12 gennaio 2017

2016: La morte del liberalismo

Il 2016 si è concluso con altri due avvenimenti drammatici e sanguinosi: l’assassinio dell’ambasciatore russo a Istanbul e il brutale assassinio a Berlino di persone che si stavano tranquillamente godendo i festeggiamenti per il Natale. Questi eventi sono legati al sanguinoso pantano in Medio Oriente e più precisamente in Siria.

La caduta di Aleppo ha rappresentato una svolta decisiva nella situazione. La Russia, che teoricamente sarebbe dovuta essere isolata e umiliata dalla “comunità internazionale” (leggi Washington), ora controlla la Siria e decide cosa succede nel paese. La Russia ha convocato una conferenza di pace in Kazakistan alla quale non sono stati invitati né gli americani né gli europei, preceduta dall’accordo per un cessate il fuoco imposto alle proprie condizioni.

In modi diversi, questi sviluppi hanno espresso lo stesso fenomeno: il vecchio ordine mondiale è morto e al suo posto ci troviamo di fronte a un futuro di instabilità e di conflitti, il cui esito non può essere previsto. Il 2016 ha quindi rappresentato un punto di svolta. È stato un anno segnato da crisi e turbolenze su scala globale.

Venticinque anni fa, dopo la caduta dell’Unione Sovietica i difensori del capitalismo erano euforici. Parlavano della morte del socialismo e del comunismo e perfino della fine della storia. Ci hanno promesso un futuro di pace e prosperità grazie al trionfo dell’economia di libero mercato e della democrazia.

Il liberalismo aveva trionfato, e quindi la storia aveva raggiunto la sua espressione finale nel capitalismo. Quello era essenzialmente il significato della ormai famosa frase di Francis Fukuyama. Ma ora la ruota della storia ha chiuso il cerchio. Non è rimasta pietra su pietra di quelle previsioni fiduciose degli strateghi del capitale. La storia si è vendicata.

Improvvisamente il mondo sembra essere afflitto da fenomeni strani e senza precedenti che sfidano tutti i tentativi di spiegazione degli esperti. Il 23 giugno il popolo inglese tramite un referendum ha votato per lasciare l’Unione europea, un risultato che nessuno si aspettava e che ha causato onde d’urto su scala internazionale. Ma questo non era nulla in confronto allo tsunami provocato dal risultato delle elezioni presidenziali americane, un risultato che nessuno si aspettava, compreso l’uomo che le ha vinte.

Poche ore dopo l’elezione di Donald Trump, in tutti gli Stati Uniti le strade delle città di sono riempite di manifestanti. Questi eventi sono la drammatica conferma dell’instabilità che ha colpito il mondo intero. Nel giro di una notte le vecchie certezze sono scomparse. C’è un generale fermento nella società e un senso di diffusa incertezza ha riempito di profonda inquietudine la classe dominante e i suoi ideologi.

Gli apologeti del liberismo capitalista si lamentano amaramente per l’ascesa di politici come Donald Trump, che rappresenta l’antitesi di ciò che è conosciuto come i “valori liberali”. Per queste persone il 2016 è sembrato un incubo. Sperano di svegliarsi e scoprire che era tutto un sogno, che il passato tornerà e che domani sarà un giorno migliore. Ma per il liberismo borghese, non ci sarà nessun risveglio e nessun domani.

I commentatori politici parlano con terrore della crescita di un qualcosa che loro chiamano “populismo”, una parola che è tanto elastica quanto senza significato. L’uso di una tale amorfa terminologia significa semplicemente che chi la usa non ha idea di che cosa stia parlando. Dal punto di vista puramente etimologico, il termine populismo è semplicemente la traduzione latina della parola greca demagogia. Il termine viene applicato con lo stesso gusto di un cattivo imbianchino che intonaca un muro con uno spesso strato di vernice per coprire i propri errori. È usato per descrivere una tale varietà di fenomeni politici che diventa totalmente privo di qualsiasi contenuto reale.

