunità Economica Europea, il primo tassello del processo di integrazione europea. Glissando su alcuni spiacevoli incidenti di percorso come la Brexit e la disfatta di Renzi al referendum costituzionale, Gentiloni, Merkel e soci faranno ricorso a tutta la retorica europeista di cui sono capaci per nascondere le loro crescenti divisioni e abbellire una realtà europea fatta sempre più di disoccupazione, austerità e xenofobia.

Contro questa celebrazione grottesca e ipocrita la piattaforma sociale Eurostop ha convocato una manifestazione nazionale a Roma. È questo un elemento di diversità rispetto a quanto ci ha abituato la maggior parte della sinistra italiana, ancora legata a una prospettiva europeista di sinistra e all’illusione di riformare l’Unione Europea dall’interno, nonostante il fallimento cui questa linea è andata incontro a livello internazionale (si pensi al fiasco del governo Tsipras in Grecia, costretto a piegarsi alle politiche di Bruxelles) e nonostante le crepe sempre più vistose che si aprono ogni giorno nella Ue.

Proprio per questo motivo vale la pena di valutare attentamente le posizioni politiche di Eurostop, sintetizzate nelle 16 tesi che hanno preparato la loro assemblea nazionale del 28 gennaio e abbondantemente riprese nella relazione introduttiva che Giorgio Cremaschi ha tenuto in quella sede.

I tre No

Come punto di partenza di tutto il ragionamento di Eurostop ci sono i tre No all’Unione Europea, all’euro e alla Nato. Questi tre No sono alla base di tutto e costituiscono anche il criterio per catalogare le forze politiche italiane, peraltro in modo alquanto arbitrario: si dice infatti che la Lega sarebbe contro l’euro ma non contro la Ue (?) e che la sinistra riformista sarebbe contro la Nato (?) ma a favore dell’Europa… Lo scopo è quello di presentare Eurostop come l’unica ad avere le carte in regola su tutti e tre i punti, ma questo modo superficiale e approssimativo di interpretare la realtà politica può essere molto fuorviante. Qui ci basti far presente che il Front National della Le Pen in Francia è convintamente schierato contro l’Unione Europa, l’euro e la Nato senza se e senza ma.

I partiti e i movimenti politici infatti non possono essere giudicati limitatamente al loro programma su un paio di punti, per quanto importanti. È necessario considerare principalmente la loro natura di classe, che è data non tanto dalla composizione sociale dei loro elettori quanto soprattutto dagli interessi di classe di cui si fanno portatori. Pensando all’Italia il Movimento 5 Stelle e la Lega danno chiaramente voce, pur in modo diverso, alla rabbia della piccola borghesia rovinata dalla crisi; il PD è il punto di riferimento del grande capitale, mentre le forze alla sua sinistra guardano soprattutto ai vertici dei sindacati…

Sostituendo a una solida interpretazione di classe le formulette sui tre No, si finisce per guardare al mondo con il paraocchi, descrivendo una scena europea dominata esclusivamente dallo scontro tra i vecchi partiti filo-europeisti e la destra reazionaria nazionalista. Un quadro in cui non c’è posto per fenomeni come quello di Corbyn in Inghilterra o Podemos in Spagna che, pur rientrando nell’alveo del riformismo europeista, hanno dato un’espressione di sinistra (per quanto confusa) al malcontento dei giovani, dei lavoratori e delle classi medie impoverite.

Il ruolo dell’Unione Europea

A proposito dei tre No bisogna aggiungere che in realtà la questione della Nato riveste un’importanza tutto sommato secondaria nell’elaborazione complessiva e che nemmeno la questione dell’uscita dall’euro viene particolarmente approfondita. Tutto si riduce quindi alla “Italexit”, ovvero all’uscita dell’Italia dall’Unione Europea.

Nell’analisi di Eurostop tutti gli attacchi ai diritti dei lavoratori negli ultimi trent’anni sono direttamente riconducibili all’Unione Europea e ai suoi meccanismi di funzionamento. In quest’ottica la rottura della Ue e il recupero della sovranità dei singoli Stati (da qui il nome di teorie “sovraniste”) diventano la panacea di tutti i mali. Ad esempio in un passaggio delle tesi viene spiegato come tutte le mobilitazione sociali dovrebbero mettere nel mirino l’Unione Europea, perché questa conferisce ai sistemi di governo quella rigidità che, a differenza del passato, rende impossibile ottenere concessioni parziali con le lotte.