Il leader di Podemos e Geert Wilders, Jaroslaw Kaczynski ed Evo Morales, Rodrigo Duterte e Hugo Chavez, Jeremy Corbyn e Marine Le Pen, vengono tutti ricoperti dallo stesso pennello populista. È sufficiente confrontare il contenuto reale di questi movimenti, che non solo sono diversi ma che sono radicalmente antagonistici, per comprendere l’assoluta inutilità di una tale terminologia. È calcolata per confondere e non per chiarire o, più correttamente, per mascherare la confusione degli stupidi commentatori politici borghesi.

La morte del liberalismo

Nell’editoriale del 24 Dicembre 2016, l’Economist ha intonato una lode al suo amato liberalismo. Ci viene detto che i liberali credono in “economie aperte e società aperte, in cui viene incoraggiato il libero scambio di beni, capitali, persone e idee, dove le libertà universali sono protette dagli abusi dello stato attraverso le norme giuridiche“. Una tale bella immagine andrebbe davvero tradotta in musica.

Ma poi l’articolo conclude tristemente che il 2016 “è stato un anno di battute d’arresto. Non solo per la Brexit e l’elezione di Donald Trump, ma anche per la tragedia della Siria, abbandonata alla sua sofferenza e il diffuso sostegno in Ungheria, Polonia e non solo, a una ‘democrazia reazionaria’. Ingiuriando la globalizzazione, sono sbocciati il nazionalismo e l’autoritarismo. In Turchia il sollievo per il fallimento del colpo di stato è stato soppiantato dalle rappresaglie selvagge (e popolari). Nelle Filippine gli elettori hanno scelto un presidente che, non solo ha schierato le squadre della morte, ma si è vantato di aver premuto il grilletto lui stesso. Allo stesso tempo la Russia, con le sue violazioni alla democrazia occidentale, e la Cina, che proprio la settimana scorsa ha voluto schernire l’America requisendo uno dei suoi droni marittimi, insistono che il liberismo è solo una copertura per l’espansione occidentale“.

La bellissima lode ai valori liberali e occidentali si conclude con una nota acida. L’Economist conclude amaramente: “Di fronte a questa litania, molti liberali (del libero mercato) hanno paura di agire. Alcuni hanno scritto epitaffi all’ordine liberale e lanciato avvertimenti riguardo alla minaccia alla democrazia. Altri sostengono che con timidi aggiustamenti alle leggi sull’immigrazione o con dazi aggiuntivi, la vita tornerà semplicemente alla normalità“.

Ma la vita non avrà un semplice “ritorno alla normalità”, o più correttamente, si entrerà in una nuova fase a ciò che l’Economist si riferisce come una “nuova normalità”: un periodo di tagli senza fine, austerità e il calo del tenore di vita. In realtà, già da parecchio tempo viviamo in questa nuova normalità e da questo derivano conseguenze molto gravi.

La crisi globale del capitalismo ha creato condizioni che sono completamente diverse dalle condizioni che esistevano nei quattro decenni dopo la seconda guerra mondiale (almeno per una manciata di paesi privilegiati). Quel periodo è stato testimone della più grande crescita delle forze produttive capitaliste dalla rivoluzione industriale. Questo è stato il terreno su cui i tanto celebrati“valori liberali” hanno potuto fiorire. Il boom economico ha fornito ai capitalisti i profitti necessari per garantire concessioni alla classe operaia.

Quella era l’epoca d’oro del riformismo. Ma il periodo attuale non è l’era delle riforme, ma delle contro-riforme. Non è il frutto di un pregiudizio ideologico, come alcuni stolti riformisti credono, ma è la necessaria conseguenza della crisi del sistema capitalista che ha raggiunto i propri limiti. L’intero processo che si è lentamente realizzato in un periodo durato sei decenni, ha invertito la marcia.

Invece di riforme e aumenti del tenore di vita, in tutto il mondo la classe operaia si trova ad affrontare i tagli, l’austerità, la disoccupazione e l’impoverimento. Il peggioramento delle condizioni di lavoro, dei salari, dei diritti e delle pensioni ricade pesantemente sulle fasce più povere e più vulnerabili della società. L’idea di uguaglianza per le donne viene erosa dalla spietata ricerca di maggiori proifitti. Un’intera generazione di giovani è stato privata di un futuro. Questa è l’essenza del periodo attuale.

Il momento Maria Antonietta dell’élite

La classe dominante e i suoi strateghi trovano difficile accettare la realtà della situazione attuale e sono completamente ciechi davanti alle conseguenze politiche che ne derivano. La stessa cecità può essere osservata in ogni classe dirigente che rischia l’estinzione e si rifiuta di accettarla. Come ha osservato giustamente Lenin, un uomo sul bordo di un precipizio non ragiona.

Il Financial Times ha pubblicato un interessante articolo di Wolfgang Münchau dal titolo “Il momento Maria Antonietta dell’élite” che comincia come segue:

Alcune rivoluzioni avrebbero potuto essere evitate se la vecchia guardia si fosse semplicemente astenuta dal lanciare provocazioni. Non c’è prova dell’autenticità della battuta “se non hanno il pane, che mangino brioche“, ma è il genere di cose che Maria Antonietta avrebbe effettivamente potuto dire. Suona verosimile. I Borbone erano insuperabili come quintessenza dell’establishment che ha perso il contatto con la realtà.

Ma oggi hanno dei concorrenti.

Il nostro establishment liberal-democratico globale si sta comportando in modo molto simile. Nel momento in cui la Gran Bretagna ha votato per uscire dall’Unione E uropea, in cui Donald Trump è stato eletto Presidente degli Stati Uniti, e Marine Le Pen sta marciando verso il Palazzo dell’Eliseo, noi – guardiani dell’ordine liberista globale -continuiamo a rilanciare la sfida.

Il confronto con la Rivoluzione francese è altamente istruttivo. La classe dominante e i suoi “esperti” hanno dimostrato ovunque di aver perso completamente il contatto con la situazione reale nella società. Credevano che lo stato di cose emerse dal boom economico del dopoguerra sarebbe continuato per sempre. L’economia di mercato e la “democrazia” borghese sono stati i paradigmi indiscussi dell’epoca.

Il loro autocompiacimento assomigliava appunto a quella della sfortunata Maria Antonietta, la Regina di Francia. Non è affatto certo che la sua famosa frase sia mai stata pronunciata, ma riflette con precisione la mentalità di una classe dirigente degenerata che non ha alcun interesse per le sofferenze della gente comune o per le inevitabili conseguenze che ne derivano.

Alla fine Maria Antonietta ha perso la testa e ora la classe dirigente e i suoi rappresentanti politici stanno perdendo la loro. L’articolo del Financial Times continua:

Perché sta succedendo questo? I macroeconomisti pensavano che nessuno avrebbe osato sfidare la loro autorità. I politici italiani hanno portato avanti i loro giochi di potere come sempre. E il mestiere dei funzionari UE è quello di trovare modi ingegnosi per far passare trattati e normative politicamente controverse aggirando i parlamenti nazionali. Nonostante personaggi come Le Pen, Grillo o Geert Wilders (del Partito della Libertà, formazione politica di destra nei Paesi Bassi) stiano avanzando verso il potere, l’establishment continua ad agire sempre nello stesso modo. Un reggente borbonico, in un insolito momento di riflessione, avrebbe fatto marcia indietro. Il nostro ordine capitalista, con le sue istituzioni concorrenti, non è costituzionalmente capace di farlo. È programmato solo per alzare la posta in gioco.