Indubbiamente in questi anni la moneta unica, i patti di stabilità e il pagamento del debito pubblico sono serviti ai governi e anche alle direzioni sindacali per erigere un muro che arginasse tutte le rivendicazioni della classe lavoratrice. Tuttavia sono stati solo degli strumenti. La vera causa delle politiche di austerità è la crisi del capitalismo, che non è più in grado di fare concessioni e anzi è costretto a rimangiarsi quelle fatte in passato. Solo se si rimpiazza questa verità fondamentale con una rappresentazione complottistica e fumettistica della Ue, dipinta come l’impero del male, si può far finta che i discorsi sovranisti funzionino.

Nelle tesi si scrive che il diffuso sentimento anti-establishment, per quanto contraddittorio e distorto, può essere una base di partenza. Questo è vero, ma se è naturale che i lavoratori possano avere le idee confuse e attribuire l’origine di tutti i mali all’Europa invece che alla crisi del capitalismo, il programma sovranista non fa che alimentare questa confusione invece di fare chiarezza.

Il problema non è solo con quello che viene esplicitato, ma soprattutto con quello che viene omesso nella concezione sovranista. Citando dalle tesi, la Ue, l’euro e la Nato sono “la forma specifica e immediata assunta dal dominio della globalizzazione sulle classi subalterne del nostro paese”. Viene quindi fornita una rappresentazione della società in cui esiste da una parte un sistema globalizzato con le sue istituzione transnazionali e dall’altra gli oppressi. Ci si dimentica che esistono pure gli Stati nazionali e le borghesie nazionali, che anche in caso di uscita dall’Eurozona continuerebbero a svolgere il loro ruolo e a tenere in soggezione le classi sfruttate.

In molti articoli sovranisti si fa un gran parlare dell’esercito europeo, che di fatto non esiste, tralasciando il fatto che le principali forze repressive sono ancora quelle dei singoli Stati. Si dice che dobbiamo combattere in primo luogo l’imperialismo in casa nostra, facendo riferimento a un fantomatico “imperialismo europeo”, quando in realtà vediamo l’imperialismo tedesco, quello francese e pure quello italiano, ognuno con i propri interessi e con le proprie sfere di influenza.

La stessa crisi dell’Unione Europea viene caratterizzata come una crisi di consenso alle politiche liberiste. L’impopolarità delle direttive di Bruxelles è un dato di fatto, ma non possiamo ignorare le contraddizioni sempre più laceranti tra in singoli Stati della Ue che hanno interessi diversi sia sul piano economico (il debito, la moneta,…) che su quello politico (la questione dei migranti). Questi contrasti sono talmente forti che oramai sono ammessi pubblicamente anche nei vertici europei, dove si parla apertamente di un processo di integrazione “a ritmi diversi” nei vari paesi.

La globalizzazione

Nelle tesi sovraniste l’Unione Europea coincide sostanzialmente con la globalizzazione liberista. Vengono qua riecheggiate le vecchie tesi bertinottiane sul “neo-liberismo”. La critica non è al capitalismo, ma alla sua versione liberista e globalizzata. Di conseguenza ci può essere un capitalismo sena globalizzazione, un capitalismo non liberista, che è accettabile.

Questo terreno è particolarmente scivoloso oggi, quando il contraltare del neo-liberismo non è più rappresentato dalle ricette keynesiane di intervento pubblico nell’economia tanto care alla socialdemocrazia, ma dal protezionismo economico che ha il proprio portabandiera in Donald Trump. È significativo che in tutti gli articoli di orientamento sovranista la parola “protezionismo” non compare mai, sebbene oramai sia entrata nel dibattito quotidiano anche sulla stampa borghese.

All’analisi di Eurostop manca infatti un tassello fondamentale e cioè la spaccatura oggi esistente all’interno della borghesia a livello internazionale. Se nella lettura sovranista ad avere interesse alla rottura della Ue sono solo le classi oppresse, nella realtà c’è un settore crescente della classe dominante che rimette in discussione il liberismo e pure l’Unione Europea. Tutta l’operazione sovranista rischia quindi di portare acqua al mulino del settore borghese protezionista. Anche perché il processo di disgregazione dell’Unione Europea, dopo la Brexit e l’elezione di Trump, sta subendo un’accelerazione e l’ “Europa a più velocità” propugnata da Juncker e dalla Merkel non è altro che il preludio alla frammentazione della Ue. In tal caso i nuovi Stati nazionali “pienamente sovrani” non avrebbero il rassicurante volto progressista idealizzato dai sovranisti di sinistra ma il brutto muso nazionalista della Le Pen e di Theresa May.

La democrazia e la Costituzione

Nelle tesi di Eurostop si spiega che la democrazia liberale è “…sottoposta ad un doppio stress: da un lato per la sua sottomissione alla governance dell’ordoliberismo, dall’altro per la contestazione da parte di forze apertamente reazionarie.” Il recupero di sovranità è quindi soprattutto recupero di democrazia. La domanda è però quale tipo di democrazia, esercitato attraverso quale tipo di istituzioni? Stiamo parlando ancora di quello stesso parlamentarismo borghese che ogni giorno da un triste spettacolo di se fatto di scandali, corruzione e assuefazione alla menzogna?