Il modo corretto di agire sarebbe quello di smetterla di insultare gli elettori e, cosa più importante, di risolvere i problemi di un settore finanziario fuori controllo, dei flussi incontrollati di persone e capitali, e di una distribuzione iniqua del reddito. Nell’eurozona i leader politici trovano più conveniente destreggiarsi alla meno peggio nella crisi bancaria e quindi nella crisi del debito sovrano — solo per poi scoprire che il debito greco è insostenibile e che il sistema bancario italiano è in guai seri. Dopo otto anni ci sono ancora degli investitori che stanno scommettendo sul crollo dell’eurozona.

Nel 1938 Trotsky scrisse che la classe dominante stava precipitando verso il disastro ad occhi chiusi . Queste righe sono un’illustrazione plastica di questo fatto e Münchau trae la seguente conclusione:

“Ma questo non sta avvenendo, per lo stesso motivo per cui non è avvenuto nella Francia della rivoluzione. I “guardiani” del capitalismo occidentale, così come i Borbone prima di loro, non hanno né imparato né dimenticato nulla“.

Il crollo del centro

Contrariamente al vecchio pregiudizio dei liberali, la coscienza umana non è progressista ma profondamente conservatrice. Alla maggior parte delle persone il cambiamento non piace. Si aggrappano ostinatamente alle vecchie idee, ai pregiudizi, alla religione e alla morale, perché gli sono familiari e ciò che è familiare è sempre più rassicurante di quello che non lo è. L’idea del cambiamento è spaventoso, perché sconosciuto. Questi timori sono profondamente radicati nella psiche umana ed esistono da tempo immemorabile.

Tuttavia il cambiamento è necessario sia per la sopravvivenza della razza umana che per quella dell’individuo. L’assenza di cambiamento è la morte. Il corpo umano cambia costantemente dal momento in cui nasce; tutte le cellule nascono, muoiono e vengono sostituite con delle nuove cellule. Il bambino deve scomparire affinché l’adulto possa nascere.

Eppure non è difficile capire l’avversione della gente per il cambiamento. L’abitudine, la routine, le consuetudini, sono tutte cose necessarie per il mantenimento delle norme sociali che stanno alla base del funzionamento della società. Nel lungo periodo si radicano, condizionando le attività quotidiane di milioni di uomini e donne. Sono universalmente accettate, così come lo sono il rispetto delle leggi e dei costumi, le regole della vita politica e delle istituzioni esistenti: in una parola, lo status quo.

Qualcosa di simile esiste nel campo della scienza. Nel suo profondo e penetrante studio La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Thomas S. Kuhn spiega come ogni periodo nello sviluppo della scienza si basi su un paradigma esistente che viene generalmente accettato, fornendo un quadro necessario per il lavoro scientifico. Per un lungo periodo di tempo, questo paradigma ha un’utilità. Ma a un certo punto le piccole e apparentemente insignificanti contraddizioni portino alla fine alla caduta del vecchio paradigma che viene sostituito da uno nuovo. Questo, secondo Kuhn, costituisce l’essenza di una rivoluzione scientifica.

Esattamente lo stesso processo dialettico si verifica nella società. Idee che esistono da così tanto tempo da essersi calcificate in pregiudizi, alla fine entrano in conflitto con la realtà esistente. A quel punto, comincia ad avere luogo una rivoluzione nella coscienza. La gente comincia a mettere in discussione quello che sembrava essere indiscutibile. Idee che erano comode perché fornivano delle certezze vanno in frantumi sulla roccia della dura realtà. Per la prima volta la gente comincia a scrollarsi di dosso le vecchie e comode illusioni e a guardare in faccia la realtà.

La vera causa dei timori della classe dominante è il crollo del centro politico. Quello che stiamo vedendo in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in Spagna e in molti altri paesi è una polarizzazione politica acuta e crescente tra destra e sinistra, che a sua volta è solo un riflesso di una crescente polarizzazione tra le classi, che poi è un riflesso della crisi più profonda nella storia del capitalismo.

Negli ultimi cento anni il sistema politico statunitense si è basato su due partiti, i Democratici e i Repubblicani. Entrambi sostenevano il mantenimento del capitalismo e rappresentavano gli interessi delle banche e delle grandi imprese. Questo è stato espresso molto bene da Gore Vidal che ha scritto “la nostra Repubblica ha un solo partito, il partito della proprietà, con due ali destre”.

Questa è stata la base solida per la stabilità e la longevità di quella che gli americani consideravano “democrazia”. In realtà, questa democrazia borghese era solo una foglia di fico per nascondere la realtà della dittatura dei banchieri e dei capitalisti. Ora, questo comodo schema è stato messo in discussione ed è stato scosso fino alle fondamenta. Milioni di persone si stanno acquisendo consapevolezza del marciume dell’establishment politico e degli inganni di coloro che pretendono di rappresentarli. Questa è la condizione preliminare per una rivoluzione sociale.

La crisi del riformismo

Vediamo una situazione simile in Gran Bretagna, dove per un secolo laburisti e conservatori si sono alternati al potere, fornendo lo stesso tipo di stabilità per la classe dominante. Il partito laburista e quello conservatore erano gestiti da gentiluomini affidabili e rispettabili sui quali poter fare affidamento per guidare la società nell’interesse dei banchieri e dei capitalisti della City di Londra. Ma l’elezione di Jeremy Corbyn ha scombussolato i piani.

La classe dominante teme che il massiccio afflusso di nuovi iscritti al Partito laburista possa spezzare la stretta mortale dell’ala destra del partito. Questo spiega il panico della classe dominante e la campagna al vetriolo contro Corbyn.

La crisi del capitalismo è anche la crisi del riformismo. Gli strateghi del capitale assomigliano ai Borboni, ma i leader riformisti sono solo una povera imitazione dei primi. Sono più ciechi dei ciechi. I riformisti, sia di quelli di destra che di sinistra, non hanno alcuna comprensione della situazione reale. Anche se si vantano di essere grandi realisti, sono il peggior tipo di utopisti.

Come i liberali di cui sono solo un pallido riflesso, si stanno struggendo al pensiero che il passato sia svanito senza possibilità di ritorno. Si lamentano tristemente dell’ingiustizia del capitalismo, non rendendosi conto che le politiche della borghesia sono dettate dalle necessità economiche del capitalismo stesso.

È una somma ironia della storia che i riformisti abbiano totalmente abbracciato l’economia di mercato proprio nel momento in cui sta andando a pezzi sotto i nostri occhi. Avevano accettato il capitalismo come qualcosa di assodato una volta per tutte, che non può essere messo in discussione e di certo non possa essere rovesciato. Il presunto realismo dei riformisti è il realismo di un uomo che cerca di convincere una tigre a mangiare insalata invece che carne umana. Naturalmente, il realista che ha tentato di perseguire questa lodevole impresa non è riuscito a convincere la tigre ed è finito dentro la sua pancia.

Quello che i riformisti non capiscono è che se si accetta il capitalismo se ne devono anche accettare le leggi. Nelle moderne condizioni questo significa accettare i tagli e l’austerità. Dove si esprime più chiaramente il fallimento del riformismo è nel fatto che non parla più di socialismo. Né si parla di capitalismo. Invece si lamentano i mali del “neoliberismo”, vale a dire che non si oppongono al capitalismo in sé, ma solo ad un particolare modello di capitalismo. Ma il cosiddetto neoliberismo è solo un eufemismo per il capitalismo nel periodo di crisi.

I riformisti che credono di essere grandi realisti, sognano un ritorno alle condizioni del passato, quando quel passato è già svanito nella storia. Il periodo che si apre sarà completamente diverso. Nei decenni dopo il 1945, la lotta di classe nei paesi capitalisti avanzati è stata in una certa misura attenuata dalle riforme ottenute dalla classe operaia tramite la lotta.