È vero che oggi la borghesia in crisi, in nome della governabilità, non può più permettersi nemmeno la finzione della democrazia formale. Il compito degli sfruttati non può però essere quello di ripristinare questa finzione, quanto piuttosto quello di battersi per una vera democrazia basata su nuove istituzioni che rappresentino realmente le istanze delle larghe masse e non gli interessi di pochi.

Nell’impianto sovranista invece la democrazia è quella prevista nella Costituzione italiana, che assume una centralità imprescindibile – “o la Costituzione antifascista, o l’Euro, la UE, la Nato” – come testimoniato anche dalla rilevanza data, durante l’assemblea nazionale del 28 gennaio, all’intervento dell’ ottantenne ex vice-presidente della corte costituzionale Paolo Maddalena.

Ricorderemo qui solo di passata che l’art. 75 della Costituzione proibisce di svolgere referendum popolari sulla ratifica dei trattati internazionali e pertanto un referendum sull’Italexit potrebbe essere svolto solo andando contro il dettato costituzionale…

Al di là di questo non trascurabile dettaglio, il richiamo alla Costituzione rivela come l’orizzonte politico del sovranismo sia sostanzialmente un ritorno al passato, pre-trattati di Maastricht del 1992. E’ detto più o meno esplicitamente nelle tesi: “La rottura punta alla regressione della globalizzazione, per far avanzare di nuovo una democrazia fondata sulla eguaglianza sociale”. Nonostante tutti i proclami sulla morte del riformismo, l’impianto di fondo di Eurostop rimane pienamente riformista, con il ritorno alla “democrazia progressiva” di togliattiana memoria. I riferimenti al socialismo non mancano, ma siamo di fronte all’ennesima riedizione della teoria staliniana delle due fasi: oggi sviluppiamo una “sovranità democratica e popolare”, del socialismo ci occuperemo in una seconda fase remota e indefinita.

Peraltro a tutta questa passione teorica per la democrazia parlamentare non corrisponde alcuna proposta sul terreno elettorale. Eppure oggi in Italia più che mai ci sarebbe bisogno di un fronte politico di classe che possa costituire un’alternativa alle prossime elezioni e una forza delle ambizioni di Eurostop non può fare a meno di cimentarsi anche in questo campo. La ragione di tale reticenza è riconducibile alla linea dell’USB, una delle principali forze che compongono Eurostop e che da tempo ha sviluppato un orientalmente politico filo-grillino.

Internazionalismo dove sei?

Nonostante tutto Eurostop respinge con fermezza le accuse di nazionalismo. Nelle tesi si scrive “non possiamo sincronizzare gli orologi con gli oppressi di tutta Europa ed aspettare l’ora nella quale si ribelleranno tutti assieme” e cioè bisogna rompere con l’Ue in un singolo paese e poi gli altri seguiranno. Altre proposte che si inseriscono nel solco del sovranismo, come quelle dell’economista Luciano Vasapollo, prevedono la creazione di un’Unione mediterranea composta solo dai paesi europei “periferici” (Grecia, Italian, Spagna, Portogallo…).

Il problema però non è tanto se cominciare tutti assieme o un paese alla volta, ma quello di capire per cosa ci battiamo. Dobbiamo portare avanti una rottura rivoluzionaria ed epocale, spezzare l’Unione Europea, nazionalizzare le banche e le imprese strategiche (come si suggerisce in diversi articoli economici sovranisti), tutto questo allo scopo di… poter tornare alla Prima repubblica, quando lì si che c’erano i margini per ottenere conquiste parziali? Ancora una volta la montagna partorisce il topolino.

Non si possono tuttavia riportare indietro le lancette dell’orologio. Dobbiamo fare i conti con la realtà di oggi in cui le conseguenze della crisi del sistema capitalista sono sempre più devastanti e impongono la necessità di una rottura rivoluzionaria, del rovesciamento delle élite dominanti e della costruzione di una nuova società che risponda ai bisogni e alle aspirazioni della stragrande maggioranza della popolazione. Il principale ostacolo su questo cammino non è dato dalle condizioni oggettive, ma dalla debolezza del fattore soggettivo e cioè dalla totale inadeguatezza politica delle forze di sinistra. La risposta a questo problema non può essere quella di abbassare la nostra battaglia al livello di impreparazione delle organizzazioni politiche, cercando una scorciatoia nel riformismo europeista o in quello nazionalista. Dobbiamo invece porci all’altezza della nuova epoca per portare avanti un’alternativa complessiva al vicolo cieco del capitalismo.

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