Trotskij ha spiegato molto tempo fa che il tradimento è implicito nel riformismo di qualsiasi tipo. Con questo non voleva dire che i riformisti tradiscono consapevolmente la classe operaia. Ci sono molti riformisti onesti, così come un buon numero di carrieristi corrotti. Ma la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Se si accetta il sistema capitalista, come tutti i riformisti fanno, siano di destra che di sinistra, allora si deve obbedire alle leggi del sistema capitalista. In un periodo di crisi del capitalismo questo significa inevitabilmente tagli e attacchi alle condizioni di vita.

In Grecia, Tsipras e Varoufakis dovevano imparare questa lezione. Sono andati al potere con un enorme sostegno popolare su un programma anti-austerità, ma molto rapidamente gli è stato fatto capire dalla Merkel e da Schäuble che questo non era all’ordine del giorno. Alla fine hanno capitolato e hanno portato avanto docilmente il programma di austerità dettato da Berlino e da Bruxelles. Abbiamo visto una situazione simile in Francia, dove Hollande ha ottenuto una vittoria massiccia sulla base di un programma anti-austerità, operando poi una svolta di 180 gradi facendo ulteriori tagli rispetto al precedente governo di destra. L’inevitabile risultato è stato l’aumento di consensi per Marine Le Pen e il Fronte Nazionale.

Il capitalismo in un vicolo cieco

In paesi come gli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale ogni generazione poteva aspettarsi un tenore di vita migliore rispetto a quello di cui godevano i propri genitori. Nei decenni del boom economico i lavoratori si sono abituati a vittorie relativamente facili. I leader sindacali non dovevano fare grosse lotte per ottenere aumenti salariali. Le riforme erano considerate la norma. Oggi è meglio di ieri e domani sarà meglio di oggi.

Nel lungo periodo di espansione capitalistica, la coscienza di classe dei lavoratori si è parzialmente smussata. Invece di chiare politiche socialiste di classe, il movimento operaio è stato infettato da idee aliene attraverso la cinghia di trasmissione della piccola borghesia che mentre da un lato sgomitava con i lavoratori, dall’altro ne soffocava la voce con le acute declamazioni tipiche del radicalismo della classe media.

La cosiddetta correttezza politica con il suo miscuglio di idee raffazzonate ripescate dalla spazzatura del liberismo borghese è stata gradualmente accettata anche nei sindacati i cui leader riformisti di destra l’hanno colta con entusiasmo per sostituire le politiche di classe e le idee socialiste. In particolare, i riformisti di sinistra hanno svolto in questo senso un ruolo dannoso. Ci vorranno le martellate degli eventi per demolire questi pregiudizi che hanno un effetto corrosivo sulla coscienza.

Ma la crisi del capitalismo non permette tali lussi. L’attuale generazione di giovani, si troverà per la prima volta ad affrontare condizioni di vita peggiori rispetto a quelle goduta dai loro genitori. Lentamente questa nuova realtà sta penetrando nella coscienza delle masse. Questa è la ragione dell’attuale malcontento crescente che esiste in tutti i paesi e sta acquisendo un carattere esplosivo. È la spiegazione per i terremoti politici che hanno avuto luogo in Gran Bretagna, in Spagna, Grecia, Italia, Stati Uniti e molti altri paesi. Si tratta di un avvertimento degli sviluppi rivoluzionari che si stanno preparando.

È vero che in questa fase il movimento è caratterizzato da una tremenda confusione. Come potrebbe essere altrimenti, quando quelle organizzazioni e partiti che si dovrebbero mettere a capo del movimento di trasformazione della società si sono invece trasformati in mostruosi ostacoli sulla strada della classe operaia? Le masse sono alla ricerca di una via d’uscita dalla crisi, mettendo alla prova partiti, leader e programmi. Quelli che non superano la prova vengono spietatamente messi da parte. Ci sono violente oscillazioni sul fronte elettorale, sia a sinistra che a destra. Tutto questo è foriero di un cambiamento rivoluzionario.

A posteriori, il periodo durato mezzo secolo che ha fatto seguito alla seconda guerra mondiale sarà visto come una eccezione storica. La concatenazione di circostanze particolari che ha prodotto questa situazione con ogni probabilità non si ripeterà mai più. Quello che abbiamo di fronte oggi è proprio un ritorno al capitalismo normale. Il volto sorridente del liberalismo, il riformismo e la democrazia saranno messe da parte per rivelare la brutta fisionomia del capitalismo come è realmente.

Verso un nuovo Ottobre!

Si apre davanti a noi un nuovo periodo, un periodo di tempesta e tensioni che sarà molto più simile agli anni ‘30 che al periodo dopo il ‘45. Tutte le illusioni del passato si estingueranno dalla coscienza delle masse. Nel prossimo periodo la classe operaia dovrà lottare duramente per difendere le conquiste del passato e nel corso della dura lotta arriverà a comprendere la necessità di un programma rivoluzionario radicale. O il capitalismo verrà rovesciato o un terribile destino attende l’umanità. Questa è l’unica alternativa. Qualsiasi altra linea d’azione è una menzogna e un inganno. È tempo di guardare in faccia la realtà.

Sulle basi di un capitalismo malato, non ci può essere una via d’uscita per la classe operaia e la gioventù. I liberali e i riformisti cercano con tutte le forze per puntellare il capitalismo. Piagnucolano per le minacce alla democrazia, nascondendo il fatto che la cosiddetta democrazia borghese è solo una foglia di fico dietro alla quale si nasconde la cruda realtà della dittatura delle banche e delle grandi imprese. Cercano di attirare la classe operaia in alleanze a “difesa della democrazia”, ​​ma questa è una farsa ipocrita.

L’unica forza che ha un reale interesse nella democrazia è proprio la classe operaia. La cosiddetta borghesia liberale è incapace di una reazione energica che fluisca direttamente dal sistema capitalista su cui si basano le proprie ricchezze e privilegi. È stato Obama a spianare la strada per la vittoria di Trump, proprio come è stato Hollande che ha spianato la strada per l’ascesa della Le Pen.

In realtà, il vecchio sistema sta già crollando sotto i nostri occhi. I sintomi della sua decadenza sono evidenti a tutti. Ovunque vediamo crisi economica, crisi sociale, disordine, guerre, distruzione e caos. È un quadro terribile, ma deriva dal fatto che il capitalismo ha portato l’umanità in un vicolo cieco.

Non è la prima volta che vediamo fenomeni simili. Gli stessi sintomi si possono vedere nel periodo di declino e caduta dell’Impero Romano e nel periodo di decadenza della società feudale. Non è un caso che in quei giorni, uomini e donne immaginassero che la fine del mondo si stava avvicinando. Ma ciò che si stava avvicinando non era la fine del mondo, ma solo la fine di un particolare sistema economico e sociale che aveva esaurito il suo potenziale ed era diventato un mostruoso ostacolo al progresso umano.

Lenin una volta disse che il capitalismo è orrore senza fine. Ora vediamo la verità letterale in questa affermazione. Ma accanto agli orrori prodotti da un sistema decadente e reazionario c’è l’altro lato della medaglia. La nostra è un’epoca nuova e un periodo di transizione da un periodo storico all’altro. Tali periodi sono sempre dolorosi, i dolori di una nuova società che sta lottando per nascere mentre la vecchia società lotta per sopravvivere strangolando il bambino nel grembo materno.

Il vecchio mondo sta finendo. Che sia vicino al crollo è indicato da sintomi inconfondibili. L’ordine stabilito delle cose sta marcendo, le sue istituzioni stanno crollando. Una indefinita inquietudine verso l’ignoto si sta impadronendo dei difensori del vecchio ordine. Tutte queste cose indicano che si sta avvicinando qualcosa di diverso.

Questo sgretolamento graduale verrà accelerato dall’irruzione della classe operaia sulla scena della storia. Quegli scettici che hanno cancellato la classe operaia, saranno costretti a rimangiarsi le loro parole. Forze vulcaniche si stanno accumulano sotto la superficie della società. Le contraddizioni stanno crescendo fino al punto in cui non possono essere ulteriormente sopportate.

Il nostro compito è quello di abbreviare questo doloroso processo e di garantire che la nascita di un mondo nuovo avvenga il meno dolorosamente possibile. Per fare ciò è necessario il rovesciamento del sistema attuale che è diventato un terribile ostacolo allo sviluppo del genere umano e una minaccia per il suo futuro.

Tutti coloro che stanno cercando di conservare il vecchio ordine, di “mettere una pezza”, di riformarlo, di fornire ad esso le stampelle che gli consentano di tirare avanti per altri anni o decenni, stanno giocando il ruolo più reazionario. Impediscono la nascita di una nuova società, la sola che possa offrire un futuro all’umanità e porre fine all’incubo attuale del capitalismo.

Il Nuovo Mondo che sta lottando per nascere si chiama socialismo. È compito nostro far sì che questa nascita avvenga nel minor tempo possibile e con il minor dolore e sofferenza. Il modo per raggiungere questo fine è quello di costruire una forte tendenza marxista in tutto con quadri formati e forti legami con la classe operaia.

Cento anni fa ha avuto luogo un avvenimento che ha cambiato il corso della storia del mondo. In un paese arretrato, semi-feudale ai margini dell’Europa, la classe operaia si è mossa per cambiare la società. Anzi, nessuno se lo aspettava. Le condizioni oggettive per la rivoluzione socialista in Russia sembravano non esserci.

L’Europa era nella morsa di una guerra terribile. I lavoratori di Gran Bretagna, Francia, Germania e Russia si stavano massacrando a vicenda in nome dell’imperialismo. In tale contesto, lo slogan “lavoratori di tutto il mondo unitevi” doveva sembrare una frase di amaro sarcasmo. La stessa Russia era governata da un potente regime autocratico con un esercito e forze di polizia enormi e con una polizia segreta i cui tentacoli erano estesi a tutti i partiti politici, bolscevichi compresi.

Eppure, in questa situazione apparentemente disperata gli operai russi presero il potere nelle proprie mani. Rovesciarono lo zar e costituirono organi democratici di potere, i Soviet. Solo nove mesi dopo, il Partito Bolscevico, che all’inizio della rivoluzione era una piccola forza di non più di 8000 membri, arrivò al potere.

Cento anni dopo, i marxisti si trovano di fronte lo stesso compito che Lenin e Trotsky hanno affrontato nel 1917. Le nostre forze sono piccole e le nostre risorse sono scarse, ma abbiamo l’arma più potente: le idee. Marx disse che le idee diventano una forza materiale quando conquistano la mente delle masse. Per molto tempo abbiamo combattuto contro una corrente potente. Ma la marea della storia ora scorre con forza nella nostra direzione.

Idee che oggi sono ascoltate da pochi verranno accolte con entusiasmo da milioni di persone nel prossimo periodo. Potranno avere luogo grandi eventi con estrema rapidità, trasformando l’intera situazione. La coscienza della classe operaia può cambiare nel giro di pochi giorni o di ore. Il nostro compito è quello di preparare i quadri per i grandi eventi che incombono. La nostra bandiera è la bandiera dell’Ottobre. Le nostre idee sono le idee di Lenin e Trotsky. Questa è la garanzia ultima del nostro successo.

Londra, 5 gennaio 2017

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